Maurizio de Giovanni.

La condanna del sangue.
La primavera del commissario Ricciardi.

Einaudi
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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1.

Nessuno poteva saperlo, ma quel pomeriggio c'era stata l'ultima pioggia dell'inverno. La strada rifletteva il fioco chiarore delle lampade sospese, ferme nell'aria senza pi vento. L'unica luce a quel punto della sera proveniva dal locale del barbiere. All'interno, un uomo lucidava l'ottone di uno specchio.
Ciro Esposito possedeva un ferreo orgoglio professionale. Aveva imparato il mestiere da bambino, spazzando tonnellate di capelli dal pavimento del negozio che era stato di suo nonno e poi di suo padre, trattato n pi n meno come gli altri lavoranti, anzi, con qualche schiaffone in pi, quando tardava un secondo a porgere il rasoio o un panno umido. Per gli era servito. Adesso, come allora, il suo salone contava clienti non solo del quartiere Sanit, ma anche della distante Capodimonte. Con loro aveva un ottimo rapporto: sapeva bene che dal barbiere si andava non soltanto per i capelli e la barba, ma soprattutto per un momento di libert da lavoro e mogli e, in qualche caso, anche dal partito. Aveva sviluppato quella sensibilit speciale che gli consentiva di chiacchierare o restare zitto e di avere sempre un commento sugli argomenti che la gente preferiva.
Era diventato un notevole conoscitore di pallone, donne, soldi e prezzi, onore e disonore. Evitava la politica, di quei tempi terreno pericoloso. A un ambulante di frutta era capitato di lamentarsi perch non riusciva a procurarsi facilmente la merce: quattro tipi mai visti nel quartiere gli avevano sfasciato il carretto, dandogli del "porco disfattista". Evitava anche i pettegolezzi, non si poteva mai essere sicuri. Era fiero della convinzione che il suo salone fosse una specie di circolo, e proprio per questo lo preoccupava il fatto che l'episodio di un mese prima gettasse un'ombra sulla sua onorata attivit.
Un uomo si era ammazzato, nel suo negozio. Si trattava di un vecchio cliente, frequentava il salone quando c'era ancora suo padre. Una persona gioviale, espansiva, sempre a lamentarsi della moglie, dei figli, dei soldi che non bastavano mai. Un impiegato statale, non ricordava di quale settore, o forse non l'aveva mai saputo. Ultimamente si era fatto torvo, distratto, non parlava pi n rideva alle rinomate barzellette di Ciro: la moglie lo aveva lasciato portandosi via i due figli.
Era successo che, senza preavviso, mentre lui passava con cura il rasoio sulla basetta sinistra, gli aveva abbrancato il polso e con un solo, deciso colpo si era tagliato la gola, da un orecchio all'altro. Fortuna che erano presenti il suo lavorante e due clienti, altrimenti sarebbe stato impossibile far credere alle guardie e al magistrato che si era trattato di un suicidio. Aveva subito ripulito tutto e il giorno successivo aveva tenuto chiuso il negozio, attento a non far trapelare niente. Il morto era di un altro quartiere e questo aveva aiutato. In una citt tanto superstiziosa, ci voleva poco a farsi la fama sbagliata.
A questo pensava Ciro Esposito, quell'ultima sera d'inverno, quando terminate le pulizie si preparava a serrare i due pesanti battenti di legno che proteggevano la porta del salone. Era l'unico che finiva di lavorare cos tardi, a via Salvator Rosa. Ma la giornata non era ancora terminata. Un uomo, mormorando un saluto, entr nel locale.
Ciro lo riconobbe: era uno dei clienti pi strani. Magro, di statura media, taciturno. Una trentina d'anni; colorito scuro e labbra sottili. Anonimo in tutto, se non per gli occhi, verdi, vitrei, e per il fatto che non portava mai il cappello, nemmeno in pieno inverno.
Quel poco che sapeva di lui acuiva il disagio che la sua presenza gli procurava; non erano tempi di scontentare i clienti, specie quelli abituali, ma questo, in particolare, non era tra i pi semplici. Salutava, si sedeva, chiudeva gli occhi come se dormisse, dritto sulla poltroncina, come imbalsamato.
- Buonasera, dottore. Che facciamo?
- Solo i capelli, grazie. Non troppo corti. Una cosa svelta.
- Sissignore: subito subito ve ne faccio andare. Accomodatevi.
L'uomo si sedette. Si guard rapidamente attorno e Ciro lo vide trasalire, trattenendo un attimo il respiro. Era suggestione, o aveva guardato la sedia in fondo al salone, quella del morto? Il barbiere pens che la sua stava diventando una fissazione: gli sembrava che tutti quelli che entravano scorgessero le macchie di sangue che aveva rimosso con tanta pazienza.
Con un gesto secco, il cliente si tolse dalla fronte la ciocca di capelli ribelli che gli arrivava sul naso sottile. Alla luce artificiale sembrava pi pallido, come sofferente di fegato: il colorito bruno, adesso, pareva giallastro. L'uomo sospir e chiuse di nuovo gli occhi.
- Dottore, vi sentite bene? Vi posso offrire un bicchiere d'acqua?
- No, no. Per favore, fate presto.
Ciro cominci a sforbiciare sulla nuca, con velocit. Non poteva sapere che cosa l'altro, a occhi chiusi, cercava di non guardare.
Seduto in fondo alla sala, egli vedeva un uomo, la testa china, le mani abbandonate sulle gambe, un panno nero allacciato dietro il collo, lo sguardo rivolto allo specchio sulla parete. Subito sopra il panno, un enorme taglio, come un sorriso disegnato da un bambino, dal quale ribolliva ritmica un'onda di sangue. Da dietro le palpebre serrate, percep il cadavere girare piano il capo verso di lui: il leggero schiocco delle vertebre del collo, lo sfregamento umido delle labbra della ferita.
Voglio vedere che dice adesso, la puttana. Adesso che ha tolto il padre ai figli.
Il cliente port la mano alla tempia. Ciro era sempre pi a disagio: a quell'ora della sera non passava pi nessuno e quello sfaticato del suo lavorante se n'era andato da un pezzo. Cos'altro poteva accadere? Le forbici sferragliarono sempre pi rapide. L'uomo teneva le palpebre chiuse con forza, il barbiere scorse perle di sudore sulla sua fronte. Forse aveva la febbre.
- Abbiamo quasi finito, dotto'. Due minuti e ve ne faccio andare.
Dal fondo della sala, il morto ripeteva il suo lamento. Fuori, oltre la porta spalancata, la strada taceva e la primavera aspettava. L'aria sembrava sospesa.
L'uomo udiva il ticchettio delle forbici come chele impazzite, era determinato a non ascoltare. Ma che vuoi vedere? Non vedrai mai pi niente, adesso. N che dice la puttana, n qualsiasi altra cosa.
Il barbiere con un profondo respiro slacci il panno dal collo del cliente.
- Ecco, dotto': pronto per voi.
Dopo aver gettato alcune monete sul tavolino che faceva da cassa, l'uomo usc cercando aria. Si sentiva soffocare.
La sera abbracci umida Luigi Alfredo Ricciardi, commissario di pubblica sicurezza presso la squadra mobile della regia questura di Napoli. L'uomo che vedeva i morti.

Tonino Iodice era rientrato a casa da moglie, madre e tre figli. La giornata era stata pessima. Come ogni sera, si era fermato nell'androne del vecchio palazzo di via Montecalvario per indossare la sua maschera, quella del padre di famiglia stanco ma soddisfatto, uno a cui le cose non andavano male. Sapeva che non era giusto ma lo faceva per il loro bene, non voleva buttare quel peso anche sulle loro spalle.
Toccava a lui stare tutta la notte a fissare il soffitto e ascoltare il respiro della sua famiglia, un altro giorno di quiete, chiss fino a quando potremo tirare avanti. Toccava a lui fare e rifare i conti, sempre gli stessi soldi e sempre gli stessi giorni, aspettando la data di scadenza della cambiale, cercando le parole con cui avrebbe tentato di convincere la vecchia a dargli un'altra possibilit.
Tonino aveva avuto un carretto di pizzaiolo e, a ripensarci ora, non se la passava male. Il guaio era stato non averlo capito, aver voluto cambiare. Si svegliava il mattino alle cinque, preparava la pasta e l'olio, metteva in ordine il carretto, si copriva per quanto possibile se c'era freddo oppure si rassegnava allo schiaffo del sole infame d'estate, e si avviava per la citt. Sempre la stessa strada, le stesse facce, gli stessi clienti.
Gli volevano bene, a Tonino: cantava a voce alta, una bella voce, glielo diceva sua madre e glielo dicevano i clienti. Prendeva in giro le belle signore, fingeva di esserne innamorato, quelle ridevano e gli dicevano: va bene, va', Toni', damme 'sta pizza e vattenne. Era uno di quelli che portava il buonumore, col suo carrettino, col fischio e la voce, e i poliziotti si giravano dall'altra parte, senza chiedergli se avesse permessi e licenze; anzi, a volte si avvicinavano e lui offriva loro la pizza, pe' senza niente, senza farsi pagare. Passavano i mesi e gli anni, si era sposato e la sua bella Concettina era allegra e povera pi di lui. Erano venuti Mario, Giuseppe e Lucietta, uno appresso all'altro, belli come la mamma e rumorosi come il pap, per affamati come tutti e due messi insieme. E col carretto aveva cominciato a non farcela pi.
Era stato allora che Tonino si era convinto che se non ci provava, a fare qualcosa di meglio, sarebbero andati incontro alla fame. E poi nessuno lo diceva, ma erano diventati tutti pi poveri e ci si arrangiava per mettere qualcosa sotto i denti. I clienti diminuivano, e con la pizza a otto giorni, mangi oggi e paghi tra una settimana, molti mangiavano e sparivano.
Cos, aveva pensato che a pranzo fuori vanno i ricchi e che i ricchi si vogliono sedere a tavola, sentire il posteggiatore col mandolino, bere e fare festa. Il vecchio maniscalco del vicolo San Tommaso andava in pensione e cedeva il locale. L dentro entravano almeno due tavoli lunghi e uno piccolo, forse pure due: all'inizio lui avrebbe fatto le pizze e Concetta avrebbe servito; poi, quando le cose fossero andate meglio, Mario, il pi grande, avrebbe dato una mano.
Raccolti i risparmi di mamm e chiesto a parenti e amici tutto quello che si poteva chiedere, mancavano ancora un sacco di soldi. Venduto il carretto, non si poteva certo tornare indietro. Cos un amico gli aveva detto che c'era una vecchia alla Sanit che prestava soldi con poco interesse, e a tempo lungo.
C'era andato, dalla vecchia, e l'aveva convinta, era bravo a convincere la gente, e con le donne anziane lo era ancora di pi: aveva ottenuto i soldi che gli servivano e sei mesi prima aveva aperto la pizzeria.
All'inaugurazione erano venuti tutti, parenti, amici e conoscenti. La vecchia no, gli aveva detto che non le piaceva uscire di casa. Erano venuti e avevano mangiato, quel giorno e il giorno dopo, per buon augurio, e lui non si era fatto pagare. Solo che poi non si era visto pi nessuno.
Tonino cap che l'invidia colpisce pi delle scoppettate, come dicevano i vecchi, e avevano ragione. Certo ogni tanto passava qualcuno e si fermava, ma il locale non si affacciava su una via principale, bisognava conoscerlo per arrivarci: e nessuno lo conosceva. Man mano che passavano i giorni e poi i mesi, Tonino si rese conto di aver fatto una fesseria: troppi soldi spesi per allestire e preparare, soldi che non sarebbero tornati pi. La vecchia dopo tre mesi aveva rinnovato il prestito per altri due, aumentando l'interesse, poi gli aveva concesso una proroga di un solo mese e l'aveva cacciato di casa gridando; lo aveva avvertito, era l'ultima scadenza, avrebbe dovuto pagare.
Tonino apr la porta e Lucietta gli salt in braccio, riempiendolo di baci: era sempre la prima a sentirlo arrivare. Lui la tenne stretta e, col sorriso stampato sulla faccia, and incontro al resto della famiglia. Il cuore gli si stringeva in petto. L'indomani la cambiale scadeva, per l'ultima volta. E lui non arrivava nemmeno a met della somma.

2.

La primavera arriv a Napoli il 14 aprile 1931, poco dopo le due del mattino.
Arriv in ritardo e, come al solito, con un colpo di vento nuovo dal Sud, dopo un acquazzone. Se ne accorsero per primi i cani, nei cortili delle masserie del Vomero e nei vicoli vicino al porto; alzarono il muso, annusarono l'aria e, sospirando, si rimisero a dormire.
Il suo arrivo pass sotto silenzio, mentre la citt si prendeva quel paio d'ore di riposo tra la notte fonda e il primo mattino. Non ci furono feste n rimpianti. La primavera non pretese accoglienze, non richiese applausi. Invase le strade e le piazze. E si ferm paziente fuori dalle porte e dalle finestre serrate, ad aspettare.

Rituccia non dormiva: faceva finta. A volte funzionava. A volte lui si fermava a guardarla e poi tornava sul soppalco. Allora lei sentiva il rumore del vecchio letto, lui che si rigirava, e poi il russare rasposo, un suono orribile che a lei sembrava bellissimo perch le evitava l'orrore. A volte. A volte le era concesso di dormire.
Ma quella notte la primavera aveva bussato alla finestra, mescolando quel sangue inacidito dal vino da pochi soldi della taverna in fondo al vicolo. Fingere di dormire non le serv. Come ogni volta, a sentirsi addosso le mani del padre, pens alla mamma. E la maledisse per essere morta.

Carmela si lament nel sonno: l'artrite era un ferro infuocato che le squassava le ossa. Non aveva freddo, la pesante coperta la riparava e non c'era umido sulle pareti.

Fosse stata sveglia, piuttosto che immersa in un sonno senza sogni, la vecchia avrebbe guardato con orgoglio la carta da parati a fiori che aveva fatto mettere da non molto. Fosse stata sveglia, avrebbe pensato che con tutti quei fiori sui muri si era comprata la primavera e che con la nuova stagione i fiori avrebbero fatto a gara, sul balcone e in casa.
Ma a Carmela la primavera sarebbe stata negata. Non i fiori, per: quelli li avrebbe avuti. Ma non li avrebbe visti.

Emma si gir sul fianco, attenta a non svegliare il marito che dormiva alla sua sinistra. Sapeva che quando il movimento del materasso di lana lo faceva emergere dal sonno prima del tempo, i suoi mille malesseri da vecchio egoista si acuivano. Ne scrut il profilo, in penombra: dalle tende di seta filtrava la luce dei lampioni. Lo aveva mai amato? Se s, non se ne ricordava.
Sorrise nel buio. Non un'altra notte, non un'altra primavera senza amore. Il marito dormiva a bocca aperta con la retina sui capelli e la camicia da notte abbottonata fino al collo: Dio, quanto lo odio, pens.

Al di l delle assi di legno che sbarravano la porta del basso, Gaetano sentiva i topi nel vicolo. Di giorno si rintanavano nei tombini delle nuove fogne, tranne quelli grossi e malati che i bambini cacciavano e uccidevano; ma di notte, e gi da una settimana, lui li sentiva correre. Stava arrivando il caldo, forse. La mamma si era addormentata, finalmente. Ne aveva ascoltato i singhiozzi soffocati, vicino a lui, fino a un'ora prima; poi la stanchezza della giornata aveva vinto. Due ore di pace per lei, forse tre, prima di ricominciare. Lui no, non dormiva: pensava a quello che avevano deciso. Per forza. Non potevano continuare cos. Chiuse gli occhi e, come ogni notte, aspett l'alba.

Attilio non riusciva ad addormentarsi. Quella sera era stato grande, ma come al solito nessuno se ne era accorto. Una frustrazione livida, compagna di molte notti, gli pizzicava lo stomaco mentre fumava nel buio. Senza vedere, gir lo sguardo  attorno; tanto, pensava, non c'era niente da vedere, se non lo squallore. Eppure lo sapeva e lo aveva sempre saputo: sarebbe diventato ricco e famoso, riverito, adorato. Come quell'infame presuntuoso che nulla aveva pi di lui. Cominciamo dai soldi. I soldi portano il resto. Mamma glielo diceva fin da bambino. Anzitutto i soldi. Ancora una settimana. E poi basta stanze tristi in squallide pensioni.

Nelle profondit del suo sonno agitato, Filomena sognava. Nel sogno stava davanti alla sua porta e si vedeva uscire, infagottata in un lungo scialle nero, il viso coperto, come sempre, per nascondersi.
Sulla porta una scritta rossa, enorme: "Puttana". Cos, semplice e senza dubbi: come fosse un cognome.
Si vide abbassare la testa, piena di vergogna, colpevole senza colpe. Puttana. Senza uomini, senza amori. Comunque puttana. Nel sogno la assal l'angoscia, la paura che suo figlio trovasse la scritta tornando a casa. Con le mani bagnate di pianto tent di cancellarla, ma pi ci provava pi quella cresceva, lasciandole le mani rosse. Rosse di una colpa antica: quella di essere bella.

Enrica dormiva nella prima notte della stagione nuova. Sul comodino le lenti, un libro e un bicchiere d'acqua pieno a met. La vestaglia ripiegata sulla poltroncina, sotto il telaio col ricamo:
Nel nero del sogno un tocco sconosciuto, un odore estraneo e due occhi che la fissavano. Verdi. Nel sonno, la giovane donna sent l'arrivo della primavera, a rimescolarle il sangue.

A pochi metri da lei, ma distante come la luna, l'uomo si era addormentato. Aveva mangiato, poi un po' di radio mentre la guardava ricamare, dalla finestra. Entrando in una vita altrui, come se fosse la sua. Toccando oggetti con altre mani, ridendo con un'altra bocca, immaginando rumori e voci che non udiva al di l del vetro.

Poi il sonno, con un'inquietudine nuova, un'ansia diversa sotto la pelle, sembrava un malessere, invece era la primavera: il sangue cercava una via di uscita. E finalmente il buio che conteneva le immagini dei suoi terrori, l'ultimo ricordo della sua ingenuit.
Nel sogno l'uomo era di nuovo bambino ed era estate, il calore gli bruciava la pelle. Correva a testa bassa nel vigneto adiacente il cortile della casa di suo padre, giocando, come sempre, da solo. Nel sogno sentiva l'odore del proprio sudore e dell'uva. E poi del sangue. Il sangue dell'uomo seduto a terra nell'ombra, le gambe allungate, le braccia appoggiate al suolo, la testa piegata sulla spalla. Il manico del coltellaccio che spuntava dal torace come un moncherino, l'aborto di un terzo arto. Nel sonno, l'uomo tir un respiro di ingenua meraviglia.
Come allora il cadavere alz la testa e come allora gli parl, e la cosa pi atroce fu che, come allora, gli parve naturale che gli parlasse. Nel sogno ancora una volta si gir e scapp; e all'uomo che il bambino era diventato sfugg un lamento dalle labbra addormentate.
Non sarebbe riuscito a scappare: cento, mille morti gli avrebbero parlato da bocche ignote, altrettante volte lo avrebbero fissato con occhi vuoti e avrebbero allungato verso di lui dita spezzate.
Fuori dalla finestra, la primavera aspettava.

3.

Al mattino presto passeggiava con piacere. Poca gente in giro, pochi rumori a parte i richiami lontani dei primi ambulanti. Senza incrociare sguardi, senza dover tenere la testa bassa per non mostrare la faccia.
Sapeva di avere un olfatto molto sviluppato. Non era una bella cosa, tanto per cambiare: erano molti di pi i cattivi odori che quelli buoni. Per, in mattine come quella, ben nascosto sotto le esalazioni che salivano dai quartieri imputriditi, c'era il profumo del verde della collina che vinceva sul mare. Gli ricordava gli odori del paese del Cilento, dove era nato e dove da ultimo era stato felice senza saperlo, Fortino: la natura primaria, rigogliosa, che accoglieva gli uomini come una madre.
Un sottile piacere e una preoccupazione: sapeva a che cosa andava incontro. La primavera, pensava Ricciardi camminando verso piazza Dante, cambiava le anime come le foglie degli alberi; piante rigorose e scure, forti e salde nella loro secolare attesa, in quella stagione impazzivano, esibendo fiori sgargianti, cos anche le persone pi equilibrate si mettevano in testa le idee pi bizzarre.
Nonostante avesse poco pi di trent'anni, Ricciardi aveva visto, e quotidianamente vedeva, di cosa era capace ogni singolo individuo, anche quello all'apparenza meno incline al male. Aveva visto, e continuava a vedere, molto pi di quanto avrebbe voluto e molto pi di quanto avrebbe chiesto: vedeva il dolore.
Il dolore che travolge, il dolore che si replica. La rabbia, l'amarezza, perfino l'ironia tronfia del pensiero che accompagnava la morte. Aveva imparato che la morte naturale chiudeva bene il conto con la vita. Non lasciava tracce sospese nei giorni a venire, tagliava tutti i fili e suturava le ferite, prima di mettersi in strada col suo carico, fregandosi le mani ossute sulla tunica nera. La morte violenta no, non ne aveva il tempo. Doveva partire in fretta. In quei casi si metteva in scena lo spettacolo, si proponeva agli occhi della sua anima la rappresentazione del dolore estremo: gli veniva riversato addosso, unico spettatore del putrido teatro del male umano. Il Fatto, lo chiamava. E il pensiero che la morte, nella sua partenza improvvisa, non aveva avuto il tempo di chiudere i conti, gli arrivava contro, a chiedere vendetta. Chi se ne andava cos, se ne andava con lo sguardo rivolto all'indietro. E lasciava un messaggio che Ricciardi raccoglieva, ascoltando quell'ultimo pensiero ossessivamente ripetuto.
I primi balconi si aprivano su piazza Carit cominciando ad animarla. Camminando verso la questura, Ricciardi si rese conto, come ogni mattina, che non avrebbe mai avuto scelta, poteva fare il suo mestiere e quello soltanto. Non avrebbe avuto la forza di ignorare il dolore voltandosi dall'altra parte, o di spendere i suoi soldi in giro per il mondo. Non si pu scappare da s stessi. Sapeva che i parenti lontani non si spiegavano perch lui, unico figlio del defunto barone di Malomonte, non facesse il barone di Malomonte sfruttando gli inserimenti sociali che quel nome gli avrebbe consentito; sapeva anche che la sua tata, la settantenne Rosa che lo accudiva sin dall'infanzia, avrebbe desiderato per lui la serenit, un po' di pace. Nessuno sapeva spiegare i suoi silenzi, la cupezza perenne che lo avvolgeva.
Ma a lui, Ricciardi lo seppe di nuovo, non era toccato di poter scegliere: doveva camminare controvento, investito dal transitorio, ultimo dolore dei morti che incontrava. Per poter fare il lavoro che la morte non aveva avuto il tempo di finire.
O almeno provarci.

Nell'aria placida del primo mattino, Ricciardi entr nel palazzo della questura. Il custode all'ingresso, semiaddormentato nella guardiola, prov ad alzarsi e a scattare in un saluto militare, ma riusc solo a far cadere la sedia con un secco rumore di legno che rimbomb nel cortile. Indispettito, rivolse il segno delle corna verso la schiena del commissario, che non aveva fatto nemmeno un cenno.
Al personale, guardie e impiegati, Ricciardi non piaceva molto; non perch si comportasse male o fosse troppo duro. Anzi, se c'era uno che copriva errori o negligenze, quello era lui. Piuttosto, non lo capivano. Il suo modo di fare, solitario e silenzioso, l'apparente mancanza di debolezze, l'assenza di qualsiasi notizia sulla sua vita privata non inducevano al cameratismo, alla solidariet. La straordinaria capacit risolutiva, poi, aveva del soprannaturale; e non c'era nulla che in quella citt facesse pi paura. Quindi si era diffusa e poi consolidata l'idea che lavorare con Ricciardi non fosse una buona cosa. Non di rado l'assegnazione a una sua indagine provocava istantanee malattie diplomatiche o, peggio ancora, si imputavano alla sua presenza spiacevoli eventi che con lui nulla avevano a che fare.
Una condizione che generava s stessa: pi Ricciardi creava attorno a s il vuoto, pi la gente era lieta di allontanarsi da lui. Il commissario pareva non accorgersi di quello stato di cose e tantomeno ne soffriva.
Con i superiori, il vicequestore e lo stesso questore, la faccenda non era diversa. Non erano tempi, quelli, in cui si poteva facilmente fare a meno di un uomo con grandi capacit. Sempre pi spesso Roma interferiva con l'autonomia della questura, e si doveva rendere conto dell'efficacia delle indagini con un colpevole da dare in pasto alla stampa. Il regime esigeva che l'immagine della vita fascista nelle grandi citt trasmettesse sicurezza e ottimismo: Ricciardi, con le sue rapidissime, irrituali soluzioni, era perfetto.
Ma il disagio che la sua presenza procurava era innegabile. Non era gradito e, quindi, non gli si riconoscevano meriti, e neppure gli erano concessi lo spazio e la carriera che i risultati avrebbero imposto. Non se ne poteva fare a meno ma non lo si premiava. D'altra parte, a Ricciardi non sembrava importare nulla della carriera. Era sempre immerso nel lavoro, sacerdote della giustizia pi che impiegato statale, seduto nel suo ufficio o mentre attraversava a piedi i quartieri pi sordidi, sotto la pioggia battente o nel caldo intenso dell'estate, alla febbrile ricerca della sorgente del dolore che lo soffocava.
Nel muro di diffidenza che lo circondava, c'era per almeno una persona sulla quale poteva contare.

4.

Il brigadiere Raffaele Maione beveva il caff affacciato al balcone, godendosi il panorama. In verit, non era proprio caff nella sua tazza; e non era nemmeno sicuro di ricordarne il sapore vero. E neppure si poteva chiamare balcone quella specie di piccolo davanzale con ringhiera che il proprietario della casa in vico Concordia aveva costruito una ventina d'anni prima, senza permesso. E in ultimo, la rete di viuzze buie che vedeva dipanarsi a dismisura, piene di fame e di squallidi traffici: ci voleva una bella fantasia, a chiamarla panorama.
Ma Maione aveva la fantasia, e pure l'ottimismo. Dio lo sa, se ce l'aveva. E Dio sapeva pure quanto ce n'era voluto, di ottimismo, per superare certi momenti della sua vita.
Mentre il buio cedeva alle prime luci dell'alba, Maione annus l'aria nel medesimo modo in cui qualche ora prima avevano fatto i cani. C'era un profumo diverso. Forse era la volta buona: che quell'inverno infinito fosse finito. Un'altra primavera: la terza senza Luca.
Ne sentiva la risata, certe volte. Una bella risata, sgangherata e rumorosa, che annunciava il suo arrivo. Chiss se non era stata proprio la sua risata, a perderlo. Non lo avrebbe saputo mai. Maione si guard la mano e poi il braccio: era bruno e corpulento, solido e forte nonostante i cinquant'anni.
Luca no, lui era biondo come la mamma, e come lei rideva sempre. Come lei? Era da allora, che Maione non sentiva ridere la sua Lucia. Certo, la vita continuava, e come avrebbe potuto fermarsi, con altri cinque figli da crescere? Per, ridere mai pi. Nelle sere d'inverno, quando i ragazzi dormivano e il tempo era sospeso, Luca arrivava allegro, a prendere ancora la mamma in braccio e a farla roteare come una bambola; o a sfottere lui, chiamandolo vecchio panzone, fiero nell'uniforme nuova di recluta della polizia.
In quella mattina ancora fredda, la primavera port al brigadiere l'odore del sangue del figlio. E il ricordo di come il delegato Ricciardi, quello strano giovane con cui nessuno voleva lavorare, si fosse chiuso da solo nella cantina col cadavere, per cinque lunghissimi minuti. E gli aveva portato l'estremo messaggio d'amore di Luca, usando parole di tenerezza che non poteva conoscere. Ancora adesso, dopo tre anni, rabbrividiva per l'amore e per l'orrore.
Da allora era diventato lo scudiero del commissario. Non consentiva a nessuno di parlarne male, di ironizzare su di lui. Era anche il custode della particolare procedura di Ricciardi, che prevedeva un primo solitario sopralluogo sulla scena del delitto. Maione allontanava tutti mentre il commissario entrava in sintonia con quello che era successo; e ne era anche il confidente, per quel poco, pochissimo che Ricciardi era disposto a confidare. Si trattava di ragionamenti ad alta voce sull'indagine in corso, ma da essi trasparivano tratti della persona che Maione intuiva, con la sua semplice esperienza. Ogni volta come se fosse una questione sua, un suo dolore, una sua infamia da vendicare, un torto subito da riparare. Non come gli altri, che indagavano per soldi, carriera o potere: ne aveva conosciuti tanti. Non come gli altri.
Quel mattino Maione pens che Ricciardi non era poi tanto pi anziano del suo Luca, forse una decina d'anni, poco pi. Per gli sembr un vecchio di cent'anni, solo, come un condannato.
Passandosi una mano sulla guancia gi ispida un'ora dopo essersi rasato, Maione pens all'improvviso che proprio per quella condanna il commissario era stato in grado di recapitargli le ultime parole del figlio.
Rientr in casa. Era ora di andare al lavoro.

5.

Odiava quel posto, eppure non riusciva a farne a meno. Mentre aspettava, Emma rifletteva su questo; ci aveva provato pi volte, ma non riusciva a farne a meno. Odiava la torma di ragazzini urlanti. Odiava la scala stretta e ripida che portava fino all'ultimo piano, la lacera umanit che si incontrava: i miserabili inquilini del palazzo e gli avventori che incrociava e che si facevano da parte per lasciarla passare.
Lo capiva: si vergognava anche lei. Non che ci fosse mai stata, ma immaginava che fosse cos anche nei bordelli, dove a farsi riconoscere si rischiava di dissipare una fama integerrima costruita con fatica.
E poi, l'odore. Aglio, cibo rancido. E urina, come retrogusto. Urina per la strada, nell'androne, nell'appartamento. A volte portava dei fiori, ma venivano accolti con il sospetto che nascondessero l'implicita richiesta di risparmiare. Li portava solo per respirarci dentro e fuggire dall'odore. Certo, la donna era vecchia, e i vecchi non si controllano. Lei era felice di essere giovane e intendeva restarlo il pi a lungo possibile. E bella. E ricca. E desiderata. Adesso, poi, che aveva trovato l'amore vero, la vita era ancora pi bella e il futuro radioso. Lo dicevano tutti, da qualche anno: il futuro della nazione era pieno di luce. E quindi perch non il suo? Quanto ancora avrebbe dovuto pagare, per un errore commesso da altri e che lei scontava?
Le serviva un ultimo viatico, l'estrema autorizzazione del destino. Era certa dei suoi sentimenti, ma non poteva permettersi di sbagliare ancora. Non pi.

Nell'appartamento faceva caldo. Era uscita con il soprabito pesante, il folto collo di pelliccia, il vezzoso berretto da pilota con i paraorecchie, rinunciando all'autista e all'automobile. L'ultima volta aveva letto nell'uomo commiserazione e fastidio per la lunga attesa in mezzo alle decine di scugnizzi che cercavano di scalare l'imponente veicolo, come una montagna di ferro. Si sbotton il cappotto. Avrebbe voluto fumare, ma la vecchia non gradiva. Dov'era? Quanto avrebbe dovuto aspettare, per cominciare a vivere?

In piedi, alla finestra del suo ufficio, Ricciardi osservava piazza del Municipio. La strada era ancora bagnata per l'acquazzone della notte, ma adesso il cielo era azzurro, sgombro di nuvole. Una lieve brezza portava l'odore del mare.
Gli alberi dei giardini della piazza erano ben modellati per offrire un riparo alle panchine in ferro battuto. I quattro chioschi verdi raccoglievano clienti, giornali e bibite.
Qualche carrozza, quattro automobili, un furgone. In lontananza, al di l della piazza, i tre fumaioli del piroscafo inglese da crociera che era ormeggiato da qualche giorno. Su tutto, la mole del Maschio Angioino.
Pochi vivi. Nessun morto. Ricciardi si concesse un respiro profondo e trattenne l'aria. Espir lentamente. Si gir verso la stanza, la citt alle spalle; di fronte a lui, "la cella di Ricciardi ": il personale chiamava cos il suo ufficio.

La donna assisteva di nuovo al rito, il cuore in gola, il solito battito nelle orecchie. Un milione di volte si era detta che erano tutte fesserie, e un milione e una volta aveva provato quelle sensazioni belle e terribili. Il destino. Guardava il destino prendere forma.
La vecchia era stata l'unica. Prima ne rideva, quando le amiche annoiate le raccontavano di come riempivano i pomeriggi senza amore, inseguendo il sogno di un domani pi vivo; le era anche capitato di accompagnarne qualcuna e si era trovata davanti a recite ridicole, streghe da palcoscenico con inservienti che si fingevano fantasmi e che facevano sentire lugubri voci dall'aldil. Solo che l'aldil era un'intercapedine di legno, nemmeno tanto ben nascosta da una tenda semiaperta.
Poi un giorno aveva conosciuto Attilio, dopo il teatro, c'era andata da sola come al solito, e quella stessa, magica sera, il casuale incontro con la vecchia. Si era avvicinata, trascinando il passo, lei l'aveva scambiata per una mendicante e ignorandola stava per passare oltre. Ma quella le aveva afferrato il braccio, e allora si era fermata, interdetta. Poi, con la voce graffiata che tante volte in seguito avrebbe ascoltato con avidit, le aveva detto senza mezzi termini che era infelice perch aveva il cuore vuoto.
Quella frase: il cuore vuoto. Come poteva sapere che era proprio cos che pensava a s stessa, una donna col cuore vuoto? Attilio era intervenuto, irruento, cos vigoroso e bello, all'improvviso, sotto il portico del teatro e poi nella pioggia. Aveva allontanato la vecchia, senza bonomia, con esagerato risentimento. Quella per, prima di lasciarla, le aveva sussurrato un indirizzo. E lei c'era andata il giorno dopo. E da allora cento altri giorni, sempre, per seguire le strade che le indicava, per sciogliere i dubbi, per superare i bivi di fronte ai quali era sempre stata incerta. Le era diventata necessaria anche per respirare, le dava quel poco che chiedeva, le avrebbe dato il doppio, il triplo, anche di pi. Si pagava la forza di vivere.
Anche adesso si trattava della vita. Aspettava un responso definitivo, ma dentro di s gi conosceva la risposta: avrebbe potuto sentirsi viva forse per la prima volta, avrebbe potuto scegliere di amare. Strinse le gambe al pensiero delle mani di lui, le calze frusciarono lievemente e se ne vergogn, convinta com'era che la vecchia le leggesse senza sforzo nel pensiero. Ma quella si stava sedendo con fatica al tavolino, sofferente: le ossa, certo. Le arriv una zaffata di aglio e di urina, sbatt piano le palpebre. Le dita deformi andarono verso il mazzo di carte untuose. Lei trattenne il fiato.

6.

Non c'erano tendaggi n candele, nell'appartamento. Nessuna concessione allo spettacolo, tranne i modesti fiori della tappezzeria alle pareti. Era una delle prime cose che aveva notato e che l'avevano sorpresa, quando era arrivata la prima volta, col fiato corto per le ripide scale e l'odore stantio. Una casa semplice, per quello che aveva potuto vedere: una stanza che dava su una piccola cucina, una porta chiusa.
Con la solita, sorprendente rapidit delle dita contorte, la vecchia mischiava il mazzo sussurrando qualcosa: Emma non aveva mai capito cosa dicesse e non lo voleva sapere. Dopo aver recitato la sua formula oscura, sput sulle carte, tre volte. Ricordava chiaramente il disgusto che aveva provato il primo giorno che gliel'aveva visto fare. Era stata tentata di alzarsi e scappare via, ma la forza di quei gesti l'aveva resa impotente. Le gocce di saliva erano sparite subito, cancellate dalle mani abili e dalle stesse carte che scivolavano una sull'altra. A un tratto, con l'eleganza di un croupier, le porse il mazzo per farglielo tagliare. Emma sospir, aveva le mani sudate. L'altra prese la met delle carte e le pos sulla tovaglia macchiata. Con le restanti fece otto mazzetti che ordin in croce, poi la fiss. Dopo un lungo momento in cui la donna si sent come sempre affondare in un mare di petrolio, indic alla vecchia il mazzetto al centro della croce. Quella assent restando sempre in silenzio. Da quando era arrivata non era stata detta una sola parola.
Con il movimento repentino che non mancava mai di farla sobbalzare, la vecchia batt un pugno sul mazzo che Emma aveva indicato, gracchiando: - Munacie', damme voce!
Dal balconcino due colombi si alzarono in volo, spaventati. Nella strada, tre piani pi in basso, lo strepito dei ragazzi si ferm. Il tempo si arrest, mentre la donna assisteva di nuovo a una magia in cui credeva ciecamente e con tutto il cuore.
La vecchia adesso aveva le palpebre chiuse e respirava forte, le labbra serrate, i capelli bianchi raccolti in una crocchia, i pugni stretti sul tavolo. Poi si distese, respir profondamente e alz la prima carta del mazzetto prescelto.
Il re di denari.

Filomena Russo usc dal basso, stringendo il nodo del fazzoletto sul collo; sentiva freddo, l'inverno quell'anno le sembrava eterno. Il vento gelido la percosse, mentre si fermava a chiudere col chiavistello la porta di legno. " Puttana", vide scritto col gesso. Maledetti, pens. Maledetti.
Vico del Fico era un budello, una rientranza a met di una delle salite dei Quartieri Spagnoli. All'ingresso, un'edicola della Madonna dell'Assunta, qualche fiore per la speranza di grazie mai ricevute; poi una piazzetta, invisibile dalla strada: cinque bassi brulicanti di vita sormontati dalle finestre alte e buie di antichi palazzi semivuoti. La luce del sole per poche ore al giorno, per il resto l'umido e l'ombra erano i padroni. Un piccolo paese nel cuore di una citt, e lei straniera in quel paese.
A testa bassa, il bavero alzato a coprire met della faccia. Il fazzoletto per l'altra met. Il vecchio soprabito da uomo, reso informe dall'uso, scarpe con la suola di cartone, attenta a evitare le pozzanghere, altrimenti i piedi sarebbero rimasti bagnati per tutto il giorno. E i piedi le servivano, dovendo sostenerla per la lunga, faticosa giornata nel negozio di tessuti di via Toledo. Camminava svelta, guardando a terra, lungo il muro. Sentiva addosso gli occhi ostili che la seguivano dalle finestre. Sentiva l'odio.
Per fortuna quella sera sarebbe rientrata prima di suo figlio: avrebbe potuto cancellare la scritta, era gesso o calce, sarebbe bastata l'acqua. Era gi accaduto in passato, un infame l'aveva incisa col coltello, e lei aveva dovuto grattare per un'ora. Gaetano aveva chiesto. Niente, aveva risposto. Niente. Non hanno che pensare.
Dietro il bavero sorrise ironica. Puttana lei, che da due anni la mano di un uomo non l'accarezzava, lei che rifuggiva dagli sguardi. Puttana lei, che aveva avuto un solo uomo e uno ne avrebbe avuto per sempre, perch il suo Gennaro era morto e altre mani addosso non ne avrebbe sopportate.
All'angolo del vicolo, come ogni mattina, era fermo don Luigi Costanzo. Avrebbe voluto scansarlo, ma una volta che aveva cambiato strada, lui era venuto la sera a bussare alla porta del basso. L'aveva presa per il braccio, facendole male e sibilandole sulla faccia spaventata: non lo fare mai pi, ti vengo a prendere dove stai.
Gaetano guardava dall'ombra, un urlo negli occhi e non sulla bocca. Lei lo aveva rassicurato con un cenno, non temere, figlio mio bello, non ti preoccupare: adesso questo bastardo se ne va. Era giovane, don Luigi, ma si diceva ne avesse gi ammazzati due: un guappo in carriera e un futuro capoquartiere. Sposato, due figli in due anni: e allora, che voleva da lei? Mi hai fatto perdere la testa: ti devo avere. E come te l'ho fatta perdere questa testa? Se non ti ho mai nemmeno guardato? Se faccio la vita della schiava e lavoro dalla mattina alla sera, per dare da mangiare a mio figlio, per permettergli di imparare un mestiere, di campare, di avere un futuro?
E lo aveva cacciato, minacciando di mettersi a urlare, di svergognarlo, di farlo sapere alla giovane moglie o, peggio, al suocero, il vero capoquartiere. Se n'era andato. Prima aveva sorriso al ragazzo, il sorriso di un diavolo. Ma che bel giovane, aveva detto. Carne tenera, per un coltello. Filomena aveva pianto per tutta la notte.

La vecchia gir la seconda carta. Sette di spade. La mano contorta come un ramo di quercia secolare ebbe un tremito, le sopracciglia si unirono. Emma trattenne il respiro.
Aglio, urina. Le urla dei ragazzi nella strada. La morfologia del destino.
Filomena affrett il passo, per quanto glielo consentivano le scarpe rotte e le pietre bagnate. Cerc di evitare l'uomo, ma lui fece un rapido movimento laterale e le si par davanti. Lei si blocc, a testa bassa, il volto nascosto dal bavero. Lui emise un ridicolo suono con la bocca, mimando un bacio prolungato. Lei rimase immobile, aspettando. Lui lev di tasca la mano, allungandola verso di lei, che fece un passo indietro. Poi disse: Filome',  questione di tempo. Di tempo, pens lei. Lui disse, ridendo: e che fai, cos coperta? Pare che ti vergogni. Ti vergogni? Lei lo scans e si avvi veloce verso via Toledo. S, pens: mi vergogno. Filomena Russo si vergognava del suo peggior difetto, della sua condanna. Filomena Russo era la donna pi bella della citt.

La vecchia gir la terza carta: un asso di coppe. Le labbra serrate. Una mosca batt sul vetro della finestra e sembr uno scoppio. Emma si rese conto di avere la propria mano sul collo, ne percep il battito improvviso. Aveva i piedi gelidi. Un'altra carta, la quarta: il cinque di spade. L'espressione della vecchia non cambi, ma la mano le tremava.
Col tempo aveva imparato quale carta rappresentava lui, l'uomo che amava: il cavallo di bastoni. Era sempre uscita, fin dall'inizio, sempre presente insieme a quelle che incitavano alla fuga, al cambiamento, alla vita. Perch stavolta, proprio stavolta che aveva deciso, non si presentava?
La vecchia gir l'ultima carta, l'ultima possibilit. Non era un cavaliere n un re. Era la donna di denari. Con raccapriccio Emma si accorse che dall'occhio della vecchia scendeva una lacrima.

Filomena aspettava che la prima cliente entrasse nel negozio di tessuti dove lavorava. Ferma all'angolo della strada, infagottata nel soprabito e col fazzoletto stretto in testa, indifferente al vento. Avrebbe volentieri sentito sulla pelle il tepore della grande stufa del negozio, di sicuro gi accesa, ma non poteva ancora entrare. Sapeva che il signor De Rosa, proprietario del magazzino, teneva molto a rendere il locale confortevole fin dall'apertura, convinto com'era che le clienti infreddolite si fermassero cos pi volentieri a scegliere e quindi a comprare.
Ma sapeva pure che il signor De Rosa, cinquantenne e gi nonno, gi da tempo la minacciava. Filome', ti caccio: se non vieni con me, e subito, io ti caccio. E invece se ci stai ti faccio ricca, regali, gioielli: mi hai stregato, Filome'. Mi hai fatto uscire pazzo e mi devi guarire.
Parlare con la moglie sarebbe stato inutile: la sua parola contro quella di un uomo rispettabile, stimato per la seriet e l'amore per la famiglia. Nella migliore delle ipotesi, l'avrebbe mandata via in malo modo, e lei il lavoro non poteva perderlo, non finch Gaetano era ancora un apprendista: sarebbe stata costretta a fargli fare un mestiere di bassa forza, col quale avrebbe patito la fame per tutta la vita. E Gaetano veniva prima di ogni cosa.
Diritta all'angolo della strada, con tutta la sua bellezza celata in un vecchio soprabito, Filomena Russo aspettava e piangeva muta.

7.

Ricciardi lasci l'ufficio alle otto di sera. Non si era concesso molte pause; verso l'una era sceso a mangiare una pizza dall'ambulante, attratto dalla colonna di fumo della pentola d'olio che serviva da insegna. Tata Rosa non solo non avrebbe approvato la scelta, ma avrebbe borbottato per ore: non ci tenete alla salute. Tanto vale spararsi un colpo in testa, avrebbe aggiunto. Meglio dire che aveva saltato il pasto.
Non era stata una buona giornata. L'aveva trascorsa a compilare moduli, che sarebbero poi passati di tavolo in tavolo all'infinito. Spesso gli capitava di sentirsi un povero ragioniere nemmeno in grado di capire le formule fisse con le quali descriveva il male che incontrava, e che cercava di razionalizzare. Come se le perversioni, le emozioni sanguinarie, la rabbia e l'odio si potessero verbalizzare.
Non che gli mancassero i delitti: piuttosto l'azione, l'aria aperta, il movimento. Non era a suo agio chiuso fra quattro mura, anche se consapevole di cosa lo aspettasse l fuori; era sempre stato cos. Un retaggio del collegio dove aveva vissuto l'adolescenza, probabilmente. Come allora la gente lo evitava, avvertiva sulla pelle il dolore innaturale che covava dentro: anche in un ambiente di ragazzi crudeli, pronti a flagellare ogni minima diversit, lui navigava solitario e indisturbato. Non ricordava di averne mai sofferto troppo, tutto sommato stava meglio cos. Quando si conosce il Fatto, pensava, cosa racconti a un amico? Quello che ti dicono i morti?
Il corridoio era buio, quasi tutti erano andati a casa. Ogni giorno era cos, il primo ad arrivare e l'ultimo a uscire.

Sapeva cosa avrebbe visto e infatti li vide: in piedi sul secondo gradino dell'ampia scalinata deserta, fianco a fianco, uno sotto il braccio dell'altro come due vecchi amici. La guardia e il ladro, come nei giochi dei bambini.
A loro modo, costituivano una rarit nell'ambito del Fatto: erano passati due anni e Ricciardi li vedeva ancora, vagamente luminescenti nella penombra; forse l'enormit della sorpresa, forse l'essere in due. Ricordava bene l'evento, aveva fatto epoca: un piccolo pregiudicato, arrestato per una rissa, aveva sottratto la rivoltella a una delle due guardie che lo conducevano in cella e si era sparato alla tempia. Fatalit: il colpo gli aveva trapassato la testa e non si era fermato, colpendo anche la guardia alla sua sinistra.
Nel passare accanto alla coppia, Ricciardi per l'ennesima volta sent quello che continuavano a ripetere senza sosta. Il pregiudicato diceva: Non ci torno, io l dentro non ci torno, la guardia: Maria, Maria, che dolore. Non la Madonna, la moglie.
Il lato destro della testa del galeotto, quello trafitto dalla pallottola, era devastato: il largo foro, la pelle bruciata su tutta la faccia, l'orbita svuotata dell'occhio esploso, materia cerebrale schizzata sulla spalla e sul torace. A sinistra solo una piccola ferita da dove il proiettile era uscito per conficcarsi nella testa della guardia: aveva l'occhio destro arrossato come se gli fosse entrato un moscerino, invece era un riflesso del sangue che gli aveva inondato il cervello. Ricciardi sussurr a fior di labbra: - Maria, che dolore, - insieme alla guardia morta, come la fine di una barzelletta conosciuta. Pass in fretta dal portone accostato, non ricambiando l'espressione ostile del custode che lo aveva salutato militarmente. Aveva bisogno d'aria.
Anche a quell'ora della sera, con negozi e caff ormai chiusi, via Toledo brulicava di vivi e di morti. Da sessant'anni l'avevano chiamata via Roma, ma per la gente della citt il nome della strada non era mai cambiato: Toledo era quando gli spagnoli l'avevano fatta, Toledo era rimasta, mentre Ricciardi l'attraversava facendosi largo tra i mendicanti che chiedevano pane, soldi, attenzione.
Qualsiasi appellativo le si volesse dare, il nome di quella strada era "confine". Un limite che divide due popoli diversi come il giorno e la notte, in perenne, tacita guerra. Ognuno, tra quelli che tentavano di abbrancargli la falda del cappotto, pensava di essere titolare di una condizione particolarmente disgraziata. In realt gli infiniti colori della passione rimontavano a quelle due necessit primarie: assicurarsi l'immortalit con la procreazione e sfamare s stessi e la propria famiglia. Potere e prevaricazione, onore e orgoglio, agio e invidia: tutti figli di fame e amore.

Enrica cenava mentre il padre e il cognato discutevano. Era abituata a quelle lunghe tirate politiche che accompagnavano il pasto serale: sia lei, che era la figlia maggiore, sia la mamma e i fratelli avevano ormai capito che non era possibile evitarle, n tantomeno intervenire o cambiare discorso; tanto valeva mangiare, e lasciare che dopo cena continuassero la loro discussione vicino alla radio. Lei aspettava impaziente quel momento, per tutto il giorno e forse anche di notte, piena di desiderio come nei suoi sogni. Era diventata abilissima a fingere di seguire la discussione, mentre invece rincorreva i suoi pensieri. Non vedeva l'ora che la cena finisse e che se ne andassero tutti nel tinello lasciandola a rigovernare. Era un'abitudine che le piaceva: il carattere caparbio e docile, introverso e sensibile l'aveva da sempre resa ordinata e precisa. Amava la pulizia e il rispetto dei ruoli, e la cucina era il suo piccolo regno. Non voleva aiuto, non voleva gente attorno.
E poi, aveva un appuntamento.

8.

Ricciardi mangiava e tata Rosa lo guardava mangiare.
Cos ogni sera. Lui avrebbe voluto che lei si fosse gi ritirata, giacch aveva settant'anni ed era sveglia dall'alba. Lei non derogava al principio di non andare a dormire senza prima aver visto il suo piatto pulito. Lui avrebbe volentieri evitato le solite pietanze. Lei si lamentava di non potergli cucinare qualcosa di diverso. Lui avrebbe voluto far riposare la testa. Lei trascorreva la giornata a caricare le batterie delle proprie lamentele, e aspettava il suo ritorno per scaricargliele addosso. Un idillio insomma, pensava Ricciardi mentre mangiava senza assaporarla, per la terza volta in sei giorni, la pasta col passato di pomodoro.
- Una vita sbattuta, sbattutissima quella che fate. Guardate l, i capelli tagliati ieri e un'altra volta il ciuffo davanti al naso. E poi, pallido pallido che sembrate un fantasma, - e Ricciardi fece una smorfia. - Ma lo vedete mai il sole? Oggi, per esempio, si sente un profumo che viene dal bosco di Capodimonte che  una bellezza, ma siete andato un poco almeno nei giardinetti di fronte alla questura? No, eh? Lo sapevo. Ma che deve fare una povera vecchia come me, deve chiudere gli occhi dannata sapendo che vi lascia in mano a nessuno? Non ve la volete trovare, una bella guagliona per farvi una famiglia, cos mi mettete in un ospizio e mi fate morire in pace?
Ricciardi assentiva gravemente, talvolta alzando la testa dal piatto per manifestare compenetrazione nelle disgrazie della sua tata, cui era toccata l'orribile sorte di dover badare a lui. In realt non aveva sentito una sola parola. Tuttavia avrebbe potuto ripetere la litania con assoluta
fedelt, per le migliaia di volte che l'aveva ascoltata. Pensava ad altro, come al solito, e affrontava la tata come si fa con la pioggia: si aspetta che finisca cercando di bagnarsi il meno possibile. Se avesse provato a interloquire, per l'intera serata avrebbe dovuto convincere Rosa che la sua vita era quella che voleva vivere.
E poi, aveva un appuntamento.

Enrica rigovernava. L'intera famiglia si era trasferita in tinello, in quell'allegra quotidiana transumanza che allontanava il rumore e il disordine dal suo reame, e le permetteva di rimirare soddisfatta ci che aveva intorno.
Non era bella, non l'avreste degnata di un secondo sguardo, vedendola passare per via Santa Teresa mentre andava a messa, o a comprare la verdura dal carrettino all'angolo. Alta, scura di carnagione, portava lenti da miope con la montatura in tartaruga. Aveva ventiquattro anni e non era mai stata fidanzata. Non era bella,  vero, e non si curava della moda: ma aveva una sua grazia, nel sorridere o nei movimenti lenti e precisi, col suo modo attento di fare le cose con la mano mancina.
Aveva studiato da maestra e al mattino dava lezioni private, in casa, ai ragazzini che le famiglie disperavano di tenere a scuola; lei, senza alzare la voce n ricorrere a punizioni, sapeva addomesticare anche le bestiole pi selvatiche. Il padre e la madre, preoccupati, parlavano spesso del fatto che non avesse un fidanzato, ma avevano smesso di combinare incontri con figli di amici. Lei, con cortesia e fermezza, non aveva mai dato seguito a quelle conoscenze.

Ricciardi era entrato nella sua stanza, la retina sui capelli, le mani nelle tasche della giacca da camera. Il vecchio lume a olio del comodino gettava una luce gialla sui pochi mobili: una sedia, il piccolo scrittoio, l'armadio a due ante. Stava in piedi, vicino al letto, le spalle alla finestra: sentiva le mani fredde e sudate, il battito del cuore gli martellava le tempie.
Tir un lungo sospiro, si gir e fece due passi avanti.

Enrica scorse il bagliore del lume dietro i vetri della finestra, dall'altro lato del vicolo angusto. Cinque metri, non di pi: un calcolo che aveva fatto mille volte. E circa un metro pi in alto, a dire tanto. Una distanza che sembrava infinita. Non avrebbe cambiato con nessuna sensazione quel minuto d'attesa, da quando si accendeva il lume allo stagliarsi della sagoma di lui. Era come aprire una finestra e aspettare il soffio d'aria sul viso, avere sete e portarsi il bicchiere alla bocca. Quella figura in controluce, le braccia conserte o stese lungo il corpo, forse con le mani in tasca. Immobile. Non un gesto, non un richiamo, non un tentativo di stabilire un contatto se non quello di esserci, ogni sera, alle ventuno e trenta. Non sarebbe mancata per niente al mondo. E con calma, la sua calma, con gesti morbidi finiva di rigovernare, poi sedeva sulla poltrona vicino al balcone della cucina, prendeva in grembo il telaio sul quale ricamava o il libro che stava leggendo. Avvolta da quello sguardo, sorrideva e aspettava.

Ricciardi la guardava ricamare. E le parlava, le raccontava le sue angosce, e lei lo aiutava a sciogliere il groviglio dei pensieri. Certo che era strano. Attraverso i vetri delle due finestre, seguiva i gesti lenti di cui si era innamorato, oltre un anno prima. Le sue movenze, la lettura, il ricamo. Lei. Pensava di non aver mai visto niente di pi bello, da quando era nato: il modo in cui la ragazza ricamava. Eppure non sarebbe stato capace di avvicinarla: l'uomo impassibile di fronte ai delitti pi turpi, era terrorizzato all'idea. Ci si era trovato di fronte per caso, alcuni mesi prima, al carrettino della verdura, e se l'era data a gambe in maniera indecorosa, lasciandosi dietro una scia di broccoli. Lei l'aveva guardato, chinando il capo di lato in quella posa che gli era cos familiare, aveva stretto gli occhi dietro le lenti cerchiate di tartaruga. E l'uomo senza paura era scappato.
Se sapessi, amore mio.
Se tu solo potessi immaginare.
A cinque metri di distanza, la ragazza che sapeva aspettare ricamava, punto dopo punto; e sul telaio, oltre al lenzuolo di un ottimistico corredo, vedeva due occhi verdi sconosciuti e cos familiari a un tempo. Pensava che se due strade sono destinate a unirsi, prima o poi si uniranno, anche se dopo molti chilometri. E ritornava anche, con una certa vergogna, alla visita di due giorni prima, quando, convinta da un'amica, si era lasciata trascinare in quel luogo strano, dove mai avrebbe pensato di entrare. Ricord le domande che aveva fatto e le risposte che le erano state date, senza incertezze, come se fossero impresse in un libro scritto in un futuro lontano.
Ricamando col capo chino su un lato, Enrica pensava a qualcosa che Ricciardi non avrebbe mai immaginato.
Pensava al cavallo di bastoni.

9.

Il palcoscenico, la polvere, le luci. Questo voglio sentire, questo voglio respirare. Da piccolo ero povero, avevo freddo e fame; per gi sapevo che mi avrebbero applaudito, che li avrei sbalorditi, commossi. Sono sempre stato bello, ho sempre saputo raccontare, incantare con le parole. Nessuno, come me. Me lo ha sempre detto mia madre.
Quanta fatica ha fatto, mia madre, per non farmi mai mancare l'entusiasmo, il coraggio di provarci. Ho cantato e ballato, alle feste, ai matrimoni. Tra ignoranti che non apprezzavano quello che stavano vedendo. La magia delle parole, la magia dei gesti: la mia passione. La voce  uno strumento. Lo so che sono bello. Lo sono sempre stato. Mia madre me l'ha detto per prima, e ne ho trovato conferma.
E la bellezza  stata la mia rovina, il mio limite. Piaccio alle donne, e gli uomini si rodono per la gelosia. La vita  un teatro, mi dice mamma: a modo suo, recita pure lei. Figlio mio, mi dice, quante volte ho fatto finta, non te lo puoi nemmeno immaginare. Ma ogni volta gli applausi me li faccio da sola, per i soldi che mi ritrovo in tasca. Fai come me. I soldi: sono quelli l'applauso.
Cos dice mamma, ma io non la penso cos. Secondo me, se sei bravo ti devono applaudire tutti: non pu essere un solo animale presuntuoso a mettersi fra te e il successo che meriti. E allora, io cercher di comprarmi una compagnia e, se serve, anche un teatro intero.
E allora vedremo.

Concetta Iodice stava affacciata alla finestrella che dava sul vicolo. Era tardi, Tonino avrebbe dovuto essere di ritorno da pi di un'ora, la pizzeria ormai era chiusa da tempo. Le aveva detto di avviarsi a casa, perch aveva una commissione da fare. Non avrebbe mai messo in discussione un ordine del marito, ma l'aveva gettata nell'ansia, nella preoccupazione.
Proprio per il suo carattere allegro, il pizzaiolo era facile a leggersi. Quando qualcosa non andava, Concetta e la vecchia suocera Assunta se ne accorgevano immediatamente e si scambiavano uno sguardo d'intesa; era gi qualche giorno che sentivano quella nota stonata. Sapevano che gli affari non andavano come avevano sperato, e che il debito contratto per l'apertura del ristorante era forte; forse erano quelle, le angustie dell'uomo. Tonino non cantava pi quando si radeva, saliva adagio le scale, trascinando i piedi, salutava distratto, e il giorno prima aveva dato uno schiaffone al figlio grande, che lo aveva chiamato ad alta voce. Non era mai successo.
Assunta raggiunse Concetta alla finestra.
- I bambini dormono. Lui non si vede?
Senza girarsi, la donna fece una smorfia con la bocca, sollevando il capo. L'ansia le mordeva il petto. La suocera le pos una mano sulla spalla, lei gliela strinse. Il comune amore, la comune paura.
Quando lo vide girare l'angolo sent il sollievo salirle per la gola: ma fu un attimo. L'andatura strascicata, le spalle piegate. Sembrava un vecchio. Corse alla porta, l'apr: dietro di lei, nell'ombra, Assunta si tormentava le mani. I passi lenti sulle scale, nel silenzio del vecchio palazzo buio. L'ultima rampa. Concetta cerc gli occhi di Tonino, il desiderio e la paura di guardarci dentro.
Pallido, sudato, i capelli attaccati alla fronte sotto il berretto, Tonino fissava il vuoto. Super la moglie, le serr piano il braccio. La donna avvert sul polso il calore della mano.
- Non mi sento bene, un poco di febbre, forse. Mi metto a letto.
Concetta guard a terra. Il marito aveva lasciato un'orma, come se avesse avuto le scarpe bagnate.

A vederli, sembravano due bambini come tutti gli altri. Come quelli dei Quartieri Spagnoli o delle strade vicino al porto: si muovevano a stormi, come uccelli, rumorosi e vivaci, le femmine indistinguibili dai maschi e tutti ugualmente sporchi e vestiti di stracci; non come quegli altri, monotoni, piccoli marinai o balilla che marciavano come soldati per piazza del Plebiscito. Questi avevano i capelli rasati a zero per i pidocchi e i piedi scalzi con scorze sulle piante pi dure del cuoio, viola d'inverno per i geloni, fasciati alla meglio con pezze sdrucite.
Gaetano e Rituccia erano cresciuti insieme. Anche se i loro corpi erano ancora acerbi, quasi tredici anni lui e dodici lei, bastava guardarli negli occhi per indovinarne l'et. Vecchi. Erano vecchi per quello che ricordavano, per quello che avevano visto e che vedevano.
Avevano memoria vaga di un tempo pi felice, vivi ancora il padre di lui e la mamma di lei, e loro nello stormo di uccellini che si alzava nello stesso volo ogni mattina, tra i vicoli che erano la loro casa. Ma era un tempo lontano, quando parlavano fitto seduti sulle scale della chiesa di Santa Maria delle Grazie, chiedendo all'occasione qualche spicciolo alle anziane frettolose della messa di mezzogiorno. Adesso, da quando Gaetano lavorava da apprendista muratore, riuscivano di rado a parlare; ma non ne avevano bisogno, esperti com'erano a capire se c'era qualcosa di nuovo, dalla ruga sulla fronte di lui, dagli angoli della bocca di lei. Si comportavano come quelle coppie che si conoscono tanto bene da comunicare solo a gesti.
La sera, prima di rientrare, stavano seduti a terra sotto i portici della Galleria Umberto primo, proprio come adesso. In silenzio, cercavano il coraggio di tornare a casa.

Concetta Iodice era rimasta a fissare il marito dormire, senza prendere sonno: aveva paura che la febbre gli salisse, che stesse male senza che lei se ne accorgesse. Questo l'aveva sempre terrorizzata; suo padre se n'era andato cos, di notte, mentre la mamma, lei e i fratelli dormivano sereni. La sera c'era e la mattina dopo non c'era pi: aveva lasciato quel povero vestito consunto, con una palpebra aperta a met e una chiusa, la lingua nerastra che pendeva dalla bocca aperta. Riverso a terra, di fianco al letto: forse aveva cercato aiuto e nessuno l'aveva sentito.
Allora Concetta stava li sulla sedia vicino al letto, e guardava Tonino Iodice, titolare dell'omonima pizzeria e ristorante, portare avanti faticosamente il suo sonno travagliato. Si girava, si lamentava, si copriva e scopriva. Il viso terreo, i capelli sulla fronte sudata, le labbra strette in una smorfia. Forse stava sognando. Concetta si sforzava di capire se articolasse qualche parola, ma udiva solo lamenti. Sospir e si alz, attenta a non fare rumore. Prese la giacchetta di Tonino, per riporla nell'armadio. Pens al disordine del marito, e a quante volte era costretta a raccogliere indumenti in giro per casa. Dalla tasca cadde un foglio di carta. Concetta si chin a raccoglierlo.
Non sapeva leggere, ma cap che si trattava di una cambiale con la firma di Tonino. In evidenza, come un bollo della posta, una larga impronta rossa. Gir la testa di scatto verso il marito addormentato e squadr inorridita la sua grande mano di onesto lavoratore, le dita sporche di sangue rappreso.

10.

Anche con la porta aperta la luce era debole. Silenzio: solo qualche cigolare di cardini, qualche finestra che lasciava entrare l'aria nuova. La lama del coltello mand un lampo che nessuno vide. Non ci fu nemmeno un lamento.

Donna Vincenza scendeva molto presto, nel vicolo. Le dava fastidio tenere il pitale pieno fino a tardi, e poi le faceva piacere fare due passi. L'inverno non pareva mai finire, le finestre dovevano ancora restar chiuse per ripararsi dall'umido della notte che entrava nelle ossa: era da mesi che camminava curva, sembrando ancora pi vecchia di com'era. Quell'ubriacone del marito, invece, per svegliarsi aspettava la campana della chiesa; per fortuna suonava cos forte e cos vicino che gli faceva fare un balzo dal letto e cominciare la giornata con una bestemmia.
Usc dal portoncino, stringendosi lo scialle attorno alla testa. Pass colpitale in mano davanti al basso serrato di Rachele e pens alla poveretta morta un anno prima lasciando una figlia cos piccola. Meglio lei che io, per. Percorse qualche altro metro, verso il tombino che chiudeva il pozzo nero: si accorse che la porta del basso della puttana era socchiusa; strano, donna Vincenza sapeva che il primo a uscire era il ragazzo, andava da quel loro parente capomastro per imparare il mestiere. Poi la puttana, a rovinare chiss quale famiglia, nel negozio di Toledo.
La donna non resistette alla curiosit e si avvicin allo spiraglio. Appoggi la mano allo stipite e la porta si apr. Guard dentro, e quando il fiato le torn, cominci a urlare.
Il brigadiere Maione camminava svelto. Non che avesse fatto tardi, anzi, era in anticipo: gli piaceva fare con comodo, preparare il surrogato, sistemare le guardie, dare i compiti per la giornata al personale. Per camminava svelto, perch non era uno che si attardava e perch era pesante e camminava in discesa.
Non doveva fare molta strada. Da piazza Concordia percorreva il lungo vico Conte di Mola ed era gi a Toledo, a un minuto dalla questura e dalla sua nuova giornata, nella quale col pensiero era gi immerso. Il brusio era quello della citt al risveglio, qualche imposta che si apre gemendo, una donna che canta, un bambino piccolo che piange. Gli odori anche: polvere, escrementi, cibo del giorno prima, cavalli.
L'urlo spezz l'aria che stava respirando, insieme a ogni altro pensiero o ricordo: Maione aveva orecchio, quello era un urlo di terrore, non accompagnava una lite e neppure esprimeva disperazione. Il suono gli vibrava nelle orecchie, ancora nessun curioso si era affacciato dai balconi, e gi Maione si era lanciato verso la sorgente, le mani strette a pugno. Un poliziotto  un poliziotto. Non gli capitava mai di dire: Rafe', fatti i fatti tuoi.
Era una voce femminile, giungeva da vico del Fico. Maione fu sul posto prima di chiunque e trov una donna anziana con lo scialle in testa e la mano sulla bocca, un pitale in cocci accanto a rivoli di urina, la porta di un basso semiaperta. Segu lo sguardo della donna, cercando di registrare il maggior numero possibile di particolari: porta aperta dall'interno, chiavistello aperto; silenzio dentro, nessun movimento. Mezza impronta, forse di una scarpa da uomo, fra il pavimento e la strada, nera. Nera, e perch? Lo cap subito, il perch.
- Non vi muovete, rimanete qua, signo'. Avete visto qualcuno che usciva?
Donna Vincenza, ancora sconvolta, fece segno di no col capo. Al primo piano un'imposta si apr sbattendo forte contro il muro, e un uomo anziano si affacci.

- Vince', che  stato? Sei uscita pazza, a gridare cos a prima mattina? Chi c'...
Maione alz secco la mano e l'uomo tacque vedendolo. Anzi, fu cos solerte che serr di scatto le imposte lasciandoci in mezzo le dita, segu un urlo soffocato e poi la chiusura definitiva. Il brigadiere registr un lampo di soddisfazione negli occhi della vecchia. Doveva essere il marito.
Si fece sulla soglia, aspett un istante di abituarsi al buio. Cominci a distinguere i contorni, un letto, un soppalco, un armadio, un tavolo. Due sedie. Una vuota, l'altra no. Silenzio. Un rumore, anzi, una goccia, lenta. Fece un altro passo, distinse il profilo di chi occupava la sedia. Una donna stava diritta, immobile, rivolta verso la parete. Qualcosa nella postura gli fece drizzare i peli sulla schiena. Assurdamente, disse: - Permettete?
Piano, il viso si gir verso di lui, entrando nel sottile raggio di luce che penetrava dalla porta socchiusa. Maione vide un collo bianco, lungo, alcune ciocche di capelli neri come la notte. Tempia, orecchio, fronte, un naso perfetto. Non un battito delle lunghe ciglia. Anche nella penombra, al ritmo inquietante della goccia che cadeva, il brigadiere si rese conto di trovarsi al cospetto di una bellezza fuori del comune. Il profilo si trasformava nella visione piena di un volto nella luce del mattino. Maione rest senza fiato. La donna fin il proprio movimento e il brigadiere vide quello che aveva visto un paio di minuti prima donna Vincenza.
Filomena era sfigurata da un ampio squarcio, dalla tempia al mento, sulla parte destra del volto.
Dalla ferita, un'altra goccia cadde sul pavimento lordo di sangue.
A Maione, insieme al respiro a lungo trattenuto, sfugg un lamento.

Teresa si era alzata presto: quell'abitudine le era rimasta da quando, prima di venire a servizio in citt, abitava in campagna. Aveva pensato spesso di andare a trovare il padre e i numerosi fratelli che vivevano nello stanzone freddo d'inverno e caldo d'estate che ancora popolava
i suoi incubi: ma poi prevalevano la pigrizia e la sottile paura che qualcosa o qualcuno la trattenesse al paese e la facesse tornare povera e disgraziata.
Per stare a posto con la coscienza mandava allora qualche soldo alla famiglia attraverso un contadino che portava verdura in citt una volta a settimana. Gli diceva di salutare tutti e che stava bene. Nel frattempo si teneva ben stretto il suo posto nel bel palazzo di via Santa Lucia, vicino al mare, in mezzo a carrozze eleganti, bei vestiti e perfino automobili, che vedeva passare dal balcone.
Era un buon posto. Non c'erano bambini n anziani, molte delle quindici stanze della grande dimora rimanevano sempre chiuse, e lei stessa, che avrebbe dovuto pulirle, ci entrava non pi di due volte all'anno. Poi a Teresa piaceva vivere la vita dei signori, guardandoli. Si chiedeva come si poteva non essere felici, proprietari di tutti quei beni. Eppure era cos evidente, anche a una persona semplice e ingenua come lei, che i padroni vivevano nella sofferenza.
La signora era assai pi giovane del professore. Era talmente bella, e a Teresa sembrava la Madonna dell'Arco per i gioielli che possedeva, per i vestiti, le scarpe; e come la Madonna, in faccia aveva sempre l'espressione del dolore. Teresa ricordava una donna, al paese, a cui era morto un figlio di febbre: anche lei era rimasta con gli occhi tristi e fissi nel vuoto come la signora.
Il professore non c'era mai, e quando era in casa stava zitto e leggeva. A Teresa metteva soggezione, con quei capelli bianchi, alto, sempre elegante con i colletti rigidi che lei inamidava, i gemelli d'oro, le soprascarpe, il monocolo con la catena d'oro. Non lo aveva mai sentito parlare con la moglie, sembravano due estranei; un giorno le era parso che stessero litigando, quando lei era entrata nel salotto verde per portare il caff, ma chiss, forse era la radio. Si incontravano per mangiare, lui leggeva e lei fissava il vuoto. Qualche volta, al mattino presto, aveva visto la signora rientrare dopo aver passato la notte fuori.
Quella mattina stava preparando il bucato. In lontananza, i pescatori tiravano le barche in secco chiamandosi a gran voce. Dovevano essere le sei, forse prima. A un tratto le si present davanti il professore,. come non l'aveva mai visto: spettinato, il colletto sbottonato, un velo di barba sulle guance sempre perfettamente rasate, il monocolo che dondolava dal taschino come un ciondolo rotto. Avrebbe dovuto essere in camera a dormire, non si svegliava mai prima delle otto.
Le si accost, le prese il braccio e glielo strinse forte.
- Mia moglie. Mia moglie. E' rientrata, mia moglie?
Fece di no con la testa, ma l'uomo non moll la presa.
- Ascolta, stammi a sentire, come ti chiami tu, Teresa, vero? Allora, Teresa: mia moglie rientrer fra poco. Tu non devi dire niente, capisci? Zitta, devi stare. Io sono tornato ieri sera e tu non mi hai visto pi. Capisci? Zitta!
Lei accenn di s. Avrebbe fatto qualsiasi cosa, pur di liberare il braccio dalla stretta di quell'uomo che le sembrava un diavolo. Un pescatore cantava, il mare lento della mattina mormor un poco.
L'uomo la lasci e, camminando a ritroso, usc dalla lavanderia. Teresa aveva il cuore che le martellava nelle orecchie. Il professore era scomparso: forse aveva sognato, forse non l'aveva mai visto. Scossa da un forte tremito, abbass lo sguardo.
Sul pavimento vide l'impronta lasciata dalla scarpa del professore: era nera, come di fango. O di sangue.

11.

Maione usc dalla porta del basso, sorreggendo la donna e tenendo premuto sul volto martoriato il proprio fazzoletto, gi imbevuto di sangue. Si era raccolta in un minuto la solita folla, quella che i quartieri popolari regalano a ogni avvenimento, fortuna o disgrazia che sia: nel primo caso si percepiva l'invidia, nel secondo, di gran lunga pi frequente, il senso dello scampato pericolo, di una fredda commiserazione.
Stavolta per il brigadiere lesse nelle donne nella piazzetta una vena di ostilit, pi pulsante della terribile ferita che toccava attraverso il fazzoletto. La persona che aveva trascinato fuori dal buio non era certo amata.
- Ti sta bene, puttana! - sent sibilare Maione alle sue spalle. Si gir, ma non avrebbe saputo individuare da quale bocca crudele provenissero quelle parole. Gli occhi della donna erano attoniti, come se fosse diventata cieca.
- Come vi chiamate? - disse Maione, ma lei non rispose.
- Filomena, si chiama, - rispose per lei la vecchia che aveva incontrato per prima, quella che aveva urlato.
- Filomena come? - le disse Maione, duro. L'ostilit, la mancanza di partecipazione erano tangibili.
- Filomena Russo, mi pare.
Maione accolse quella risposta con un'ironia amara: in un posto dove ognuno conosce il numero dei peli sul culo degli altri, quel "mi pare " suonava ridicolo come una trombetta di Piedigrotta.
- C' qualche amica della signora, qua in mezzo? Qualcuna che la vuole accompagnare in ospedale?
Silenzio. Addirittura le donne pi vicine fecero un passo indietro. Con un'espressione disgustata, Maione si fece largo camminando svelto in direzione di piazza Carit, verso l'ospedale dei Pellegrini. Non prima di aver fissato nella memoria qualche faccia, la porta socchiusa, la mezza impronta sporca di sangue.

Davanti all'ospedale si era gi radunato il gruppo dei finti ammalati, quelli che ogni mattina cercavano di suscitare la piet di medici, infermieri e inservienti pur di avere un posto caldo e magari qualcosa da mangiare prima di ritornare in strada. Maione, con la mano attorno alla spalla di Filomena e il fazzoletto sulla sua faccia, si fece strada con decisione verso l'ingresso principale. Fuori, il mercato della Pignasecca brulicava di vita e l'aria era attraversata dalle urla dei venditori in gara per concludere affari.
Il brigadiere aveva buttato sulle spalle della donna il proprio soprabito; lei non aveva detto una parola n si era lamentata lungo il tragitto. Un paio di volte era trasalita, quando il terreno irregolare aveva portato Maione a premerle con pi forza la mano sul viso. Il dolore doveva essere atroce. Il brigadiere si chiedeva chi potesse aver fatto una cosa tanto orribile a una donna cos bella; e il perch dell'odio delle vicine di casa, laddove di solito si trovano solidariet e conforto.
La ferita era sul lato della faccia che Maione copriva, cos qualcuno tra gli ambulanti del mercato sogghign riconoscendolo: guardate, il brigadiere con la commarella. Lui non se ne cur, cominciava a preoccuparsi per tutto quel sangue perso. Entrando nell'atrio dell'ospedale, chiam il custode.
- Il dottor Modo  in servizio?
- S, brigadie', smonta fra un'ora, ha fatto la notte. - Chiamatelo immediatamente. Fate presto.

Il dottor Bruno Modo era chirurgo e medico legale. Si era formato come ufficiale in alta Italia, ma pensava che le cose peggiori le aveva viste dopo, osservando quello che
la gente era capace di farsi senza la giustificazione della guerra. Ammesso e non concesso che la guerra sia una giustificazione, pensava con amarezza. Si meravigliava di non essere divenuto cinico, di sentire ancora sulla pelle il dolore delle ferite, lo scorrere del sangue della povera gente che dalla mattina alla sera gli passava per le mani. E non era riuscito a farsi una famiglia; ci voleva troppo coraggio, a mandare un figlio in giro per quel mondo. Allora di donne ne trovava, da qualche parte nella citt affamata, pagava e tornava a casa soddisfatto.
Osservava la sua epoca tenendosi a distanza, insofferente verso il nuovo potere incline alla violenza. Non ammetteva che si potesse fare del male in nome del bene: lo diceva chiaramente, e questo lo aveva isolato privandolo di una vita sociale e della carriera che avrebbe meritato. Ma aveva la stima della gente con cui lavorava, e Ricciardi, per esempio, non avrebbe accettato di occuparsi di un delitto che non avesse visto le abili mani del dottor Modo interrogare le ferite.
Per questo Maione lo cerc, e lui, pur avendo sulle spalle una dura nottata trascorsa a ricucire teste rotte in una rissa tra ubriachi, dimentic volentieri di essere stanco.
- Brigadiere, qual buon vento, di prima mattina? Il vostro capo non  con voi?
- No, dotto', ci sono solo io. Mentre andavo in servizio ho trovato questo... questa cosa, qua.
Modo aveva gi scoperto il volto di Filomena, spostandolo verso la luce. Lei, senza un lamento, aveva docilmente alzato la testa dalla spalla del poliziotto.
- Madonna... ma chi la pu fare, una cosa cos. .. Vabbe', Maione. Me la porto in sala e vedo che posso fare. Grazie.
- Grazie a voi, dotto'. Una preghiera: trattenete la signora. Voglio appurare chi  stato. Passo pi tardi.
A entrambi gli uomini non sfugg il lampo negli occhi di Filomena. Che cos'era? Paura, rabbia. Ma anche un'ombra di orgoglio.

12.

A met mattina, man mano che il vento da sud rinforzava, arriv un profumo indistinto, anzi, pi che un profumo un retrogusto, un sentore. Conteneva fiori di mandorlo e pesco, l'erba nuova, la spuma del mare su scogli lontani.
Nessuno parve accorgersene, ma qualcuno scopr di avere il colletto della blusa slacciato, i polsini sbottonati o il cappello indietro sulla nuca. E una vaga allegria, come quando ci si aspetta qualcosa di buono e non si sa che cosa sia, o come quando  successa una bella cosa, anche piccola, a qualcun altro: si  contenti, ma non si saprebbe dire perch. .
Era la primavera che ballava sulle punte: volteggiava leggera, giovane, gioiosa, ancora ignara di ci che avrebbe portato, ma con una gran voglia di cominciare a mettere un po' di disordine tra le cose. Senza secondi fini, solo per mescolare le carte.
E il sangue della gente.

Ricciardi alz la testa dalla scrivania per riguadagnare il senso della realt. L'omicidio del tenore del San Carlo, sul quale aveva indagato un mese prima, gli aveva lasciato in eredit chilometri di inchiostro su ettari di carta gialla e bianca in triplice copia, sempre le stesse cose continuamente ripetute: sospettava che qualcuno, da qualche parte nelle stanze del piano di sopra o a Roma, controllasse per vedere se cadeva in contraddizione, come a scuola.
Guard l'orologio da polso e scopr che si erano fatte le dieci e mezzo.
Facendo mente locale, si accorse che qualcosa nella cadenza monotona della sua mattinata mancava, ed era per questo che non si era reso conto dell'ora: Maione. Il brigadiere, col suo terribile surrogato che gli imponeva ogni mattina alle nove e che segnava l'inizio della giornata: che fine aveva fatto, Maione?
Nemmeno il tempo di finire il pensiero, che sent due colpi frettolosi alla porta.
- Avanti!
E il vano dell'ingresso si riemp di un brigadiere che accennava a un saluto militare, con aria trafelata e una inequivocabile macchia di sangue sulla spallina della giacca.
- U, Maione, ben arrivato. Ma che hai combinato, stamattina? E quella macchia, che cos'? Ti sei fatto male?
Ricciardi si era alzato di scatto, facendo rotolare la penna sul modulo che aveva davanti. La sua faccia tradiva la preoccupazione, e Maione prov una punta di orgogliosa tenerezza: non era frequente cogliere un'emozione negli occhi del suo superiore.
- No, no, niente, commissa'. Ho dato una mano a una donna che. .. si era fatta male, l'ho accompagnata in ospedale. Scusate il ritardo, mi dispiace, siete rimasto senza surrogato.
- Stai sereno, nessuna novit. Tutto va bene, la citt  rimasta tranquilla anche senza di te, come vuole Mascellone.
- Ve lo vado subito a preparare, allora; cos mi pulisco pure un poco. Permettete.
Ricciardi si accinse a riprendere a scrivere; ma era destino che il modulo, almeno per quel giorno, sarebbe rimasto incompiuto. Un attimo dopo, infatti, si affacci la guardia che stava all'ingresso per informare il commissario che nel quartiere Sanit c'era un morto.

La squadra mobile della regia questura di Napoli era mobile per modo di dire. Ricciardi aveva sempre apprezzato l'ironia del nome, associato com'era alla cronica assenza di automezzi che affliggeva l'unit.

Per la verit la questura aveva ben due autovetture: una vecchia Fiat 501 del '19 e una fiammante 509 A del '27. Nei quattro anni di servizio, Ricciardi le aveva viste non pi di un paio di volte: la prima era perennemente in riparazione; la seconda col relativo autista erano deputati al compito di primaria importanza di condurre la moglie e la figlia del questore a fare spese. Per cui, quando accadeva qualcosa in un quartiere lontano, come in quell'occasione, la squadra diventava mobile sui propri piedi calzati degli stivali d'ordinanza.
Ricciardi era tra quelli che sostenevano l'importanza della tempestivit. Sapeva bene quanti e quali danni alla scena di un delitto potevano fare uno o pi curiosi, sull'abbrivio dell'ansia di essere testimoni, di avere qualcosa di orribile da raccontare. Impronte di scarpe, oggetti spostati, finestre chiuse se aperte o aperte se chiuse, porte spalancate.
Perci il commissario odiava arrivare per ultimo sul posto dove il fattaccio era successo. Dover fendere la folla, sentirsi subissare di domande inutili, rendere ragione a famigliari urlanti: tutte cose che si moltiplicavano quando il quartiere era popolare, e lui, che vi abitava ai margini, sapeva che la Sanit era il quartiere popolare per eccellenza. Mentre risaliva via Toledo alla testa della sua squadra, con Maione in affanno appena dietro di lui e le due guardie a chiudere la piccola processione, pensava che ogni minuto che passava era un minuto perso e accelerava la marcia percorrendo la stessa strada che faceva la sera, al ritorno dal lavoro. Ma stavolta non lo aspettavano la cena e la finestra di fronte illuminata.
Quando fu in vista della piazzetta sopra Materdei, si rese conto che non ci sarebbe stato bisogno di chiedere informazioni: bast seguire i ragazzi eccitati, che correvano nella stessa direzione.
Lo spettacolo non doveva essere diverso nella giungla, con le iene e gli avvoltoi di cui raccontava Salgari, guidati dall'odore del sangue. La folla si accalcava sotto una palazzina. Maione e le due guardie si disposero a cuneo davanti a Ricciardi per fargli strada; anche se bastava far sentire la loro voce perch la gente si dileguasse per non avere contatto, nemmeno per sbaglio, con i poliziotti.
Arrivati al portone, gli uomini si fermarono e scese il silenzio. Ricciardi domand se qualcuno avesse qualcosa da dire, qualche informazione preliminare da fornire. Ancora silenzio. Uomini, donne, bambini: tutti muti. Teste scoperte, cappelli in mano; negli occhi stupore, curiosit, meraviglia, perfino ironia, ma nessuna paura.
Ricciardi riconobbe il vecchio nemico, l'ordine costituito del quartiere, alternativo a quello che lui stesso rappresentava. Quella gente non riconosceva la sua autorit: non lo avrebbe ostacolato ma neppure aiutato. Semplicemente, non lo volevano l: prima se ne andava, meglio era. Cos ciascuno tornava ai propri affari o a piangere i propri morti.
Da sopra giungeva un lamento prolungato; forse una donna. Ricciardi parl, senza distogliere lo sguardo da quello delle persone in prima fila.
- Maione, fai aspettare le guardie al portone e accompagnami. Se qualcuno ha qualcosa da dire, fa' in modo che lasci il nome: lo sentiremo in questura.
Le sue parole caddero nel silenzio. Un vecchio strascic i piedi, con un leggero crepitio. Un bambino ciangott in braccio alla madre. In mezzo alla piazzetta alcuni colombi si alzarono in volo.
Ricciardi si volt, entr nell'androne e cominci a salire le scale.

13.

Gradino dopo gradino, l'odore acido dell'urina e degli escrementi si mescolava a quello acuto di aglio, cipolla, sudore.
Prima ancora del Fatto, Ricciardi si era reso conto dell'altra sua maledizione: i dannati odori che a volte lo stordivano e a volte lo distraevano, gli scompigliavano i pensieri proprio come faceva il vento con la sua ciocca ribelle, che lui ravviava sulla fronte aggrottata. Dagli angoli bui delle scale irregolari, si sentiva addosso occhi sconosciuti. Li intuiva, pi che vederli, e percepiva la loro ostile curiosit. Dietro di lui il passo pesante di Maione, sicuro e protettivo; Ricciardi considerava il brigadiere un taccuino vivente, sul quale rimanevano impresse le immagini e le parole che avrebbero incontrato durante l'indagine. Sarebbe bastato poi sfogliare la sua memoria per ritrovare sensazioni, voci, espressioni.
Arrivati al secondo piano, davanti a una porta socchiusa una donna enorme, i capelli unti raccolti in una crocchia sulla nuca, il volto arrossato, le mani strette sotto il seno, le nocche sbiancate dalla forza con cui le dita si intrecciavano; sembrava abituata a fronteggiare le emergenze, ma non quella che le era appena capitata.
Fu Maione a parlarle.
- Voi siete?
- Petrone Nunzia, la custode del palazzo. L'ho trovata io.
Nessun orgoglio, n imbarazzo o timore. Una semplice constatazione.
Dall'interno, la luce del giorno tagliava come una lama l'oscurit del pianerottolo, e Ricciardi ud nitido il lamento che lo aveva gi raggiunto in strada.
- Chi c' l dentro?
- Solo mia figlia, Antonietta. E' minorata.
Detto cos, come se questo spiegasse tutto. Alle loro spalle, silenziosamente, si era accalcata la solita piccola folla. I colli si allungavano per cogliere particolari da raccontare, all'occorrenza esagerat. La strozzatura delle scale bloccava l'afflusso.
- Cesarano! - url Maione. - Avevo detto: non deve salire nessuno!
Dalla strada echeggi la risposta della guardia. - E nessuno  salito, brigadie'! - E' gente del palazzo, - interloqu la custode.
- Qua non ci sta niente da vedere, tornatevene nelle vostre case.
Nessuno si mosse: quelli in prima fila distolsero lo sguardo con fare innocente.
- Va bene, ho capito; Camarda, prendi i nomi dei signori e delle signore, cos sappiamo chi convocare in questura per una chiacchierata.
Non aveva ancora finito di recitare la formula magica che l'assembramento si era dileguato. Ci fu un rimbombo di porte che si chiudevano e il pianerottolo fu di nuovo libero, a eccezione di Nunzia la custode.
Maione si rivolse a Ricciardi.
- Commissa', faccio uscire la figlia della signora?
La vecchia, consolidata procedura: Ricciardi entra da solo per il primo sopralluogo e rivive la scena del delitto.
Poi entra Maione che osserva con l'attenzione del poliziotto; i primi rilevamenti, la posizione del morto, le finestre e le porte. Si cercano i testimoni e li si interroga.
Infine si chiama il magistrato, si vede se si pu pulire tutta la fetenzia e si ritorna in questura a cominciare la caccia. - No, lasciala dentro. Vado io.
La vita  fatta di sorprese, pens Maione. Disse sissignore e fece passare il superiore.

Ricciardi accost l'uscio. Una piccola anticamera, un attaccapanni con cappelliera e una panchetta: legno massiccio, un mobile che non ti aspetti in un quartino alla Sanit. Il lamento proveniva dall'unica porta dalla quale arrivava anche la luce. Due passi avanti: un tinello.
Un divano con una poltrona, raso azzurro con fregi d'oro, le sedute consumate, piccoli teli ricamati dove poggiano le teste. Un tavolo tondo, tre sedie, di cui una mezza rotta, un tappeto. Scorse un buco nella trama, nell'angolo pi lontano alla vista di chi entrava. L'angoscia perenne, dolore puro. Aglio, urina: una casa di vecchi. La luce dal balcone spalancato, accecante: nessun palazzo davanti. Un soffio d'aria nuova mosse la tenda senza dissipare gli odori. Peccato, pens Ricciardi.
Il retrogusto dolciastro: la morte chiedeva spazio.
Un moscone picchiava ostinato contro la lastra di vetro.
Un altro passo: adesso vedeva quello che la poltrona fino a quel momento gli aveva nascosto. Accovacciata a terra dietro il divano, quasi invisibile, una ragazza ondeggiava, emettendo il suo canto di una nota sola. Un metro, forse due pi in l, appena fuori dal raggio di luce che penetrava dal balcone e vicino alla quarta sedia rovesciata, un fagotto di stracci in una pozzanghera scura e quasi asciutta che si stendeva fra il pavimento a piastrelle bianche e nere e il tappeto. La ragazza non guardava il fagotto, guardava l'altro angolo della stanza.
Ricciardi guard dallo stesso lato. E vide.

14.

Ricciardi e la ragazza guardavano la vecchia. Non il cadavere: quello era una cosa abbandonata e sporca, come il tappeto sul quale giaceva. Guardavano l'immagine, ritta nell'angolo in ombra, vivida nei colori dell'ultima passione.
Il commissario non era sorpreso: aveva capito che la ragazza vedeva.
Era un paradosso: Ricciardi non aveva paura dei morti, ma del Fatto e di chi lo aveva addosso. Compreso s stesso.
Ora osservava la ragazza, accovacciata al suolo: si muoveva ritmicamente, avanti e indietro, lamentandosi. La fronte corrugata, guardava la morte, non un morto. E piangeva, forse di dolore, forse di orrore.
Ricciardi rivolse la propria attenzione all'immagine della donna. Una come tante, di quelle che incontri al mercato, cariche di anni e sofferenze. Una veste di cotone stampato, la stessa per l'estate e per l'inverno, uno scialle macchiato. Piccola, le mani deformate dall'artrite, ricurva. Gambe gonfie, rosse di varici, illividite.
Fu subito evidente, a Ricciardi, che l'assassino l'aveva massacrata. Furia rossa, non gelido calcolo. Passione cieca e ottusa. La piega del collo era innaturale, le vertebre spezzate; la profonda depressione del cranio, a destra, l'occhio spappolato, lo zigomo rientrato, l'orecchio ridotto a brandelli. Una serie di colpi, forse bastonate.
Anche il fianco sembrava sfondato, dall'altra parte. Ricciardi osserv il fagotto di stracci ed ebbe la conferma che cercava: era steso sul lato destro. L'assassino si era accanito sul cadavere, forse prendendolo a calci. Cos si spiegava anche l'estensione della macchia di sangue per
terra, una scia lunga quasi un metro. Abbiamo un centrattacco, pens. Un bravo calciatore.
Si concentr, escludendo il lamento della ragazza. L'occhio intatto aveva un'espressione quasi dolce, intenerita: probabilmente una cataratta, un velo azzurro, trasparente. Pieg un poco la testa, per ascoltare meglio.
Non sent la sorpresa che quasi sempre accompagnava la morte improvvisa. Non sent l'odio bestiale, la rabbia cieca, la collera della privazione. Non sent la lacerazione del distacco. Sent invece malinconia. E una qualche oscena tenerezza, una vena di orgoglio. Il flebile sussurro, con un tono graffiato, della vecchia gola spezzata: 'O Padreterno nun  mercante, ca pava 'o sabbato.

Rimasero cos per un minuto: una curiosa famiglia, accomunata dalla morte e dal dolore. La ragazza, con la sua cantilena e l'espressione aggrondata, un filo di bava che le scivolava dall'angolo della bocca. L'uomo di cera, fermo all'impiedi poco dopo la porta del tinello, le mani nelle tasche del soprabito aperto, la testa lievemente piegata da un lato, la ciocca di capelli a tagliare la fronte scoperta. Il fantasma della vecchia col collo spezzato, che guardava con singolare emozione la morte trascorsa, ripetendo con un sospiro leggero un antico proverbio in dialetto.
A spezzare il nero incanto del tempo sospeso e a sprangare la porta dell'inferno fu il moscone testardo che ebbe un'estrema e definitiva collisione con il vetro del balcone, diventando il secondo cadavere nella stanza.

15.

Teresa spolverava uno dei salotti. Si chiedeva perch ogni giorno dovesse pulire dove era gi pulito e mettere in ordine dove era gi ordinato, e per quale motivo quella enorme casa sempre chiusa avesse tante sale e salotti per poi non ricevere nessuno.
Sembrava la casa dei morti; i suoi padroni vivevano la loro vita fuori di l, per poi immergersi nel silenzio delle sale buie e degli argenti senza luce, come in una tomba.
La signora era tornata dalla sua lunga notte verso le nove. L'aveva incrociata nel corridoio, le aveva sussurrato un buongiorno come sempre inascoltato: i morti non sentono. Teresa tuttavia aveva notato, in quel breve momento, qualcosa di diverso: sul viso di lei si era spento quel lieve sorriso che nell'ultimo mese era comparso a illuminare i lineamenti aggraziati. Stavolta l'espressione sembrava di dolore, perdita, rassegnazione. La donna trascinava il passo con occhi vuoti, segni di lacrime nel trucco.
Non le aveva parlato, non le aveva chiesto del marito come qualche volta faceva. Teresa ne era stata sollevata; non sapeva se sarebbe riuscita, secondo gli ordini del professore, a mentire, a dire che dalla sera prima non l'aveva pi visto.
Per fortuna la signora Emma le era passata accanto senza vederla, come se appartenesse a un'altra dimensione. Come un fantasma.

Lasciata la guardia alla porta, Maione aveva risposto al richiamo di Ricciardi e stava perlustrando l'appartamento col suo superiore. Avevano una buona mezz'ora, prima che arrivasse il magistrato col medico legale che avevano mandato a chiamare.
Non che ci fosse molto da vedere: la vittima, il cui nome era Carmela Calise, viveva da sola; non era sposata, non aveva figli, nessun parente noto. Due stanze, una piccola cucina, la ritirata sul pianerottolo in comune con altre tre famiglie. Oltre al tinello dove era morta, una stanza da letto con uno squallido rivestimento di carta da parati a fiori dai colori vivaci, che emanava un forte odore di colla recente. Maione pens che se non l'avessero ammazzata, la vecchia sarebbe di sicuro morta intossicata nel sonno, quella stessa notte.
Pochi mobili, semplici: il letto stretto a ridosso della parete, un crocifisso, un cassettone; sopra, una statuetta della Madonna con una corona in gesso dorato sulla testa e il rosario al collo, il ritratto di un uomo e una donna di un'altra epoca e un lumino acceso, forse i genitori, forse un fratello con la moglie: ricordi perduti per sempre. Una sedia. Uno scendiletto sul pavimento a riquadri grigi e neri. Tornarono al tinello, dove la portinaia senza espressione si era chinata sulla figlia accarezzandole la testa: lei continuava la sua cantilena, ondeggiando, senza smettere di guardare quello che nell'angolo buio vedevano solo lei e Ricciardi. Meccanicamente, il commissario ne segu lo sguardo.
'O Padreterno nun  mercante, ca pava 'o sabbato, ripet l'immagine dal collo spezzato e dalla voce gracchiante. La tenda vibr per un alito di vento. Dalla strada, le urla dei ragazzi che giocavano.
Maione si rivolse a Nunzia.
- Dunque, siete voi che l'avete trovata. La donna si raddrizz. - S, gi ve l'ho detto. - E raccontatemi com' andata.
- Ogni mattina, quando si sveglia, accompagno Antonietta qua sopra da donna Carmela. E l'unica che se la tiene, dice che le fa compagnia e non le d fastidio. Si mette vicino mentre lavora, lei ogni tanto le d un biscotto
o qualche cosa da mangiare. A me mi fa piacere, io tengo che fare, ci sta un palazzo da mandare avanti. Sono sola, mio marito... la guerra,  andato al Nord e non  tornato pi. La bambina teneva un anno.
- Allora stamattina avete accompagnato la ragazza qua.
- S, alle nove e mezzo. Lo so perch avevo finito la scala e i pianerottoli e dovevo mettere ancora a cucinare. Prima di andare a prendere un poco di verdura per il brodo al carrettino, volevo essere sicura che la bambina non si spaventava a rimanere sola.
- E quindi, avete bussato alla porta...
- Quando mai, la porta di donna Carmela era aperta gi. Lei la apre la mattina presto, quando torna dalla messa delle sette, e poi cos la lascia. Questo palazzo  una famiglia sola, ci conosciamo tutti quanti, non ci stanno porte da chiudere. Non ci stanno pericoli.
Maione e Ricciardi si scambiarono una rapida occhiata, a sottolineare l'evidente contraddizione fra l'assunto della portinaia e la presenza del fagotto e della scia di sangue per terra.
Nunzia se ne rese conto e si fece rossa come se l'avessero offesa.
- L'infame vigliacco che ha fatto questa cosa non  del quartiere, ve lo dico io, cos vi risparmiate un lavoro inutile: e tantomeno del palazzo. Donna Carmela era una santa, una santa era, e tutti le volevano bene. A tutti dava una mano, tutti aiutava: dannazione e sofferenza al porco che ha fatto questa cosa.
Con i denti stretti, quasi in un sibilo: l'odio usc dalla bocca della donna come uno schizzo di bile. Maione e Ricciardi, se non con la mente, cancellarono a pelle la portinaia dalla lista dei possibili assassini.
Il brigadiere prosegu con le domande.
- E voi siete entrata.
- S, le volevo dare la buona giornata e la volevo avvertire che lasciavo la bambina. E mi sono trovata davanti a questa... a questa cosa, qua. A questo scempio, a questa infamit.
- Quando  stato che l'avete vista viva, per l'ultima volta?
- Ieri sera tardi, saranno state le dieci. Siamo salite con mia figlia, abbiamo chiuso le finestre, spento i carboni della cucina. Lo facciamo ogni sera.
- E come vi  sembrata, la signora? Nervosa, preoccupata... Qualcosa di diverso dal solito, lo avete notato?
- No, niente. Mi ha detto: ci vediamo domani. Io me ne sono scesa, un'oretta dopo  scesa Antonietta. Non so altro.
- Sapete se ultimamente la signora aveva avuto, che so, qualche diverbio con qualcuno, qualche attrito? Si era lamentata per qualcosa, avete sentito discussioni...
- No, che dite? Ve l'ho detto e ve lo ripeto, donna Carmela era una santa e tutti le volevano bene. Nessuno si sarebbe permesso. Poi, aveva le mani storte, non teneva forza, ci aveva quella malattia dei vecchi...
- L'artrite?
- Signors, proprio quella cosa l, teneva certi dolori. La sentivamo che si lamentava nel sonno, d'estate, dalla finestra aperta. Mo' ha finito di soffrire, - disse, fissando il fagotto di stracci.
Maione si rivolse verso Ricciardi, per vedere se aveva qualcosa da chiedere.
- Avete detto: mia figlia si mette vicino mentre lei lavora. Che lavoro faceva, donna Carmela?
La donna arross e abbass la testa, abbandonando all'improvviso Taria fiera che aveva mantenuto fino a quel momento. Ci fu un prolungato silenzio. Maione intervenne.
- Allora, avete sentito il commissario? Rispondete!
La donna rialz lenta la testa e rispose al brigadiere. Maione si rese conto che durante tutta la vicenda Nunzia non aveva mai guardato Ricciardi in faccia: ci risiamo, pens. La paura e il disgusto.
- Donna Carmela... era una santa. Aiutava il prossimo a risolvere le cose.
Ricciardi parl a bassa voce.
- E come? Come l'aiutava, il prossimo, donna Carmela? Nunzia non rispondeva.
Avvertendo tensione, Antonietta aveva cessato il suo lamento, ma continuava a dondolarsi puntando l'angolo. Dalla piazzetta giunse un urlo di gioia dei ragazzi; qualcuno aveva segnato un punto, qualsiasi fosse il gioco. Un
profumo delicato di fiori stava avendo il sopravvento sul sangue rappreso, non ancora sull'aglio e l'urina.
Nunzia si gir verso Ricciardi, piano, e lo fiss nei verdi occhi di vetro.
- Donna Carmela leggeva il futuro nelle carte.

16.

I ricordi di Rosa affondavano in epoche lontane, con altri valori. Nel tempo da cui veniva e nel quale dentro di s ancora viveva, una donna si consacrava a una famiglia, anche se non era la sua: lei si era consacrata ai Ricciardi di Malomonte, quando l'avevano raccolta da una casa di un'unica stanza in campagna, tra undici fratelli e i genitori che non ricordavano neppure il suo nome.
Non aveva sentito mai l'esigenza di un marito o di figli propri. La cura del piccolo Luigi Alfredo la riempiva di soddisfazione; la baronessa era malata, non aveva la forza che deve avere una madre: e per quello c'era lei, l'energica tata Rosa che aveva preso la consegna della sua fragile amica dagli occhi verdi e tristi e l'aveva mantenuta per tutta la vita.
Ormai il signorino aveva pi di trent'anni e non accennava a liberarsi dal peso della solitudine che l'accompagnava da quand'era piccolo. Il suo cruccio erano gli anni che le restavano, pochi ormai: chi avrebbe preso il suo posto accanto a Luigi, chi ne avrebbe vegliato le febbri, chi lo avrebbe nutrito? Non perdeva occasione di ripeterglielo, senza ottenere risposta.
Lo amava immensamente ma non lo capiva; non riusciva a spiegarsi il suo disinteresse per il denaro, le persone, gli affetti. Nessun rapporto con la famiglia lontana, n con l'amministrazione dei beni: non ci fosse stata lei a occuparsene con la sua scrupolosa semplicit, quei serpenti dei cugini si sarebbero mangiati tutto. E lui niente, contava solo il suo maledetto lavoro. Le sere trascorse chiuso nella stanza ad ascoltare alla radio la musica americana di quei neri, o a leggere.
Una povera vecchia desidera tornare a sentire le voci dei bambini in casa, si diceva con tristezza. E desidera aspettare la fine con un poco di serenit.
Pens alla baronessa: gli stessi occhi verdi del figlio, lo stesso sorriso triste, le stesse mani nervose. Lo stesso silenzio.
Si chiese ancora una volta se era stata all'altezza del compito che quella donna delicata le aveva assegnato.

Il dottor Modo arriv sul posto verso le due, asciugandosi la fronte col fazzoletto, la borsa nell'altra mano e il cappello sotto il braccio.
- Io non mi faccio capace del perch la gente si lasci ammazzare sempre in maniere e in orari da farmi saltare il pranzo. Ma poi, un altro medico legale in questa citt non esiste?
Maione, appena sent sulle scale il tipico borbottio del dottore, gli si fece incontro.
- Salve, dottore: che mi dite, novit?
- E che novit vi debbo dire, brigadie'? Un povero cristo fa tutta la notte in piedi, con quattro cretini che decidono di aprirsi le teste per constatare che dentro non c' niente, tranne la fotografia con dedica di quel tizio calvo. Poi, appena se ne va a riposare un poco, arriva la vostra guardia che mi convoca qua. Ma me lo fate apposta, me lo fate?
- No, dotto', per carit. Io dicevo, di quella... quella signora che vi ho accompagnato io, stamattina. Quella con... con il taglio, insomma. Come sta?
- Ah, la signora Russo. E come deve stare, brigadie'... l'hanno rovinata. Io ho fatto la sutura migliore che potevo, ma da quel lato rimarr sfigurata. Addirittura la palpebra, se n' scesa. E stato un lavoraccio, una sudata. E lei, nemmeno un lamento: con le mani in grembo, senza fiatare. Solo a un certo punto, le  scesa una lacrima.
- Qualcuno  venuto a trovarla, finch voi c'eravate?

- No, no, nessuno proprio. Lei mi ha detto che tiene un figlio, un ragazzo che per lavora, forse non sa ancora niente. Che peccato,  un vero delitto: una donna bellissima. E la voce, brigadie'... che voce calda e gentile. Ma avete idea di chi pu essere stato?
- No, ancora no; ma voglio approfondire. L'avete trattenuta, come vi ho chiesto?
- E certo, oltretutto con quel pezzo di ferita non ci vuole niente a prendersi una brutta setticemia. Sapeste sul Carso, quello che ho visto io... No, l l'avete lasciata e l la trovate, almeno fino a questa sera. Andate presto, per: lo sapete che i letti sono pochi.
Era sopraggiunto Ricciardi, nel frattempo.
- E bravo il nostro dottore: con comodo, tanto la tua cliente non non va pi da nessuna parte.
- Toh, Ricciardi, il principe delle tenebre. Lo sapevo, per le chiamate fuori orario ci devi essere sempre tu di mezzo, l'uomo senza una vita. Proprio a me, dovevi capitare. Eppure, un altro po' e me ne andavo in pensione.
- S, ti voglio proprio vedere: tu sarai uno di quei vecchi rompiscatole che dopo essere andati in pensione stanno sempre tra i piedi, a dare consigli non richiesti.
- Hai trovato il tipo: quando vado in pensione dico tutto quello che ci ho in corpo, finalmente. Cos mi mandano al confino in qualche bella isola piena di femmine e non vedo pi il vostro brutto muso, senza offesa, brigadie'.
Ricciardi e Modo avevano una strana e ruvida amicizia; il dottore era l'unico che si poteva permettere di dare del tu al commissario ed era l'unico in grado di afferrarne l'ironia.
- Vieni, vieni, dottore. Vieni a conoscere questa anziana signora, che ti aspetta da stamattina.

17.

Ricciardi osservava il balletto che si svolgeva dopo un omicidio. Il palcoscenico variava, ma la compagnia che si esibiva era sempre quella: il dottore, un fotografo, un paio di guardie, Maione, il commissario: ognuno in possesso di una parte e di una coreografia, attento a non invadere il territorio altrui. Parlando, commentando, perfino ridendo: un lavoro come un altro.
Sulla porta, dietro la guardia addetta a isolare la scena del crimine, occhi morbosi alla ricerca di particolari da magnificare nei racconti di quartiere che avrebbero animato per giorni le chiacchiere tra vicini di casa, amici e famigliari.
La stessa storia. Ogni volta.
Ricciardi divideva i delitti di matrice evidente da quelli di matrice celata. I primi avevano tutti gli elementi nella prima scena, quella d'impatto: lui con la pistola in mano riverso sul corpo di lei, le facce devastate dai colpi ravvicinati. L'uomo spiaccicato al suolo e al terzo piano l'altro che inveisce dicendogli di alzarsi, per avere il resto. Il guappo a terra, col coltello che gli spunta dalla giacca come un manico d'ombrello portato sottobraccio, l'altro, trattenuto da quattro passanti, che non ha ancora finito di vomitargli odio addosso. Matrice evidente. Nessun dubbio, resta solo da fare un po' di pulizia e scrivere una montagna di verbali.
Matrice celata: il tenore trovato sgozzato in camerino e molti ad avere un ottimo motivo per volerlo morto. La puttana col ventre aperto da un coltello sparito, in una stanza dove si avvicendano decine di persone in una giornata. Il ricco signore ucciso nella folla di una festa di quartiere e nessuno che abbia visto niente.
Una povera vecchia innocua, pensava il commissario, "una santa", amata da tutti e brutalmente massacrata a calci e bastonate: aveva la sgradevole sensazione che non sarebbe stato cos facile venire a capo di quel delitto, trovarne la matrice.
Maione attir la sua attenzione; si era accovacciato vicino al tappeto, attento a non spostare o toccare nulla. Data la mole, in quella posizione ricordava un Buddha d'alabastro, curiosamente in divisa da questurino.
- Guardate qua, commissa': ci hanno camminato, nel sangue. Ci sono i segni dei piedi.
Ricciardi si avvicin. In effetti si distinguevano almeno due impronte. Una larga e pesante, un'altra pi sfilata. Una terza, pi indietro, ampia, trascinata. Maione prosegu, indicando quest'ultima.
- Questo  il piede d'appoggio del bastardo che l'ha presa a calci. Scivolando sul sangue, due volte, guardate, - disse additando un altro segno sulla pozza nera. - Qui, invece, e anche qui,  come se qualcuno si fosse avvicinato in punta di piedi. E n la custode n la figlia avevano le scarpe sporche; ho controllato io stesso. Ma che ha fatto, un balletto?
Ricciardi riflett.
- Possono essere anche stati momenti diversi. Qualcuno venuto dopo, quando la vittima era gi morta.
- Uh, e che viavai... ma che , la stazione centrale? E quando, poi, che ieri sera l'hanno vista ritirarsi per dormire e stamattina alle nove e mezzo l'hanno trovata morta?
Dalla stanza da letto arriv la voce di Cesarano, l'altra guardia.
- Commissario, brigadiere, venite!
Il poliziotto stava in piedi, vicino al cassettone, con un quaderno in mano. Era uno di quelli per la scuola, copertina nera e bordo dei fogli rosso. Ricciardi lo prese in mano. - Era qua, sotto le lenzuola.
Sopra ogni foglio c'era un numero, forse una data. Una lista di nomi, con un numero vicino simile a un orario.
Annesse ai nomi, con grafia tremante, grande e inclinata, alcune parole sgrammaticate. Ricciardi lesse a caso.
9 Polverino, maschio, amante giovana, pochi soldi.
10 Ascione.
11. Imparato, femina, patre morto, soldi assai.
12 Del Giudice, femina, marito che la vatte
14 La Cava, uomo, debito da pacare, pochi soldi, salumiere.
15 Pollio
17 S. di A., incontro uomo dela vita.
18 Cozzolino, femina, fitansato povero, vecchio ricco che la vuole. Chietere assai.

Ricciardi si rivolse a Maione con un mezzo ghigno.
- Il bravo Cesarano, qua, ha trovato il libro del futuro dei clienti della santa. Compreso il tariffario. Andiamo di l, vediamo il dottore che ci dice.
Quando si avvicinarono, Modo li mise a parte delle proprie conclusioni.
- Era sicuramente gi morta dopo la prima bastonata. Vedete? Cranio fracassato, cervello spappolato. Vi sapr dire meglio in ospedale, ma secondo me non c' voluta nemmeno tutta questa forza. L'osteoporosi le aveva fatto le ossa sottili e fragili, poteva morire pure con uno schiaffone ben assestato. Ma perch la gente fa cos schifo?
Ricciardi non disse niente: continuava a fissare il fagotto, che Modo aveva raddrizzato come fosse un pupazzo, un piccolo manichino rivestito, una vecchia bambola sgangherata.
- E poi? Che  successo, dopo quel primo colpo?
- Altri colpi: almeno tre, sulla testa, con lo stesso corpo contundente, forse un bastone da passeggio, un ombrello, non so. Poi, lo hai gi visto, l'hanno presa a calci, in giro per la stanza. Ha diverse fratture alle costole, forse la spina dorsale rotta, non lo so ancora, devo vedere. Si sono accaniti. Non so quanti fossero, devo capire se i segni sul corpo sono omogenei, me la devo portare in ospedale. Ti dico domani sera.
- Mi dici domani mattina, lo so che sei un mastino.
- Non ce la faccio, per domani mattina! - protest il dottore. - Non sono mica il superuomo! Ho bisogno di dormire un poco, e per farlo, dopo una giornata cos, mi devo pure ubriacare. Sono cose che prendono il loro tempo.
- Protesta, protesta pure; tanto poi lo fai. Sai troppo bene che le prime ventiquattr'ore sono le pi importanti.
- Se torno a nascere faccio il poliziotto, cos me la posso prendere anch'io con i dottori... Va', va', faccio del mio meglio. Fammela portare in ospedale, tra un paio d'ore ci vado anch'io e vediamo.
Continuando a brontolare, il dottor Modo se ne and senza salutare nessuno; Maione si tocc la visiera del cappello, le guardie scattarono in un saluto militare. Ricciardi non disse niente. Rivolse la sua attenzione all'immagine col collo rotto. 'O Padreterno nun  mercante, ca pava 'o sabbato, gli disse quella. E nel dirglielo fece un piccolo gesto che prima non aveva notato, come un movimento del braccio a spostare qualcosa.
Ricciardi si gir verso il cadavere e si figur la posizione, prima che fosse spostato dal dottor Modo e anche prima che fosse preso a calci. E si ritrov a guardare il bordo del tappeto, quello pi lontano dal tavolo e vicino al vecchio divano malconcio.
Si chin e scrut per terra: sotto il divano c'era una scatola da biscotti. Allung la mano e la trasse a s: il coperchio era semiaperto. "Le Marie", c'era scritto sopra. Maione gli si fece vicino. Aiutandosi col fazzoletto, apr completamente la scatola.
Era piena zeppa.
Di soldi e di cambiali, imbrattate di sangue rappreso.

18.

Lungo la strada dal ventre della Sanit fino alla questura, camminando svelto dietro la sottile figura china del commissario, Maione procedeva distratto. Conosceva bene l'ostilit di cui era capace la brava gente di cuore della citt, con quale rapidit la benevolenza compiacente, fatta di sorrisi, inchini e scappellamenti, si tramutava nella violenza di mani furtive pronte a lanciare sassi recuperati dal selciato contro gli odiati sbirri.
Proteggeva Ricciardi, un metro dietro di lui: non cos vicino da risultare invadente, non cos lontano da non avere il tempo di coprirlo con il proprio fisico robusto. Ne osservava la nuca scoperta, le ciocche di capelli scomposti; rifletteva su quell'assurda abitudine di rinunciare al cappello, sprezzante del rispetto altrui, indifferente al prossimo. In citt, si diceva "uomo senza cappello" dei poveracci, di quelli senza nome o famiglia che riempivano i portici la notte e di giorno svuotavano le borse.
Non mancava di notare con sorpresa che su Ricciardi non convergevano mai derisione o commiserazione; piuttosto timore, un sentimento a met fra il disgusto e la paura, che il brigadiere non avrebbe saputo definire. Era un uomo semplice, le sfumature non sapeva riconoscerle, le intuiva vagamente. Lui al commissario voleva bene, avrebbe voluto vederlo pi sereno; anche se non sarebbe stato capace di immaginarlo felice.
Mentre camminavano nell'aria fresca che scendeva dal bosco di Capodimonte e si allontanavano da un nuovo cadavere, il brigadiere Raffaele Maione non riusciva a separarsi dal pensiero di Filomena Russo, la donna che da quella mattina aveva due profili diversi. Pensava alla porta socchiusa, allo strano silenzio della piazzetta di vico del Fico; agli occhi spietati della gente che si era raccolta davanti al basso, all'insulto sputato alle spalle della poveretta. Rivedeva la goccia di sangue cadere nel buio; la mezza impronta macchiata di sangue sul pavimento, la donna appoggiata a lui nel tragitto fino all'ospedale, con decoro, dignit, senza paura.
E pensava anche all'orribile squarcio nella carne, profondo, netto, inferto senza esitazione n vergogna, senza coscienza n rimorso. E al lieve profumo di gelsomino che gli era rimasto sulla giacca della divisa insieme alla macchia di sangue, simile a quello che si cominciava a sentire e che si sarebbe sprigionato fra poco nelle strade, trionfando definitivamente sull'inverno.
Ma pi di tutto, il brigadiere Raffaele Maione non riusciva a liberare la mente dalla perfetta bellezza del profilo sano che aveva intravisto nel buio, e da quello sguardo sereno rivolto verso il vuoto.

Nell'ufficio di Ricciardi, in questura, le ombre cominciavano a stendersi nella luce del pomeriggio. Maione torn a sedersi dopo aver girato l'interruttore della lampadina che pendeva dal soffitto, senza paralume. Si era rotto un anno prima e non era mai stato sostituito.
- Eppure gliel'ho detto cento volte, commissa', di farvelo mettere, 'sto paralume. Se ne fottono, questa  la verit. Quant' vero Iddio, mo' scendo e li piglio a paccheri.
- Lascia stare, lascia stare. Non mi serve, tanto: uso la lampada da scrivania. Continuiamo, non perdiamo tempo.
In mezzo a loro, aperta, la scatola di metallo sbucata da sotto il divano. Sparsi sulla scrivania, titoli di credito, cambiali, lettere con promesse di pagamento. Li avevano trovati ordinati per data di scadenza, legati insieme con nastri chiusi da delicati nodi a fiocco. Per ogni documento, un pezzetto di carta con riportata la cifra originaria e, dove presenti, i rinnovi.
Maione, con la punta della lingua che sporgeva dalle labbra e la fronte corrugata dallo sforzo, compilava su un foglio colonne di numeri eseguendo diligente operazioni aritmetiche.
- Avete capito la santa, eh, commissa'? Una che aiuta il prossimo al tre per cento mensile. Veramente una santa. Una martire, per la precisione.
- C' poco da scherzare: con tutti questi... clienti, pu averla ammazzata chiunque. Guarda qua, saranno una trentina. Per mi chiedo: come mai non hanno toccato i soldi?
Tutti e due si girarono verso le tre mazzette di banconote, disposte sul tavolo una sull'altra. Una bella quantit di denaro, che non ti aspetteresti di trovare nel tugurio di un quartiere popolare, in possesso di una donna vecchia e ignorante. Soprattutto, non ti aspetteresti di trovarla sul luogo di un delitto cos efferato, lasciata li dall' assasssino. Maione si strinse nelle spalle.
- Pu darsi che non se ne sia accorto. Che non l'abbia vista, la scatola. La paura, la confusione. La rabbia, anche. Ha ammazzato la Calise, poi  scappato.
- No. Hai visto, le cambiali e i soldi sono sporchi di sangue. Ha cercato nella scatola, con le mani sporche; poi l'ha gettata lui sotto il divano. Cercava qualcosa? Ha trovato quello che cercava? E se poi ha preso quello che cercava, come facciamo a risalire a lui? Certo, non ha lasciato niente che lo riguardi. Ho l'impressione che nessuno dei clienti che abbiamo qua, - e indic con la mano sottile il mucchietto dei documenti, - sia il nostro calciatore. Continuiamo a controllare, per scrupolo: finiamolo, 'sto censimento dei fedeli della santa.

Mosso a piet dallo sforzo prolungato di esercizio della matematica, Ricciardi verso sera licenzi Maione, vittima di un mal di testa da esposizione; avrebbe finito lui l'elenco degli strozzati, colpiti dall'inattesa fortuna della morte prematura della loro protettrice.
Quando si trov all'aria aperta, il brigadiere tir un profondo respiro. Sent un languore allo stomaco e si rese conto di aver saltato il pranzo. Ma pens anche al profilo di Filomena Russo e alla sua ferita.
La cena poteva aspettare ancora un po'; si avvi verso l'ospedale dei Pellegrini.

Ricciardi usc dalla questura due ore dopo, quando le creature del giorno si erano ormai dissolte e quelle della notte abitavano la grande strada che doveva percorrere per tornare a casa. Il capo chino, le mani in tasca; sui polsini qualche macchia d'inchiostro, indizio dei lunghi verbali da compilare in occasione di un omicidio.
Non fece caso ai piccoli traffici che per un attimo si interrompevano, quando passava con la sua andatura leggera; n alle donne col seno scoperto, che al suo transito si ritiravano nel buio delle traverse per poi offrirsi subito a chi sentiva la primavera pulsare nel sangue o, semplicemente, la solitudine in petto.
Procedeva a testa bassa, nella mente il nuovo mistero, la sofferenza, il dolore che chiedeva pace. Nella luce ondulata delle lanterne sospese al centro della strada, rivedeva la traccia di sangue sul tappeto, il misero involto di stracci, il collo spezzato. Quella figura cerea, che con la met sana della testa straziata continuava a ripetere un vecchio proverbio.
Ma poteva anche immaginare la disperazione che la losca attivit della vittima doveva aver portato in decine di famiglie. L'usura  vile, pensava Ricciardi: fra i delitti pi tristi, perch prende la fiducia e la rivolta contro chi la d. E succhia lavoro, attese, aspettative: succhia via il futuro.
Che ironia; la vecchia faceva due mestieri: con uno dava speranze, con l'altro le toglieva. Con uno aveva vissuto, per l'altro era morta. Non diversamente da quella umanit misteriosa e sordida che adesso circondava Ricciardi nel nero degli anfratti di via Toledo, Carmela Calise si era ritagliata un modo di vivere, sfruttando la fiducia degli altri. Non erano poi cos dissimili, quei due mestieri. La cartomante e l'usuraia succhiavano fiducia e speranze, inaridivano l'anima. Ma la domanda era quella di sempre: aveva o no diritto di vivere?
Ricciardi conosceva la risposta.
E non aveva dubbi.

Maione entr nella camerata femminile dell'ospedale con un leggero affanno, per le scale salite in fretta. Come sempre, lo stanzone dal soffitto altissimo era pieno di gente, anche in quell'ora tarda: bambini che piangevano, famiglie intere riunite a vociferare attorno ai letti senza cura per chi doveva riposare. Nessuna traccia di medici o infermiere.
Il brigadiere, asciugandosi la fronte con il cappello spostato all'indietro, si mise alla ricerca di Filomena Russo. La scorse quasi subito perch era sola, composta, vestita di nero con gli abiti della mattina. Maione ricord come quella semplice veste fosse intrisa di sangue, quando l'aveva vista per la prima volta. E risent la goccia che piombava nel buio.
Si avvicin percorrendo la corsia tra le due file di letti, consapevole che al suo passaggio le conversazioni sarebbero cessate e gli sguardi si sarebbero fatti ostili.
- Buonasera, signora. Come vi sentite?
Filomena si gir, pianissimo, come aveva fatto al mattino, verso il suono della voce pi che verso la persona. Il lato destro del viso era coperto da una fasciatura al centro della quale spiccava una linea rossa di sangue.
I capelli neri erano incrostati di sangue e sudore, la veste sporca, i lineamenti tradivano la stanchezza e il dolore. Eppure, anche in quelle condizioni, era di gran lunga la donna pi bella che Maione avesse mai visto.
- Brigadiere. Vi devo ringraziare. Con tutto il cuore.
La voce. Maione ricord che il dottor Modo aveva parlato con ammirazione del tono della voce di Filomena. Da parte sua pens che quello doveva essere il suono degli angeli: profondo, dolce, vibrante come quello che rimane nell'aria quando una campana ha finito di suonare. In un attimo, il poliziotto si sent fluttuare, dall'ospedale fino in riva al mare.

Dopo un lungo attimo si riscosse. Al solo scopo di non dover ricambiare lo sguardo di quell'unico occhio dal colore della notte, disse: - Venite, signora. Venite con me. Vi accompagno a casa.

19.

Salendo le scale, Ricciardi sentiva la radio di casa sua che urlava un ballabile. Sta diventando sorda, la mia tata, pens con tenerezza. Una rompiscatole pedante e indiscreta, di brutto carattere e pessima cuoca. Ma  lei la mia famiglia.
Apr la porta con le chiavi, nella piena consapevolezza che avrebbe potuto buttarla gi a testate senza che Rosa si accorgesse di nulla. And dritto in salotto e ruot drasticamente la manopola della grande radio di legno chiaro. Cont fino a tre e si gir verso l'ingresso, esattamente nel momento in cui comparve nel vano la tata infuriata.
- Embe'? Mo' manco un poco di radio si pu sentire pi?
- Tu s, ci mancherebbe altro. E che al Museo nazionale, a due chilometri da qui, si sono svegliate quattro mummie, si sono messe a ballare con la musica di Cinico Angelini e il direttore si  venuto a lamentare in questura.
- E bravo, come siete diventato spiritoso! Vuol dire che la giornata  stata leggera, eh? L seduto, comodo comodo, a leggere le carte. Io invece, povera vecchia, con tutti i dolori che ci ho, a correre su e gi per mandare avanti questa casa.
- Ecco, brava, e continua a mandarla avanti, ch io mi vado a fare una lavata di faccia.
- S, ma fate presto, ch tra dieci minuti metto a tavola. E' tardi e ancora dovete mangiare.
Una minaccia e una condanna, pens Ricciardi. Gi so che cosa mi infligger stasera, la puzza del cavolfiore si sente fino a piazza Dante.

And in camera, tolse soprabito e giacca e non resistette alla tentazione di avvicinarsi alla finestra. A qualche metro di distanza, la famiglia del secondo piano stava terminando di cenare. Dalla sua posizione vedeva una met dell'ampia cucina e solo una parte del tavolo dove si stava svolgendo il pasto.
Ma gliene sarebbe bastata ancora meno. Proprio in linea con la sua visuale, come al solito alla punta della tavolata per non intralciare con la mano sinistra un vicino di posto, Enrica mangiava. Attorno a lei i fratelli, i genitori, quello che lui presumeva essere il cognato perch l'aveva visto tenere per mano la sorella.
Conosceva tutto: stoviglie, bicchieri, tovaglia e tovaglioli, sedie. Un anno di muta devozione coniugata alla deformazione professionale di memorizzare ogni particolare: poco importava se non conosceva nemmeno il suo cognome. Anzi, era stato attento, per una volta, a non indagare.
Gli piaceva cos, la sua normalit senza tempo e senza spazio: calma e dolcezza, forza e quiete. Ferma, unico faro nella nebbia del suo dolore, piccolo porto sereno dove tornare ogni sera. Quando il lavoro lo teneva lontano per il prolungarsi di un'indagine o per il completamento di un rapporto, e gli faceva perdere l'incanto di quel momento, una sottile inquietudine si impossessava di lui. Non 'trovava pace fino a quando di nuovo non poteva tornare alla finestra.
Rosa dalla cucina lo chiam a gran voce. Angelini disegn con la sua orchestra un ultimo arabesco.
A tra poco, mio delicato amore.

Maione taceva. Cento domande gli premevano sullo stomaco, ma stava zitto.
Filomena gli camminava accanto; per quanto facesse, Maione non riusciva a farla affiancare a s. Lei si teneva appena indietro rispetto all'uomo in divisa. Quasi non si ritenesse all'altezza: quasi si vergognasse.
- Vi deve fare male assai.
- No, non molto. Il dottore  stato gentile, ha fatto piano piano.
Camminarono in silenzio ancora un po'. Maione guardava a terra, Filomena fisso davanti a s. Senza paura, senza sfrontatezza, senza superbia. Si teneva la benda con la mano.
- Signora, voi capite. Io vi devo fare delle domande.
- E perch, brigadie'? Io non ho fatto denunce e non ne voglio fare.
- Ma... signora, questo  un crimine e io sono un poliziotto. Non posso fare finta di non aver visto quello che  successo.
Filomena rallent, come se stesse riflettendo sulle parole di Maione.
- Voi siete passato per caso. Io non vi avrei chiamato. Cio, non dovete pensare che io non vi sia grata. Avete fatto quello che nemmeno un fratello avrebbe fatto. La gente del quartiere... io non ho molti amici, lo avete visto. Magari rimanevo l a buttare sangue per tutta la giornata.
- S. No. Io non ho fatto niente. Vi ho accompagnata in ospedale, e mo' vi accompagno un'altra volta a casa. Per io devo sapere.
Maione si ferm. Erano all'angolo di piazza Carit, nel cono di luce incerta di un lampione. Da qualche parte un cane abbaiava.
- Voi avete subito un torto enorme. Forse adesso non lo capite, ma domani ve ne potrete rendere conto. La ferita che vi hanno fatto... voi non sarete pi come prima, lo sapete, questo? Che cosa  successo? Chi  stato?
La luce illuminava il lato ferito e la benda arrossata dal sangue. L'altra met del viso era al buio e Maione non avrebbe potuto decifrarne l'espressione. Ma, se non fosse stato assurdo, per un attimo avrebbe pensato che lei stesse sorridendo.

Ecco, pensava Tonino Iodice, pizzaiolo. Ho finito di spazzare, nemmeno una briciola in terra. Tutto come se nessuno avesse mangiato, tutto come prima. Se ne sono andati a casa, dalle mogli, dalle madri. Hanno riso, hanno cantato, si sono ubriacati. Hanno pagato, anche: il giusto. Qualcuno torner. Chiss quando, chiss se porter qualcun altro.
Se avranno mangiato bene, torneranno. E ancora, e ancora. Arriver un poco di fortuna: mia moglie mi tratter con amore e i figli con rispetto. Perch la fortuna porta i soldi, e i soldi il rispetto. Dio mi ha dato il tempo. Se la vecchia campava, io non avevo tempo. Avrei dovuto chiudere e niente libert, niente figli, niente moglie. Invece  morta. Quanto sangue, Madonna santa. Quanto sangue.
Non mi ricordo le scale, non mi ricordo la strada. Dio non ha voluto che qualcuno mi vedesse. E mi dispiace: mi dispiace assai. Per adesso ho il tempo. Lei  morta nel sangue e io ho il tempo. Vado avanti. E aspetto.
Aspetto il momento che verranno a prendermi.

Ricciardi era tornato davanti alla finestra e guardava. Enrica aveva spazzato fino all'ultima briciola, adesso la cucina era come prima, come se nessuno avesse mangiato.
La guard mentre girava attorno la testa, la piegava un po' di lato, si asciugava le mani nel grembiule che portava legato in vita.
Ecco: adesso fa un piccolo cenno di assenso e sospira. Prende il telaio, accende l'abat-jour vicino alla poltrona, proprio l: a un passo dalla finestra. Comincia a ricamare.
Ricciardi trattiene il fiato, chiude gli occhi e li riapre. Ha le braccia conserte, respira piano. Enrica infila l'ago.
Nessuno al mondo ti amer come ti amo io. Io, che non ti parlo. Tu non mi vedi, ma io veglio su di te. Cos fa un uomo che ama, in silenzio, come faccio io.
Sulle scale della questura, il fantasma della guardia uccisa chiama la moglie e dice: Che dolore. Nell'appartamento buio al terzo piano nella Sanit, la figura della vecchia assassinata ripete il suo proverbio.
Ricciardi guarda Enrica che ricama.
I morti sembrano vivi e i vivi sembrano morti.

20.

A Lucia Maione piaceva dormire con le imposte aperte e le tende ritirate. Era una di quelle cose che lei pensava come "venute dopo": voleva poter vedere il cielo, in ogni momento.
"Venute dopo " aver perso il suo sorriso, la voglia di ridere, il desiderio del mare. Dopo. Divideva la propria vita in "prima" e "dopo". Prima e dopo la morte del figlio.
Di Luca sentiva ancora la voce, quando saliva le scale, e lo rivedeva nel viso degli altri figli; arrivava in silenzio nei suoi pensieri e rideva, mentre lei non lo faceva pi. Lei gli aveva dato la luce e lui gliel'aveva spenta.

Il vicequestore Angelo Garzo aveva gi preso il soprabito dall'attaccapanni quando Ponte, l'usciere, si affacci alla porta. Appena vide che il suo superiore si apprestava ad andarsene si ferm sulla soglia, incerto; era tardi per tornare indietro, ma sapeva quanto il vicequestore fosse facile all'ira se veniva bloccato da questioni d'ufficio quando stava per andar via.
Rimasero cos, fermi a fissarsi, Garzo in piedi col soprabito sul braccio e Ponte piegato in un. mezzo inchino. Il vicequestore spezz l'incanto.
- Parla, accidenti. Che vuoi? Non vedi che me ne sto andando?
Ponte arross e si pieg ulteriormente.
- No, dotto', scusatemi. E' che hanno ammazzato una donna, alla Sanit. Qua sta il rapporto, me l'ha lasciato il commissario Ricciardi che  intervenuto. Lo potete vedere domani, certamente, dottore, figuratevi.
Garzo sbuff irritato, strappando dalle mani dell'uomo la cartella che portava.
- E figurati, Ricciardi. Se c' qualche rogna, sicuramente c' di mezzo Ricciardi. Vediamo, va': magari c' implicato qualcuno d'importante, e stasera a teatro faccio la figura del fesso, se non ne so niente.
Scorse rapidamente le righe del verbale e fu visibilmente sollevato. Scroll le spalle.
- Niente, niente. Una poveraccia, fatta fuori a botte. Hai ragione, Ponte: niente che non possa aspettare domattina. Se succede qualcosa, io sono a teatro. Buonanotte.

Non c'era tanta gente, in platea: la commedia era in cartellone da tempo e in citt c'era anche altro. Marisa Cacciottoli di Roccamonfina sospir: avrebbe preferito andare a vedere qualcosa di diverso. Si rivolse all'amica, seduta al suo fianco nel palchetto.
- Ma per quante volte, ancora, vorrai venire a questo spettacolo? Ormai potremmo accomodarci nella buca del suggeritore, sappiamo a memoria le battute. Siamo sulla bocca di tutti, il fatto del giorno. Ieri, al Gambrinus, Alessandra Di Bartolo mi ha detto: "Tu che ti intendi di teatro, mi sai consigliare qualcosa di interessante? No, perch mi hanno detto che tu ed Emma non ve ne perdete uno! " Ma ci pensi: non ve ne perdete uno! E che avr voluto dire?
La donna a cui si rivolgeva era giovane e raffinata. I capelli neri tagliati corti come la moda imponeva, la pelle candida e un mento appena pronunciato che rivelava il carattere deciso e volitivo.
Si volt per un attimo verso Marisa, ma senza distogliere l'attenzione dal palcoscenico.
- Senti: se non vuoi pi accompagnarmi, dillo chiaramente. Trover qualcun altro. Ce ne sono, sai, disposti a farsi vedere in giro con me. Poi, di' pure a quella sciocca di Alessandra e a quelle che si riuniscono da lei con la scusa della canasta, per buttare fango, che me lo dicessero in faccia, se hanno qualche curiosit.
Marisa si ritrasse di fronte alla veemenza dell'attacco.
- Emma, noi siamo amiche da sempre. Le nostre povere mamme erano amiche prima di noi, e se avessimo avuto figli, anche loro lo sarebbero stati. Ma proprio per questo te lo devo dire: ti stai rendendo ridicola. Non ti dico di non divertirti, figurati, proprio io poi, che lo sai quello che sono capace di combinare, ma un po' di discrezione non guasterebbe.
- Discrezione? E perch, scusa? Che faccio di male, io? Mi vedo una commedia che ho gi visto: e allora? Questo autorizza quelle vipere a vomitarmi addosso il loro veleno?
- Innanzitutto, ti vedi questa commedia due o tre sere alla settimana, da quando  in scena, e almeno una su tre con la sottoscritta, che sta diventando pi scema di quello che  per starti dietro. Poi, sono pi le sere che non torni a casa che quelle che torni: non negare, perch il marito di Luisa Cassini ti ha incontrato a Santa Lucia due volte alle otto di mattina che rientravi, mentre andava al lavoro -. Allung la mano e prese quella dell'amica, stringendola. - Senza scherzi, Emma: sono preoccupata per te. Sei sempre stata quella forte, tu. Un esempio da seguire. Hai un marito importante, innamorato: d'accordo,  pi grande di te, e allora? Non lo sapevi, quando te lo sei preso? Nessuno ti dice di non avere i tuoi... svaghi, ma fallo con discrezione! E poi torna a casa. Non distruggere una posizione che un sacco di gente ti invidia.
Nel buio del palchetto, gli occhi di Emma Serra di Arpaja erano colmi di lacrime.
- Non capisci, Marisa. E' troppo tardi per tornare indietro. Troppo tardi.
L'orchestra attacc e il sipario si apr sulla scena.

21.

La mattina dopo, quando Ricciardi sali l'ultima rampa, ebbe la sorpresa di trovare Maione addormentato sulla sedia davanti alla porta del suo ufficio.
- Maione? Ma che fai qua, a quest'ora?
Il brigadiere balz in piedi, rovesci la sedia, perse il cappello, lo riprese al volo, bestemmi, sollev la sedia, salut militarmente col cappello in mano suonandoselo sulla fronte, bestemmi di nuovo, si rimise il cappello e disse 'gnors.
Ricciardi scuoteva la testa.
- Io non lo so che ti succede: un giorno arrivi sporco di sangue e in ritardo, il giorno dopo ti trovo addirittura addormentato in questura alle sette del mattino.
- No, commissa',  che non ho dormito bene e allora ho pensato: ma avr finito il commissario con tutti quei numeri? Mi sono detto: lo raggiungo e gli d una mano, perch quello se non finisce a casa non se ne va. Ci vado, ho pensato...
- S, s, vabbe'. Fammi il surrogato, va', e fattene un litro pure tu, cos ti svegli. E raggiungimi subito, ch abbiamo da fare. Pure io, ho pensato.

Ruggero Serra di Arpaja, illustre giurista, professore universitario, protagonista della vita sociale napoletana e aristocratico, fra i pi ricchi della citt, piangeva seduto sulla poltrona rivestita di raso nella sua stanza da letto. Questo succede, si diceva, a sposare una donna di tanti anni pi giovane. Ad avere bisogno di sentirsi amato e a non saperne pi fare a meno. Ad arrivare a cinquantacinque anni senza rendersi conto del tempo che  passato. A non aver avuto figli. Ad aver dimenticato che cosa vuol dire stare da solo. A non avere amici, ma soltanto esimi colleghi.
Rabbrivid al pensiero della propria solitudine, aveva la sensazione di trovarsi in cima a una montagna, senza strade da poter percorrere per cercare aiuto. Ne aveva proprio bisogno. Lui, che aveva studiato tanto, consigliando sempre i clienti sul come uscire da intricate trappole giuridiche, per s non vedeva soluzione.
Eppure, pens, aveva preparato tutto a dovere: un esempio perfetto di premeditazione. Un contratto, due prestazioni, un pagamento. Che si fa, signori studenti, quando non si ha modo di sapere se l'azione pattuita  poi stata effettivamente svolta?
Si accorse che sul tappeto erano rimasti i segni delle scarpe dal giorno precedente. Avrebbe dovuto dire alla serva di pulire. O forse avrebbe dovuto, per una volta, pulire lui stesso.

Rituccia aspettava Gaetano, sulle scale della chiesa di Santa Maria delle Grazie. Il loro posto. Aspettava con le mani in grembo, seduta composta come una madama che ha ordinato un t. Lui le aveva detto che avrebbe chiesto al mastro il permesso di arrivare al cantiere un po' pi tardi, per poter parlare con lei. Come un tempo. Perch tra lui che lavorava e lei che doveva mandare la casa avanti, adesso praticamente non si vedevano pi.
Certo, bastava incrociarsi un minuto, fuori della porta dei bassi confinanti dove vivevano, per raccontarsi tutto quello che era capitato. Si conoscevano troppo bene: era sufficiente mezza parola. Anche soltanto l'espressione.
Lo vide da lontano, quell'andatura caratteristica, pencolante, per la quale tante volte lo aveva preso in giro. Lui si arrabbiava sempre: Gaetano non sapeva scherzare.
Rituccia si fece in l, sul gradino. Lui la guard.
- Un'altra volta?
Lei abbass il capo. Lui strinse il pugno e si colp la gamba, con forza silenziosa. Sfogava cos la rabbia.
- Lo ammazzo. Questa volta lo ammazzo.
Rituccia non disse niente. Allung la mano sul ginocchio di Gaetano e lo sfior. Stettero cos, a lungo. Lui respirava con intensit, gli occhi arrossati nel viso bruno. - E tu? - disse lei.
Gaetano fece cenno di s con la testa.
Rimasero cos, in silenzio. Dopo un po' lui parl. - C' una guardia. Stava con lei, ieri sera.
Rituccia sussult. Tradiva un'angoscia che rasentava il terrore.
- Ma non dobbiamo preoccuparci. Ha il solito sguardo incantato. Guappi, guardie. Il solito sguardo.
Allora lei sorrise, tranquillizzata. Gli appoggi la testa sulla spalla.

22.

Il dottor Modo comparve sulla porta che separava le sale settorie da quella d'attesa, l trov Ricciardi e Maione giunti dalla questura. Si stava asciugando le mani con un fazzoletto, il camice cosparso di macchie inequivocabili. Sembrava un ragazzino pronto a giocare al pallone per strada.
- Oh, ma che bella compagnia. Benvenuti, amici: siete qui per portarmi a colazione?
Ricciardi lo squadr.
- S, ma prima levati la divisa da macellaio. Gi quando passiamo noi la gente si gira dall'altra parte e fa gli scongiuri, alcuni molto brutti da vedere. Ci manca che ci presentiamo col dottor Frankenstein a passeggio per la Pignasecca.
- Ecco il Ricciardi che preferisco: quello allegro, ottimista e di letture leggere. Hai provato con la Invernizio, o con questa Liala? O con Pitigrilli; lo trovo in mano a tutti i fessi appassionati del vostro regime.
- Caro il mio intellettuale, per tua norma io il tempo di leggere non ce l'ho e sono pi ottimista di te che vedi il futuro pi nero del presente. Vieni, che ti offro il caff e una sfogliatella, come promesso.

Il mercato della Pignasecca era gi al culmine della propria frenetica attivit. Dai banchetti sgangherati urla canore esibivano le meraviglie di merci di fortuna; carretti malfermi avanzavano tra la folla; decine di ragazzini seminudi, la pelle scura e i capelli rasati per evitare i 
pidocchi, saettavano fra i venditori cercando di rubare qualcosa da mangiare.
Al passaggio dei tre uomini, la gente, come per una silenziosa onda d'urto, si spostava docilmente. Due poliziotti e un medico, di quelli che macellano i cadaveri. Cosa avrebbe potuto portare pi sfortuna?
Raggiunsero un caff a piazza Carit, dove occuparono un tavolino all'interno, vicino alla vetrata. La pellicola della citt in movimento si fece muta.
Ricciardi rivolse un segno al cameriere, tre caff e tre sfogliate. - Allora? Ci sono novit sulla morte della Calise? Mi dirai che  morta di tisi, immagino.
Modo sbuff, accese una sigaretta e accavall le gambe.
- Potresti, per cambiare, mostrare un poco di rispetto per il lavoro degli altri. Fra te e il brigadiere Maione, qui, sono due giorni che non esco da quel cesso di lazzaretto dove lavoro. Se non fosse che voglio trovarmici quando qualcuno vi ci mander, per darvi il colpo di grazia, me ne sarei gi scappato all'estero. In Spagna, ad esempio: dove i dottori li apprezzano veramente e se no li fucilano e chi s' visto s' visto.
Maione intervenne ironico, con aria fintamente afflitta.
- Dotto', perdonate, quella perdeva tutto quel sangue... Io mi sono impressionato, lo sapete che se non ci siete voi non mi fido. Quando uno si trova bene in un negozio, ci torna. O no?
- E s, pigliatemi ancora per il culo, che  diventato uno sport nazionale. Di tanti clienti affezionati, mi dovevano capitare proprio i pi scalcinati poliziotti di Napoli! Oh, guardate che io sono bravo veramente, avete capito? L'amica vostra, per esempio, brigadie', voglio vedere che le combinava sulla faccia qualche collega mio che fa il professorone. Io opero in ospedale per motivi ideologici, non perch non sarei capace di lavorare in un fior di studio privato!
Ricciardi era perplesso.
- Negozio, amica, studio... ma di che state parlando, voi due? Quale amica di Maione?
Il faccione del brigadiere si fece rosso come un'anguria.
- No, che amica. Quella signora che vi ho detto ieri, commissa', che tenevo la giacca sporca di sangue, vi ricordate? Non la conosco... cio, non la conoscevo. L'ho accompagnata dal dottore, qua, ch si era fatta male.
- 'azzo, si era fatta male! Quella l'hanno rovinata per tutta la vita, l'hanno rovinata! E s che era una donna bellissima. Mi devi credere, Ricciardi: un cammeo. Un vero cammeo. Ma com' che il nostro brigadiere si  fatto cos rosso? Ha preso qualche schiaffone? O forse si  innamorato?
- Guarda che Maione ha una bellissima famiglia, non  solo e disperato come noi due. Quindi, non si innamora. Diciamo piuttosto che un poliziotto  un poliziotto, sia in servizio che fuori.
Maione fece un cenno di muto ringraziamento per l'aiuto che Ricciardi gli aveva dato. Ma il commissario non ricambi.
Il dottore riprese, allungando le gambe sotto il tavolo e incrociando le mani dietro la nuca.
- Un poliziotto a primavera, allora. E la tua primavera, Ricciardi? Si  fatta viva?
- Ma se fa ancora freddo. Di, basta chiacchierare, ch si fa tardi. Hai finito con la Calise? Che mi dici?
- E che ti devo dire: tu che vuoi sapere? Lo sai che io i morti li faccio parlare: con me non hanno segreti, se hanno qualcosa da dire me la dicono in un orecchio e io decido se venirtela a riferire.
Maione ridacchi per l'efficacia di quell'immagine macabra. Ricciardi non cambi espressione.
Vorresti dire che con te i morti parlano?, avrebbe voluto chiedere. Non puoi nemmeno immaginare cosa significhi questa frase. Lo sai che ogni mattina due morti mi accolgono sulle scale della questura? E il cadavere che hai tagliato a pezzi stamattina? Continua a ripetermi uno strambo proverbio dalla gola spezzata. E mi vieni a dire che i morti parlano con te?
- Ad esempio, la Calise. Era malata, una brutta forma di tumore alle ossa. Aveva forse sei, otto mesi di vita. Il tuo assassino ha sprecato energie inutili, ha preceduto la natura solo di poco.
Sei, otto mesi, pens. E ti pare poco? Una primavera, un'estate, un autunno. Fiori, il profumo dell'erba nuova e del mare sugli scogli; il primo vento fresco del Nord, le castagne arrostite per strada. Qualche fiocco di neve, bambini nudi che si tuffano, o col naso in su per guardare a che cosa somiglia quella nuvola. La pioggia sulla via, gli zoccoli dei cavalli. Le urla degli ambulanti. Forse avrebbe avuto un altro Natale e gli zampognari per le piazze e nelle case.
Sei, otto mesi. Non avrebbe avuto diritto, la povera infame usuraia, la cartomante bugiarda, per le piccole illusioni che regalava, anche a sei, otto minuti, se la vita glieli avesse concessi?
- ... e le ossa erano di carta, come il legno di un mobile mangiato dai tarli. Non c' voluta nemmeno tutta questa forza. Il cadavere, sapete quanto pesava? Quarantacinque chili.
- Ma le ferite? Che ferite hai trovato, Bruno?
- Le ferite, dici. Osso parietale destro sfondato, con perdita di materia cerebrale, - enumerava con le dita, il dottore, senza posare la sigaretta che teneva nella mano a coppa, - orecchio destro spappolato; vertebre del collo fratturate,-tre; almeno due colpi sulla parte. Zigomo destro rientrato, letteralmente esploso l'occhio. E poi, i calci.
- Cio? Altre ferite?
- S, brigadie', molteplici ferite. Fortuna che a quel punto la poveretta era gi ridotta a un sacco di stracci, se n'era volata via nel posto dov' adesso, il nulla assoluto, per questo vecchio medico materialista. Tutte le costole rotte, e dico tutte, con perforazione dei polmoni e dello stomaco, milza spappolata e cos via. Pensate a una qualunque lesione da trauma e lei ce l'aveva. A un certo punto mi sono scocciato di trascrivere quello che trovavo, mi credete? Mi  venuto lo schifo del lavoro; ho suturato, chiuso il sacco e sono uscito a fumare. Mi serviva un poco d'aria fresca.
Rimasero in silenzio, a guardare fuori della vetrata. Era bello osservare tutti quei ragazzini che correvano, le donne che chiacchieravano e gli uomini che si derubavano fingendo di fare affari. Era vita, pur sempre. E la vita era preferibile alla morte.
- Ma a parte l'elenco delle ferite e delle fratture, sei venuto a capo di qualcosa che ci pu essere utile? La dinamica?
Modo si gratt la guancia ispida, con aria pensosa.
- Vediamo: la donna  morta fra le dieci e mezzanotte, minuto pi, minuto meno. Il colpo mortale, il primo,  venuto dall'alto in basso, come si capisce dal verso della frattura del cranio. Il fatto che sia a destra pu significare due cose: o chi ha colpito era mancino e stava di fronte alla vittima, o era destro e allora la Calise era di spalle. Propenderei per la seconda ipotesi, perch poi il primo calcio ha fratturato il collo e ha colpito qua, alla base della nuca. E anche se le ossa erano fragili per il motivo che ti ho detto, la forza  stata effettivamente tanta. Non  detto, lo sapete, ma sono portato a pensare a un maschio. O a una donna giovane, piena di rabbia.
- E tracce sulle ferite? Che so, impronte di anelli, tagli strani... alle volte succede.
- No, niente di tutto questo. Sicuramente l'assassino portava le scarpe. Le ferite erano da sfregamento, pelle, cuoio, suola. Ricordo male o c'erano anche dei bei segnacci sul tappeto? Ecco, - e indic l'esterno della vetrata, - dovete cercare qualcuno con le scarpe sporche.
Guardarono ancora fuori. Adesso, chiss perch, le espressioni truci erano pi vive dei sorrisi. Come se fuori fosse pieno di assassini traboccanti d'odio e con le suole insanguinate.
- E qualcuno qua fuori, caro il mio Ricciardi, caro il mio brigadiere Maione, aveva addosso un bel po' di rabbia da sfogare sulla povera vecchietta mia ospite. Non ha avuto piet, n pu aver pensato anche solo per un attimo che lei avrebbe potuto sopravvivere. Certamente, la poveretta non si  resa conto che stava morendo: non deve neanche aver sofferto, un lampo e via. Non un urlo, non un respiro. Doveva avere l'inferno in corpo, chi ha colpito. Ha voluto liberarsi. S' preso lo sfizio e si  tolto il pensiero.
- No, non se l' tolto il pensiero, Bruno. Non se l' tolto. Ci dovr pensare e ripensare, a quello che ha fatto. E lo maledir, il momento che si  voluto togliere lo sfizio. Credimi.
Quello di Ricciardi era appena un sussurro, parlava a labbra strette, fissando il nero della tazza di caff intatta, appoggiato allo schienale della sedia, una ciocca di capelli sulla fronte, le mani nelle tasche del soprabito aperto. Gli occhi verdi erano trasparenti e sembravano vedere quello che nessun altro vedeva, e cos era.
Al suo sussurro gli altri due rabbrividirono.

23.

Attilio Romor entrava in scena a met del primo atto. Interpretava un uomo bello, superficiale, pieno di s e convinto di essere quanto di meglio ci fosse al mondo. A parte la superficialit, nella vita reale non era molto lontano dal suo personaggio quanto a considerazione di s stesso.
Entrava con un saltello, nel pieno di una spassosa conversazione fra il protagonista e la prima attrice. Doveva dire: "Eccomi, signori, a tutti! " e poi togliersi il cappello con un largo gesto e un sorriso solare. Il protagonista, che era anche autore e regista della commedia, fingeva uno spavento e schizzava in avanti, rovesciando una sedia.
Tutti avrebbero dovuto ridere per la goffaggine; e in effetti ridevano. Ma quando il pubblico femminile, che era in maggioranza, rimaneva estasiato dalla bellezza di Attilio, la sedia ruzzolava in un imbarazzante silenzio. L'autore non accettava che l'altro gli rubasse la scena. E si vendicava. Dio, quanto si vendicava. Attilio si sentiva perseguitato in ogni istante: durante le prove l'autore gli faceva ripetere decine di volte la stessa scena insulsa, nelle lunghe riunioni settimanali lo obbligava a leggere le parti femminili "per insegnargli i mezzi toni", come diceva con voce impostata mortificandolo davanti alla compagnia.
Attilio sapeva di essere pi bravo; e sospettava che anche l'autore lo sapesse, per questo lo puniva. Pi bravo e infinitamente pi bello.
Capelli lunghi e neri come il mantello di una pantera; mascella decisa, alto, asciutto, spalle larghe, voce profonda. Leggeva il desiderio negli occhi delle donne, la passione che batteva nel petto, nelle bocche che sbocciavano come fiori, nelle perle di sudore che inumidivano le labbra.
Era sempre stato cos. Maschi nemici, femmine ai piedi. A scuola era perseguitato dai maestri e dalla perfidia dei compagni, mentre le maestre lo adoravano e le compagne si innamoravano di lui. Sul palcoscenico, le donne lo seguivano commosse, solo odio negli sguardi degli uomini.
Fin da bambino la mamma lo aveva messo in guardia: sii consapevole della tua bellezza, gli diceva consolandolo della malevolenza altrui. E' la tua bellezza, li rende pazzi e lividi. Difenditi, pensa solo a te stesso; fai il tuo bene, tanto meglio se diventa il male di quei malvagi.
La gelosia lo perseguitava a ogni passo. Quella delle numerose amanti, nessuna delle quali aveva potuto dirsi sua padrona; quella dei colleghi e dei mariti a cui rubava facilmente la scena e le mogli.
E poich nel mondo del teatro erano gli uomini a decidere, Attilio si trovava relegato in ridicole particine; non lo cacciavano, no, anzi, era piuttosto richiesto, faceva comodo a tutti gli impresari poter contare su cinquanta o sessanta spettatrici adoranti a ogni recita. Ma se i capocomici potevano umiliarlo, lo facevano sempre volentieri.
Questo, poi, si stava rivelando peggiore di tutti gli altri. Da autore emergente qual era, desiderava calcare le orme degli artisti pi famosi; tre anni prima aveva avuto uno straordinario successo con la sua prima commedia e si era confermato nelle due stagioni successive. Sapeva unire comicit e tragedia, attirandosi i favori del pubblico e la malevolenza dei critici, segni entrambi di indiscussa grandezza. Della stessa compagnia facevano parte anche il fratello e la sorella, che Attilio, e sospettava di non essere il solo, trovava molto pi bravi di lui. Comunque era innegabile, il maledetto presuntuoso aveva una personalit forte, carismatica, ed era in grado di scrivere testi teatrali di successo. Nonostante la leggendaria perfidia con cui trattava gli attori, far parte della sua compagnia era il passaporto per raggiungere la gloria.
In un primo momento si sent benvoluto. Il Maestro, come amava farsi chiamare pur essendo giovanissimo, ostentava nei suoi confronti indifferenza, e l'impresario gli aveva assicurato che quella per lui era la massima dimostrazione di considerazione e stima. La sorella, orribile ma bravissima, gli sorrideva golosa anche in presenza del marito. Il fratello pi giovane lo prendeva spesso in giro, bonariamente.
Poi, come era prevedibile, aveva avuto una breve ma intensa relazione con una delle attricette della compagnia. Negata per la recitazione, ma bellissima. Che stupido, come aveva fatto a non capire. Che ci faceva l una cos incapace, in un gruppo tanto selezionato che perfino il suggeritore era un vecchio attore con buoni trascorsi? La risposta era una sola: il Maestro era invaghito di lei.
Tutti ne erano al corrente, ma nessuno l'aveva avvertito, le donne per gelosia e gli uomini per invidia.
Quando se ne rese conto, il danno era gi fatto. Fu costretto a interrompere la relazione all'improvviso e senza spiegazioni, e la donna gli fece una scenata durante la prova generale: mentre lui era in ginocchio davanti a lei con un mazzo di fiori finti in mano, anzich rifiutarlo scoppi a piangere e gli sput in faccia, urlando come un'indemoniata e buttandogli addosso tutto l'odio e il rancore che aveva in corpo.
Il Maestro si godette la scena seduto in prima fila, nel teatro vuoto, per una volta felice di essere spettatore e non attore. Quando lei se ne fu andata sbattendo la porta della quinta, si alz senza salutare nessuno e si ritir nel suo camerino. Da quel momento gli fu acerrimo nemico, sembr avere come unico fine lo smantellamento di Attilio Romor. Ardua impresa: la fiducia in s stesso era la trave portante della sua esistenza da giovane attore. Ma certo poteva rendergli la vita difficile: e cos faceva, non perdendo una singola occasione.
A un certo punto, Attilio desider soltanto andarsene: al diavolo il passaporto e la gloria, al diavolo l'occasione di una vita. Ma la penale prevista dal suo contratto era enorme, e non pot permettersi di vomitare in faccia a quel maledetto buffone frustrato tutto il livore che provava. Cos sera dopo sera, rappresentazione dopo rappresentazione, continuava la guerra dei nervi. Col passare del tempo, la sua era diventata una parte comica: quando entrava in scena, la gente cominciava a ridacchiare e sghignazzava apertamente a ogni sua battuta.
Il Maestro era un gran bastardo, ma nonostante tutto un genio: recitando sempre le stesse battute, sapeva cambiare il colore e la tensione di tutta la commedia di cui era autore. Cos Attilio viveva l'incubo della propria dissoluzione, della diffamazione artistica dalla quale non si sarebbe mai redento.
Fu in quel periodo che conobbe una nobildonna ricca e bella, volitiva a sufficienza per attirarla nella sua rete e farne quello che voleva. Vide in lei il vero passaporto per la libert e la gloria. Non fu difficile sedurla, ma lui, che aveva il dono di leggere negli occhi delle donne, in quelli di lei ancora non coglieva i colori dell'abbandono, della remissione assoluta, di cui aveva bisogno per cambiare la sua vita.
Aveva fatto ricorso alle solite armi, alternando sapientemente la tenerezza e la durezza, la passione e la noncuranza: tutto quanto era necessario per legarla a s. Adesso, era solo questione di tempo.
Tra le risate idiote del pubblico, marionette di cui il Maestro tirava i fili nel buio della platea, Attilio sapeva che gli occhi adoranti di Emma Serra di Arpaja erano fissi su di lui.

Concetta lodice guardava il marito. Mentre riponeva le stoviglie e si preparava a tornare a casa dalla pizzeria, si chiedeva per l'ennesima volta quali fossero le preoccupazioni che gli segnavano il volto.
Ne osservava l'espressione, le sopracciglia corrugate. Soldi, pens. Non poteva trattarsi che di soldi. Sapeva che gli affari non andavano bene, e che dovevano ancora molto denaro all'usuraia della Sanit.
E quella carta macchiata di sangue che gli era caduta dalla tasca, la sera prima, quando era tornato con gli occhi lucidi di febbre: che cos'era? Non capiva cosa stesse succedendo, e aveva paura; ma non trovava il coraggio di parlarne con Tonino. Pensava che prima o poi sarebbe andato da lei, a prenderle il viso tra le mani, per dirle che era tutto a posto.
Ma adesso, alla fine di quella giornata, quel momento le pareva ancora troppo lontano.

Ricciardi sogn sua madre.
Si contavano sulle dita di una mano, le volte che gli era successo. Quando era morta, all'inizio della guerra, aveva trentott'anni; lui era in collegio da sette e la vedeva soltanto a Natale e in corrispondenza delle vacanze estive, per una decina di giorni. La ricordava poco, sempre ammalata, minuta, in un letto pieno di cuscini.
Lo avevano portato a salutarla, quando fu chiaro che non si sarebbe pi ripresa: rimasto solo nella stanza con lei, non aveva trovato parole da dire e le aveva preso la mano. Credeva dormisse, invece gliel'aveva stretta con forza insospettata, facendogli quasi male. Poi, aveva allentato la presa e se n'era andata: un attimo prima c'era, l'attimo dopo era passata oltre.
A quindici anni si era trovato gi molte volte di fronte al Fatto, non potendo evitare lo strazio delle morti violente; e tante, troppe, ne avrebbe viste.
Nel sogno si trovava ancora in quella stanza grigia, Rosa e Maione lo guardavano e lui guardava la madre che teneva gli occhi chiusi. Dal profumo di fiori, pens che era proprio arrivata la primavera. Aspettava: non sapeva bene cosa, forse solo che la mamma si svegliasse. All'improvviso lei parl: "'O Padreterno nun  mercante, ca pava 'o sabbato".
Lo disse con voce aspra e gracchiante. Lui not che non aveva denti e che i lunghi capelli erano striati di bianco.
All'improvviso sua madre apr gli occhi, erano grandi e verdi come i suoi; gir la testa piano, con un leggero crepitio delle vertebre del collo che nel sogno risuon come lo scoppio di una serie di mortaretti. Lo fiss inespressiva. Poi cominci a piangere in silenzio, senza singhiozzi, con le lacrime che le scendevano lungo le guance e bagnavano il letto.
Si gir a guardare Rosa e Maione: piangevano anche loro. Piangevano tutti. Chiese a Maione perch piangesse, e il brigadiere gli rispose che non  giusto fare male alle mamme.
Si gir di nuovo verso la madre e chiese: che posso fare? Che vuoi che faccia?
Occhi verdi, spiritati, un sorriso raddolcito.
" Studia. Studia bene, studia. Leggi tutto, prendi buoni voti. Fai il bravo bambino".
Prov l'angoscia di un ragazzo e l'ansia dell'uomo adulto che era diventato.
"Che cosa, mamma? Che cosa devo studiare? Sono diventato grande! Non mi fanno studiare pi, adesso! "
Dal suo letto di morte, Marta Ricciardi di Malomonte allung la mano sottile, come a dare un incarico.
Ricciardi si rivolse a Maione, che gli porgeva un quaderno con la copertina nera: aveva qualcosa di familiare. Lo prese e poi guard ancora il letto. La madre non c'era pi. Al suo posto la vecchia usuraia, con il collo spezzato e l'orbita vuota da cui scorreva lenta una lacrima di sangue nero.
Fuori, nella notte, la brezza che veniva dal bosco di Capodimonte cercava sangue nuovo da agitare.

24.

Scendendo da casa, Maione si ferm a vico del Fico. Come avrebbe potuto farne a meno?
Nella sua mente schematica, il pensiero di Filomena aveva trovato il terreno fecondo per mettere radici e germogliare. Foglie, fiori e frutti, tutti con quel sorriso triste, quegli occhi con dentro la notte, quella benda: come una moneta bellissima, rovinata dalla ruota di una carrozza.
Raffaele Maione provava un dolore sordo. Il suo innato senso della giustizia non poteva sopportare una simile atrocit impunita. Chi aveva avuto il coraggio di rovinare quella perfezione, quell'opera di Dio, meritava di rimanere rinchiuso per molti anni a meditare su quello che aveva fatto.
Si stava innamorando? Se qualcuno glielo avesse chiesto, sarebbe andato su tutte le furie. Un poliziotto davanti a un crimine, qualsiasi esso fosse, aveva il dovere di indagare, approfondire, scoprire, arrestare.
Preferiva non ammettere con s stesso, per, che di fronte a uno qualsiasi dei molti altri crimini che quotidianamente macchiavano le strade della citt, non avrebbe trascorso la notte a guardare il soffitto; ad aspettare con pauroso desiderio le prime luci dell'alba. E non sarebbe uscito cos presto, ancora prima che il canto di una donna che andava a lavare i panni alla fontana accompagnasse il primo vento.
Cominci a scendere dalla Concordia, Maione, e il passo era appena pi svelto del solito; nessuno se ne sarebbe accorto. Ma i due occhi tristi che lo osservavano dalla fessura delle imposte socchiuse vedevano anche l'invisibile.

La porta del basso di vico del Fico non era sbarrata: la lastra di legno che lasciava fuori la notte era gi stata rimossa. Gaetano, il figlio di Filomena, doveva farsi trovare dalla luce al cantiere dove lavorava come apprendista. Maione si ferm a un metro dalla soglia, con rispetto; si tolse il cappello, e dopo una breve esitazione se lo rimise. Col cappello era il brigadiere Maione in servizio; senza, non avrebbe saputo dire che cosa ci faceva l.
Un piano pi su, una finestra si chiuse con decisione. Alz lo sguardo e non vide nessuno. Il vicolo osservava e giudicava in silenzio. Fece un passo avanti e buss delicato allo stipite.
Filomena aveva pulito e disinfettato la ferita, prima di vestirsi e di preparare il pane e pomodoro che il figlio mangiava per pranzo. Non aveva dormito: per il dolore, per l'attesa, per le prove che aveva subito e per quelle che doveva ancora sostenere. Per il rimorso. La sagoma grossa e sgraziata che vide nel vano della porta le port inquietudine e sicurezza a un tempo.
- Buongiorno, brigadiere. Prego, entrate, - sussurr, tranquilla.
- Signora Filomena, - disse Maione, toccandosi la visiera e facendo un solo passo avanti, senza entrare nella stanza. - Come vi sentite? Ha detto il dottor Modo che potete andare quando volete, se vi volete far rifare da lui la medicazione.
- Grazie, no, brigadie'. Me la so fare da sola, sapeste quante ferite si  fatto mio figlio da piccirillo, giocando in questo vicolo. La mamme dei Quartieri sono tutte quante infermiere, un poco.
Maione si tolse il cappello e cominci a rigirarselo fra le mani. C'era qualcosa nella voce di Filomena che lo faceva sempre sentire in fallo. Come se della ferita sotto la benda fosse anche lui un po' responsabile.
- Signora, io lo so che non  argomento che vi fa piacere di discutere... Per il mio  un mestiere particolare: se ho visto, se so di qualcuno che ha fatto qualcosa come... come questo che  successo a voi... ve l'ho gi detto,  mio dovere indagare, capire. Mi immagino che avete paura, se parlate e dite qualcosa che... se qualcuno, insomma, pu fare qualcosa a voi, a vostro figlio. Io... non vi dovete preoccupare, io non farei mai niente per mettervi in pericolo. Ma se qualcuno ha fatto del male, deve pagare.
Filomena ascoltava, gli occhi fermi in quelli del brigadiere che, invece, non sapeva dove guardare. Nell'aria ancora fredda del terzo mattino di quella primavera, Maione sudava come se stesse scalando un vulcano in mezzo alla lava.
- Brigadiere, io vi ringrazio. Ve l'ho detto e ve lo ripeto: io non voglio denunciare nessuno. Succedono a volte delle... situazioni, che in un modo sembrano e in un altro sono. Questo vi posso dire e questo vi dico.
- Ma se... se voi... vi devo chiedere, se state con... se avete una relazione con qualcuno, insomma, che so, la gelosia fa impazzire la gente.
Scese un silenzio spesso come il terreno che copre una tomba. Fuori, nel mondo lontano, una voce di donna cantava.

Dicitencello ch' 'na rosa 'e maggio,
ch' assaje cchi bella 'e na jurnata 'e sole da 'a vocca soia, cchi fresca d'e vviole...

- No. Nessuno, brigadie'. Io dal giorno che mio marito  morto non ho conosciuto nessun altro uomo. Sono due anni.
La voce. Sicura, severa. E anche lontana, come dal fondo del mare. Maione si sent come se avesse detto una bestemmia al centro della chiesa del Duomo, mentre il vescovo alzava l'ostia.
- Scusate, signora. Io non volevo mai, mai mettervi in dubbio. Allora, qualcuno che vi vuole, che vi minaccia? Ditemi, mettetemi sulla strada.
- Brigadiere, voi fate tardi al lavoro, e anch'io. Sono sicura che questioni ben pi importanti di me hanno bisogno di voi. State tranquillo: io sono serena. Non mi pu succedere niente. Niente pi.

Maione sospir e si rimise in testa il cappello. Fece un passo indietro.
- Va bene, per ora. Se volete cos... ma io dovr tornare, fino a quando non sar sicuro che n voi n vostro figlio correte altri pericoli. Se vi viene in mente qualcosa, mandatemi a chiamare, dalla questura a qua sono cinque minuti.
Si gir e quasi si scontr con la donna il cui urlo aveva richiamato la sua attenzione due giorni prima, e che aveva espresso cos bene il proprio disprezzo per Filomena. Stavolta aveva una scodella in mano e guardava il brigadiere accigliata.
- Donna Filome', sono Vincenza, permettete? Vi ho portato una tazza di brodo. Avete bisogno di qualcosa? Maione pens che il sangue a volte serve a cambiare la gente. Salut con un cenno e se ne and.

25.

L'uomo che era appena uscito dalla porta del basso adiacente sentiva la testa scoppiargli. Aveva bevuto, la sera prima. E quella prima ancora. Vino scadente, fumo, canzoni sguaiate, per cercare la forza di dormire senza la schifezza che poi la mattina dopo lo faceva sentire cos come si sentiva adesso.
Ma un pover'uomo rimasto senza la moglie, pensava mentre si affrettava verso il cantiere dove lavorava, che deve fare, non deve campare pi? O si deve andare a cercare un'altra moglie? E chi se lo pigliava poi, un uomo cos, con una figlia e senza un soldo?
Salvatore Finizio, muratore scelto, vedovo. Un uomo che aveva poco da ridere e poco da mangiare. Che doveva pensare alla figlia Rituccia, che la doveva mantenere. E allora, se qualche volta nel vino e nella stanchezza si scordava di Rachele morta, era da farsene una colpa? Il Padreterno se  Padreterno capisce. E perdona. Madonna, ma che mal di testa.

Ricciardi non riusciva a togliersi dalla testa quel sogno. Risentiva la voce della madre, una voce che nella realt nemmeno ricordava, dirgli imperativa di fare il bravo, di studiare. Ma cosa?
Seduto alla scrivania del proprio ufficio, rigirava tra le mani il pesante fermacarte di piombo, un pezzo di granata portato dal fronte, un regalo del fattore della sua tenuta al paese.
Le sue carte, tutti quei fogli e foglietti che disseminava sul piano di legno. Invece di prendere appunti su pezzetti di carta, avrebbe dovuto mettere ordine nella testa, procurarsi un quaderno e scriverci. Un quaderno, come quello degli appuntamenti della vecchia Calise. Il Padreterno non  mercante, che paga il sabato.
Il lampo che gli illumin la mente fu seguito subito dal tuono, come in ogni tempesta: Ricciardi rimase attonito, col pezzo di piombo in mano, a contemplare la propria stupidit.
- Maione!
Aveva alzato la saracinesca a met, come ogni mattina. Sapeva bene che gli altri commercianti di Toledo facevano aprire ai commessi e poi arrivavano sul tardi. E bravo, don Matteo De Rosa, si dicevano tra loro ridendo di lui: commesso sei nato e il commesso continui a fare anche adesso che sei il padrone. Credevano che lui non sapesse, che non si accorgesse, ma sapeva quello che faceva.
Ordinando i rotoli di stoffa attorno ai perni di legno, gett lo sguardo sull'immagine riflessa dallo specchio per le clienti. Certo, un poco di pancia. E anche i capelli, li stava perdendo piano piano. Nemmeno tanto piano, in verit. Ma i baffi erano neri e bene arricciati; e il bel panciotto a quadri con la catena d'oro dell'orologio mostrava a tutti che don Matteo De Rosa adesso era il padrone.
Aveva sempre saputo che lo sarebbe diventato da quando lavorava per il vecchio Salvatore Iovine, il pi importante commerciante di tessuti di Napoli, che aveva ottenuto tutto quello che voleva, tranne un figlio maschio. E lui si era preso quel mostro della figlia Vera, un poco di baffi meno di lui ma pi barba, che nonostante non si potesse guardare nemmeno da lontano teneva pi corteggiatori di Penelope, per quanti soldi aveva.
E cos, quando il vecchio lovine se n'era andato, sputando sangue su una pezza di stoffa beige che era le sette bellezze, a comandare era rimasto Matteo. S, era vero: il vecchio aveva lasciato tutto alla figlia. Ma il maschio era lui, o no? E allora, se ne stesse a casa al buio, che pure il sole si schifava di toccarla; al negozio ci badava lui.
E tutto era andato liscio fino a Filomena. Solo a pensarne il nome, il cuore esultava. Filomena.
Era entrata una mattina, vestita di nero e di cotonaccio vile, uno scialle sopra la testa, come a nascondere chi sa quale bruttezza. Cercate una commessa?, chiese. Fatemi vedere come vi presentate, rispose lui. E lei sospir e scost lo scialle.
Matteo De Rosa perse l'anima nel momento stesso in cui vide in faccia Filomena Russo. Cap subito che non avrebbe avuto pi pace finch non avesse messo le mani sul corpo di quella dea scesa in terra.
E la prese a lavorare, ci sarebbe mancato altro. Le disse: ogni mattina alle otto, puntuale. E ogni mattina alle otto arrivava puntuale anche lui, gli altri commessi non prima delle otto e mezzo; spesso lo trovavano spettinato, accaldato; sapeva che lei era vedova, una donna povera e disperata con un figlio da crescere. Non riusciva a capire perch lo rifiutasse. Tutte le altre commesse avrebbero fatto carte false: l'amante del padrone, sai che privilegi. Ma lei, no.
Aveva tentato di tutto: regali, soldi, minacce. Niente, rifiutava qualsiasi cosa. Aveva solo ottenuto che quegli occhi di luna si riempissero di pioggia. E pi lo respingeva, pi Matteo capiva di non poter fare a meno di lei. Allora, le aveva detto di decidere, altrimenti avrebbe dovuto cercarsi un altro lavoro. Ammesso che ne avrebbe trovato uno: una commessa cacciata dal famoso magazzino De Rosa non se la pigliava nessuno. Capisci, Filomena? O Matteo o la fame, per te e per tuo figlio. Aspetto per domani una risposta.
E lei l'indomani era mancata. Il figlio, scuro e selvatico, col cappello in mano ma gli occhi senza rispetto, era venuto a dire che la madre stava poco bene.
Matteo continu ad andare la mattina presto ad aprire il negozio: aspettava. E Filomena torn, sul capo lo stesso scialle di quando era arrivata al magazzino la prima volta.
Lui si fece avanti, trattenendo il fiato. Che avete deciso?, sussurr.
Fuori pass una carrozza con le ruote cerchiate di ferro che rimbombavano sul pavimento della strada. Risuon il richiamo di un ambulante.
Filomena arretr nella semioscurit per sfuggire al contatto con lui, finch non fu con le spalle allo scaffale. Lo scialle si impigli in un rotolo di stoffa e cadde, scoprendole il volto.
In un primo momento a Matteo sembr uno scherzo della penombra, poi vide.

In camera da letto c'era un mobile antico. Nella difficile vita di una coppia che aveva avuto sei figli e che aveva faticato, era stato un lusso. Un regalo di Raffaele, nei giorni in cui in quella casa si rideva pi facilmente di quanto ora soltanto si parlasse. Un tributo alla sua femminilit. Sembravano passati cent'anni.
Lucia Maione stava in piedi, e con uno strofinaccio in mano osservava la toelettina. Sembrava uno scrittoio, le gambe lievemente arcuate sormontate da due cassettini e da un ripiano intarsiato. Sopra, uno specchio ovale e girevole sorretto da due aste. Un mobile inutile: troppo fragile per poggiarci qualcosa di pesante, non avresti potuto riporci lenzuola o tovaglie, n appoggiarti per mangiare o per studiare. Solo le due figlie, a volte, ci giocavano, facendoci abitare due bambole di pezza.
Lucia ricordava.
Ricordava suo marito, quando disteso a letto l'ammirava mentre lei si pettinava allo specchio, gli occhi pieni della gioia dell'amore. Ricordava il sorriso adorante di lui e lei teneramente beffarda: ma che ti guardi, il cinematografo? E lui: non ci stanno attrici belle come te. Che ci vado a fare, al cinematografo?
Cent'anni prima la vita le aveva dato un marito forte e allegro, e sei figli meravigliosi. Risate, fatica, litigi, la domenica in cucina, ogni mattina montagne di panni al lavatoio gi in piazza cantando canzoni antiche. La vita le aveva dato. E le aveva tolto. Luca, non l'aveva potuto vestire neppure un'ultima volta. Era uscito una mattina con un pezzo di pane in mano, come al solito, su, mamm. E anche quella mattina l'aveva presa in braccio e l'aveva fatta volare lasciandola senza fiato.
L'ultima volta che l'aveva visto vivo. Non sarebbe arrivato alla sera. Era la vita mia, che c' di strano se non campo pi?
Lucia fece un passo verso la toelettina, pass un dito indagatore sul piano. No, polvere non ce n'era. Era diventata ancora pi esigente per la pulizia e l'ordine, i figli lo sapevano e stavano attenti. Senza polvere ma anche senza vita. La casa sembrava una chiesa, non pareva che ci fossero altri cinque ragazzi. Lei sapeva che non stavano volentieri con quella mamma diventata muta e irascibile, le dispiaceva ma non poteva farci niente. Andavano fuori a giocare, animavano la strada sotto casa, amati da tutti, anche da lei: ma da lontano.
Niente polvere; sullo specchio era rimasto un panno nero, l'unico lasciato l da tre anni. Passato il tempo del lutto, aveva rimosso tutti gli altri segni, tranne la sua veste e il drappo su quello specchio. Si chiese perch solo su quello specchio. Prese la sedia che completava il mobile, ormai da anni usata soltanto per poggiare vestaglie ai piedi del letto, e l'avvicin. Si sedette. Saggi la stabilit della seduta, non la ricordava cos comoda. L'avvicin un po' al ripiano, senza trascinarla sulle piastrelle esagonali. Rimase un attimo cos, seduta tra passato e presente; il cuore le batteva forte in petto. Perch? Dalla finestra aperta entravano i rumori del quartiere, "Pesce, pesce, chi vo' pesce,  vivo ancora". Sospir profondamente, allung la mano d'impulso e tolse il drappo nero dallo specchio.
Lucia era sempre stata consapevole della propria bellezza. Bionda, gli occhi azzurri sorridenti, la bocca piena lievemente imbronciata. Il naso sottile un po' lungo, a dare personalit al viso. Bella. E lo sapeva. Non aveva pi pensato a s stessa: chi era la sconosciuta che appariva nello specchio?
Vide gli occhi duri. La bocca sottile. Le rughe nuove. I segni del dolore di ogni giorno.
Quanti anni ho?, pens. Quaranta. Quasi quarantuno. E sembro una vecchia di settanta. Si volse intorno, smarrita. Invisibile, la primavera danzava nel raggio di sole che colpiva la cornice dello specchio e l'arrossava. Sent la voce di Luca, pens al marito, che era uscito quella mattina senza girarsi a guardare la finestra dalla strada, come invece aveva fatto sempre, cent'anni prima.
Si pass la mano nei capelli biondi. Pieg il viso di lato e prov un sorriso.

26.

Quando Ricciardi si avvi verso la Sanit dalla questura, ormai era chiaro che la primavera aveva fatto la sua entrata in scena. L'aria era diventata allegra, un vento leggero cambiava direzione e intensit, portandosi via i cappellini delle signore e i feltri degli uomini, strattonando qualche soprabito. Un vento bambino che faceva capricci ma non mordeva pi.
L'odore dominante era quello del mare: ma si sentivano anche l'erba e le foglie verdissime, man mano che ci si avvicinava al bosco o alle piante della Villa Nazionale o dell'Orto Botanico. Fiori, non ancora, ma erano sospesi, come una promessa.
Lungo via Toledo, da quella mattina i conoscenti si cominciarono a fermare per scambiare due chiacchiere. Non che facesse caldo, ma ormai la stagione migliorava.
- Nei vicoli si cantava e ci si chiamava, i balconi aperti a lasciare entrare un poco di sole. Le corde tese tra una finestra e l'altra condividevano lenzuola e camicie che si muovevano pigre nell'aria nuova. Si iniziavano le conversazioni sorridendo, senza una particolare ragione; e qualche ambulante si prendeva confidenza con le signore giovani che calavano il paniere, spiccioli in discesa e frutta e verdura, o sapone, in salita.
I pianini andavano a meraviglia, "Amapola, dolcissima Amapola", "Amore vuol dir gelosia". Dai mercatini di quartiere arrivava la sinfonia stonata dei venditori: la loro rumba era piacevole, per una volta. Nessuno la vedeva, ma la primavera ballava sulle punte da un cappello all'altro, da un albero che fiancheggiava la strada all'altro, da un balcone all'altro. E nella rinnovata vicinanza fra le persone, sparivano borsellini dalle tasche e borsette dai tavolini dei caff, qualche amichevole discussione finiva a schiaffoni, ogni tanto qualche lama luccicava nel sole. Ma anche questa era la primavera. La fila di marinai e di operai ai portoncini dei bordelli si allungava: era la nuova stagione col suo incanto, che mescolava il sangue. Qualche giovane donna piangeva il suo amore perduto. E la primavera rideva beffarda di tutte le promesse che non sarebbero state mantenute.
Vagavano questi pensieri nella mente attenta del commissario Ricciardi che camminava verso la Sanit, seguito da un Maione taciturno. Al loro passaggio, un'onda scura, un sospetto di paura attraversava la strada per richiudersi poi alle loro spalle, lasciando tornare l'inganno della prima aria nuova.
Avrebbero potuto aspettare il tram, mescolarsi a indaffarate madri di famiglia e giovanotti sfaccendati; ma Ricciardi preferiva avere l'aria addosso per pensare. Voleva rivedere il posto, risentire l'odore di quello che era successo.
Fiancheggiavano i cento cantieri aperti della citt in perenne costruzione: tutti quei nuovi palazzi dalle mura bianche e spesse, con piccole finestre quadrate e senza balconi. Scritte presuntuose sopra i portoni piatti, con lettere di pietra o di bronzo, per ricordare anni e motti nei secoli dei secoli. Ricciardi non amava quelle nuove linee architettoniche, e sempre si commuoveva di fronte agli antichi e nobili archi e ai delicati fregi che fronteggiavano lievi i pesanti blocchi di marmo.
La mente del commissario and agli altri innumerevoli cantieri, dal nuovo Vomero alla collina di Posillipo, dai quartieri di Bagnoli che spuntavano come funghi per ospitare gli operai dell'acciaieria, a San Giovanni. Pens, come sempre, che quella era una citt che diventava grande senza crescere. Come una bambina che dalla sera alla mattina, per magia, si trovava donna avendo ancora voglia di giocare, con gli scoppi d'ira improvvisa degli adolescenti.

Passando vicino alle impalcature, il commissario vide le figure di quelli caduti per costruire gli imponenti palazzi voluti dalla nuova grandezza romana. Ce n'erano sempre stati, di morti sul lavoro, anche negli anni dei suoi primi studi in citt, quando si ristrutturavano vecchi stabili o si puntellavano mura mal costruite; ma chiss perch, a Ricciardi faceva pi impressione che si morisse inutilmente per brutture cos.
Sapeva bene che avrebbe incontrato due morti lungo la strada che portava dalla questura a Santa Teresa. La sera erano ancora pi tetri, cos, ai piedi delle strutture dalle quali erano precipitati, a mormorare il loro ultimo pensiero; di giorno, quasi si confondevano con i vecchi compagni di lavoro: uno per era caduto a testa in avanti, e la bocca contorta che bestemmiava i santi era quasi rientrata nel petto; l'altro, un ragazzo biondo con una maglia di almeno due misure troppo grande, era atterrato sulla schiena e si era rattrappito. Chiamava la mamma.

Teresa sentiva il clima che la primavera in arrivo portava attraverso le finestre aperte, e ne percepiva il contrasto con l'ostinato inverno che non abbandonava le buie stanze del palazzo. Per la sua origine contadina era abituata al ritmo delle stagioni, e ogni anno tutto di lei rinasceva in quel periodo; le pesava di pi, dunque, affrontare quella malinconia cos spessa da poterla tagliare col coltello, mentre percorreva i corridoi sfarzosi.
Anche quella mattina la signora era rientrata dopo aver trascorso la notte fuori e si era chiusa in camera. Il professore non era uscito dalle sue stanze, il vassoio con la cena della sera prima era rimasto intatto sulla consolle di legno laccato fuori dal suo studio, lei aveva bussato con delicatezza senza intendere la sua risposta. Le era sembrato che singhiozzasse.
Avesse potuto dire la sua, Teresa avrebbe detto che mancavano i figli. Aveva cresciuto i suoi fratelli, li aveva tenuti in braccio a due a due quando era ancora una bambina: conosceva l'allegria che portavano. Quella era una casa senza madri, senza gioia.
La porta dello studio si spalanc improvvisa.
L'uomo che vide era ben lontano dal Ruggero Serra di Arpaja che era solito far pesare l'importanza di una cultura e di una posizione di prestigio. Il colletto rigido era storto, la cravatta allentata; il panciotto abbottonato male, i capelli arruffati mostravano un principio di calvizie in genere ben occultato. E gli occhi erano come di un pazzo, reticolati di rosso, gonfi, sporgenti dalle orbite. Un pazzo che ha pianto per tutta la notte.
Il professore la fiss attonito, come se la vedesse per la prima volta. Cerc di parlare, ma la voce non gli usc. Toss, abbranc il fazzoletto nella tasca dei pantaloni stazzonati. Puzzava di cognac.
- Il giornale, - disse, - dov' il mio giornale?
Teresa accenn col capo alla consolle dove il vassoio della colazione col quotidiano aveva preso il posto di quello con la cena. Ruggero afferr il giornale e cominci a sfogliare le pagine a una a una, febbrile, respirando pesantemente. Teresa era impietrita. L'uomo si ferm, leggendo senza battere le palpebre. Nemmeno respirava pi. Aveva trovato la notizia che cercava.
Come se stesse per svenire, barcoll e si appoggi al vassoio che cadde con una festa di vetri rotti e tintinnio di metallo. Teresa balz all'indietro. Ruggero la guard, poi torn sul quotidiano. Piangeva. La giovane avrebbe voluto essere altrove. Lui fece cadere a terra il giornale, si gir verso lo studio, rientr chiudendo piano la porta. Teresa si accorse che era scalzo.
Non sapeva leggere, quindi non fece caso al foglio. Se avesse saputo leggere, avrebbe visto il titolo dell'articolo che aveva scosso il professore: Donna morta alla Sanit: forse un bastone l'arma del delitto.

27.

Qualche mese prima il vicequestore Angelo Garzo, nel tentativo piuttosto squallido di stabilire una qualche confidenza con il suo taciturno collaboratore, aveva prestato a Ricciardi un libretto con la copertina gialla. Gli aveva detto che si sarebbe divertito, che avrebbe trovato un particolare godimento nello scoprire che il loro mestiere aveva persino dignit letteraria.
Il commissario non aveva avuto l'animo di smorzare l'entusiasmo del superiore con la sua abituale ironia; sospettava inoltre che l'ottuso burocrate non l'avrebbe capita, ignaro com'era di qualsiasi aspetto del lavoro di poliziotto che non fosse espletabile seduto a una scrivania. Senz'altro aveva preso il libro, con l'intenzione di tenerlo qualche giorno sul tavolo e poi restituirlo senza alcun commento.
Invece lo aveva letto e si era pure divertito: una storia concitata, in cui i buoni avevano nomi italiani e i cattivi avevano nomi americani, le donne erano bionde ed emancipate, gli uomini duri e dal cuore tenero. Non aveva per trovato nessuna attinenza con la realt.
Soprattutto ricordava di aver quasi riso, alla luce del lume a petrolio della sua stanza, quando l'autore di quel libro aveva descritto un'irruzione della polizia che aveva colto di sorpresa i malviventi, riuniti nel loro covo. A lui sarebbe bastato, anche solo per una volta, arrivare sul luogo del delitto senza essere preceduto e seguito da una fanfara di ragazzini che annunciavano a gran voce: " Gli sbirri, gli sbirri", con Maione che cercava di disperderli come un elefante fa con le mosche; incrociando lungo la via uomini anziani seduti per strada che si alzavano a mezzo e si scappellavano ossequianti, e gruppi di giovani che si disperdevano rapidi non senza averli prima guardati con aria di sfida.
E gli sarebbe bastato arrestare un ricercato, anche solo per una volta, senza che la gente si ribellasse come se stesse portando un santo al martirio; e che il popolo anche solo per una volta si schierasse dalla parte della giustizia, invece di riconoscere come fratello il delinquente e come nemico il questurino.
Altro che irruzione a sorpresa.
Pure quel mattino, arrivando nei pressi del palazzo di Carmela Calise ormai defunta, l'acredine e l'odio appestavano l'aria non meno dell'aglio e della primavera incipiente. Scugnizzi urlanti, imposte che si chiudevano al loro transito con schiocchi sdegnosi, sguardi malevoli dai vicoli bui anche in pieno giorno. Ricciardi lo not, come sempre; e come sempre non disse niente. Anche Maione quel giorno taceva: un ragazzino se ne accorse e si fece tanto audace da tirargli la giacca da dietro. Il brigadiere gli moll un calcio come se fosse un mulo e il bambino fece un volo, per poi alzarsi e scappare via senza un lamento.
Ricciardi osserv il sottoposto con qualche preoccupazione. Percepiva nel brigadiere una strana tensione, come se fosse in pensiero per qualcosa. Si annot mentalmente di parlargli, cercando di non essere indiscreto.
Arrivati al portone trovarono Nunzia Petrone, la custode, in piedi davanti all'entrata, sull'attenti, con una ramazza in sostituzione del moschetto, ma per il resto simile in tutto a un sottufficiale di fanteria. Baffi inclusi.
- Buona giornata. Vi siete scordati qualcosa?
Ricciardi fronteggi l'enorme mole della donna senza cambiare espressione e senza togliere le mani dalle tasche del soprabito. Di certo qualcuno, forse uno dei ragazzini, era corso avanti e l'aveva avvertita del loro arrivo.
- Buona giornata a voi. No, non ci siamo scordati niente. E comunque non vi dobbiamo dare conto.
Aveva parlato a voce bassa, ferma, in modo da essere sentito solo da lei. La donna si fece da parte, abbassando nervosa il capo.
- Certamente, commissa'. Prego, accomodatevi. La strada la sapete.
Seguito da Maione, Ricciardi si arrampic per la scalinata. Il palazzo sembrava disabitato: non una voce, nemmeno un canto risuonava nel cortile.
Giunsero davanti alla porta sigillata della Calise. Maione, tirata fuori la chiave dalla tasca, apr e si fece da parte per far entrare il commissario.
La stanza era fresca, in penombra, e dalle imposte filtravano lame di luce. Nei raggi si muoveva il pulviscolo. Sempre lo stesso odore rancido, di aglio e urina vecchia mescolato al tanfo dolciastro del sangue rappreso sul tappeto. Nell'angolo opposto, la vecchia morta col collo rotto salut Ricciardi, ripetendo il suo proverbio.
'O Padreterno nun  mercante, ca pava 'o sabbato.
Infatti, pens il commissario. Ti ha pagata di marted. E senza lesinarti gli interessi, anche se stavolta probabilmente ne avresti fatto a meno.
Maione si avvicin alla finestra e l'apr facendo entrare l'aria frizzante e profumata.
- Sta proprio arrivando la stagione, commissa'. Tra un poco far caldo.

Dal forno uscivano ondate di calore. Tonino Iodice aveva gettato una palata di trucioli e segatura tra le fiamme lievi dei ciocchi, provocando una nuvola di scintille. Fra tutti i gesti del suo mestiere, quello gli aveva sempre procurato una particolare allegria: alla sua anima semplice sembrava una piccola festa di Piedigrotta, con i bei fuochi a mare che scoppiavano nel buio con i fiori di luce, i bambini che battevano le mani e saltavano.
Quando aveva il carretto e friggeva la pizza nel pentolone di olio bollente, non c'erano fiamme ma solo gli schizzi pericolosi che potevano anche accecare. Le vampate feroci nel caldo dell'estate, le salite ripide scivolose per la pioggia, il richiamo a piena voce, anche bruciante di febbre nel freddo dell'inverno.
Eppure rimpiangeva, e quanto, quella vita dura di battaglie quotidiane. In tanti anni, accontentandosi della sua miseria dignitosa, non aveva mai dovuto guardarsi con terrore alle spalle; non aveva mai dovuto nascondere niente alla famiglia.
Anche quella mattina, prima di aprire il locale e di cominciare a impastare la bianca miscela di acqua, lievito e farina, era corso a comprare il giornale; e aveva letto famelico la notizia, senza trascurare le parole lunghe e difficili che non aveva capito e che, per questo, gli erano sembrate ancora pi minacciose: efferatezza, vertebre cervicali, contundente.
Anche nel caldo violento che arrivava dal forno, Tonino rabbrivid. Gli sembrava di avere davanti le fiamme dell'inferno mentre il legno si consumava veloce. Si immagin l in mezzo, a bruciare senza pace per l'eternit. Si pass la mano sulla faccia: era bagnata di lacrime e sudore.
La sala era ancora vuota, pulita e pronta ad accogliere i clienti che sarebbero arrivati fra non molto. Il suo sogno: quanto era costato? E quanto ancora sarebbe costato, a lui e alla sua famiglia?
Pens al momento in cui li avrebbe visti entrare dalla porta. Agli sguardi dei clienti, delle persone in strada. Avrebbe preferito morire, piuttosto che disonorare i suoi figli. Si copr il volto con le mani. Dall'altra parte della stanza, sua moglie lo fissava col cuore in gola.

28.

La stanza da letto dove Carmela Calise aveva sognato la primavera che non avrebbe visto era fredda e immersa nel buio. Maione riflett su come una casa possa perdere rapidamente vita, non appena disabitata.
Capitava di tornare, dopo giorni, in un ambiente in cui non aveva abitato pi nessuno e trovare ancora una vibrazione, il sentimento di chi viveva in quel posto, come se si fosse solo provvisoriamente allontanato. Altre volte, invece, passato un unico giorno dall'omicidio, capitava di trovare la casa inerte, senza pi vita n respiro.
Non gli piaceva scavare nella roba dei morti. Odiava mettere il naso in quel piccolo tempio, cappella che custodiva un pensiero superstite o una vecchia emozione: si sentiva come un intruso.
Misurava i gesti: una forma di rispetto per chi non c'era pi. Doveva frugare nei cassetti, negli armadi, sollevare tappeti e tovaglie, spostare piatti e bicchieri; era il suo compito. Ma nessuno poteva ordinargli di farlo senza rispetto.
Pens al dottor Modo, che doveva frugare in ben altri luoghi per scovare i suoi indizi, ma il pensiero non lo consol.
Poco distante, sulla soglia, le spalle rivolte all'ampia camera dove Carmela Calise aveva ricevuto la sua multiforme clientela, Ricciardi osservava la perquisizione di Maione e ascoltava il vecchio proverbio pronunciato senza sosta dalle labbra della donna morta. Pagare, pagare. Ancora debiti e crediti, pure andandosene dalla vita.
Chiss che cosa faceva guardare indietro in punto di morte, mantenere l'ultimo pensiero ancorato alle cose terrene: soldi, sesso, fame, amore. Si poteva capire per i suicidi, pensava Ricciardi; ma in chi veniva ucciso? Non gli era mai successo di cogliere un pensiero di paura, aspettativa o anche solo di curiosit verso il qualcosa o il nulla a cui si andava incontro.
- No, commissa'. Ci stava solo il quaderno che trov Cesarano. Nessun altro appunto. E non ci stanno date, sopra.
- Controlla nel letto.
Maione si avvicin allo scomodo materasso stretto sostenuto da una vecchia struttura in legno. Con gesti lenti, come se lo stesse preparando per la notte, lo scopr scostando il copriletto e il lenzuolo consumato. Sotto, il materasso era macchiato di giallo.
- Era anziana, poveretta, - Maione lo disse come scusandosi. Poi lo sollev. Sotto, al centro della trave che faceva da sostegno, i due uomini notarono un fazzoletto rigonfio e annodato. Maione lo prese, Ricciardi si avvicin.
Dentro, alcune banconote: centotrenta lire, una bella somma. E un biglietto, sul quale c'era scritto nella grafia incerta della morta: "Nunzia".

Dalla finestra aperta giungeva la brezza dal mare. Le tende ondeggiavano pigre.
Emma Serra di Arpaja soffoc un conato di vomito: l'aria le sembrava satura di pesce marcio e alghe putride.
Stesa sul divano, fissava il soffitto affrescato. Il tempo in cui aveva amato quella casa era lontanissimo; rammentava gli eventi, non le emozioni, n tantomeno le passioni.
Ormai stava quasi sempre fuori, e quando era nel palazzo di Santa Lucia si chiudeva nel suo appartamento. Fino all'ora della pantomima a uso della servit: recarsi nella fredda camera da letto a dormire vicino allo sconosciuto che aveva sposato. Tranne quando decideva di non rientrare, senza dare spiegazioni a nessuno e soprattutto a lui.
A volte considerava il marito un limite, la barriera tra lei e la felicit. Altre le sembrava un poveretto che invecchiava nella malinconia. Avevano un bel dire Marisa Cacciottoli e le altre serpi che la circondavano: un uomo
dalla posizione invidiabile, una figura di prestigio. A lei non importava un bel niente, n del prestigio n della posizione.
Se non avesse conosciuto Attilio, pens, prima o poi si sarebbe forse rassegnata alla vita vacua che conducevano le signore del suo ambiente. Beneficenza, canasta, opera, pettegolezzi. Qualche raro amante trovato fra i pescatori bruciati dal sole che cantavano sulla spiaggia di via Partenope, o fra gli operai affamati di Bagnoli, giusto per avere la forza di affrontare un futuro uguale al passato.
Ma a lei era toccato di incontrare l'amore.
Ogni mattina si svegliava e contava i minuti che mancavano a quando lo avrebbe visto a teatro, o nei posti isolati che di volta in volta sceglievano, a quando avrebbe sentito le sue mani su di s, il suo corpo addosso. Da tempo aveva capito che senza di lui, senza la sua divina perfezione, le sarebbe mancata l'aria. Aveva perso per sempre la possibilit di rassegnarsi al suo destino.
Trattenne un singhiozzo. Come avrebbe fatto, adesso? La mente corse alla vecchia. Maledetta vecchia. Assurdamente, le immagini di Attilio e della Calise erano legate strette dentro di lei.
Giorno dopo giorno aveva maturato la convinzione che ora era alla base della sua esistenza: non poteva vivere senza Attilio. Ma per vivere con lui, aveva bisogno delle carte.
Nell'avvicendarsi di re, assi e regine, la vecchia leggeva il destino di ogni sua giornata. Ti ruberanno la sciarpa a teatro, e la sciarpa spariva. Inciamperai in una mendicante, ed eccola a terra con la caviglia dolente. Ti regaleranno dei fiori per strada, e cos succedeva. La macchina urter un carretto, e puntualmente avveniva. Mille prove l'avevano resa schiava: non faceva pi nulla se non era Carmela Calise, con le sue carte, a ordinarglielo.
Era stata lei a dirle che in quel teatro di gente sguaiata avrebbe incontrato il suo grande amore.
E cos era stato.
Prima Attilio le aveva sorriso, poi le si era avvicinato all'uscita. Lo aveva notato sul palcoscenico, certo. Come avrebbe potuto ignorare la sua bellezza? E si era persa in quegli occhi che le ricordavano la notte stellata. Era corsa dalla vecchia, le aveva raccontato tutto, e quella l'aveva guardata come se non capisse. E forse davvero non capiva, forse era solo un tramite fra lei e qualche anima gentile che dall'aldil aveva deciso di metterla in salvo.
Poi, giorni passati a vivere, soltanto a vivere. Il paradiso e l'inferno, chiusa nella sua prigione a fissare il soffitto. E mai pi da allora aveva consentito al marito di toccarla. Dentro di s era la donna di Attilio, e nulla rimpiangeva della precedente vita. Niente pi finzioni. Aveva messo a posto tutto vendendo gioielli e beni, dovevano pensare solo a essere felici.
Mancava soltanto una cosa. Che la vecchia dicesse di s. Maledetta strega. Emma and con la mente all'orribile attimo di qualche giorno prima. Alla furia cieca che aveva sentito montarle dentro. Alla terribile condizione di non poter vedere pi Attilio, nemmeno sul palcoscenico. E ora, come avrebbe fatto? Ora che non poteva pi tornare indietro?

29.

Nunzia si ferm sulla soglia. Il suo sguardo fiero vacillava, vagava a destra e a sinistra. Le mani stringevano ancora la ramazza.
Alle sue spalle, Maione le mise una mano sul braccio. Lei si riscosse ed entr.
Ricciardi l'aspettava seduto al tavolo sgangherato, la mente e il cuore inondati di malinconia, nelle orecchie il proverbio ripetuto dalla figura di Carmela, nell'angolo della stanza. Preferiva interrogare le persone al cospetto del fantasma della vittima: gli dava forza e risolutezza nel cercare la verit.
- Sedetevi, - disse alla donna. Quella si avvicin, afferr una sedia, ne controll la stabilit e si sedette.
Tanto Ricciardi quanto Maione registrarono il particolare, ricordando che una delle sedie aveva una gamba rotta. Non che volesse dir molto, ma dimostrava la consuetudine della portinaia a sedersi a quel tavolo.
Fuori, tre piani pi in basso, i ragazzi avevano ripreso a giocare: le urla accompagnavano la partita di calcio, fatta con una palla di stracci e carta di giornale.
- Ci dovete dire che rapporti avevate con la Calise. Quelli veri: non le solite fesserie.
Nunzia sbatt le palpebre. Il tono deciso, la voce bassa e, pi di tutto, quegli strani occhi verdi di ghiaccio la inquietavano. Maione le tolse la ramazza e la ripose in un angolo.
- Che volete dire, commissa'? Era una che abitava qua. Ve l'ho detto, alla bambina gli piaceva a stare con lei; e a me mi faceva comodo, che qualcuna la badava mentre io lavoravo. Poi, la sera...
- ... ve la venivate a prendere, s, me l'avete gi detto. E la pagavate, per tenervi la bambina?
Nunzia ebbe una risatina nervosa.
- No, commissa', e come la pagavo? Qua, a parte la cameretta a pianterreno e quattro soldi, non piglio proprio niente: per campare ci dobbiamo arrangiare. Ci manca che pagavo a donna Carmela.
- Quindi fra di voi non passavano soldi?
Una piccola esitazione, gli occhi corsero da destra a sinistra.
- No, ve l'ho detto. E quali soldi?
Ricciardi rimase in silenzio. Continuava a fissare la donna. Maione, in piedi vicino alla sedia, torreggiava su di lei. Sul davanzale della finestra ci fu un frullare di ali, forse un piccione.
Dopo un po', Ricciardi parl di nuovo.
- Che donna era, la Calise? Voi la conoscevate bene, meglio di tutti gli altri. Maione qua ha fatto qualche domanda in giro, pare che nessuno ci aveva a che fare, come al solito. Voi, invece, la vedevate ogni giorno. Teneva famiglia? Che abitudini aveva? Raccontatemi.
Nunzia, sentendo allentarsi la morsa, fu visibilmente sollevata. Pens di mostrarsi il pi possibile collaborativa. Si assest sulla sedia, muovendo l'enorme sedere con la conseguenza di un forte scricchiolio del legno.
- Era una santa, donna Carmela, ve l'ho detto l'altro giorno e ve lo ripeto adesso; e chi lo nega non si merita di campare. Lo giuro su quella povera anima malata della mia bambina, che  un angelo innocente.
- S, una santa e un angelo, va bene. Perci, qua  un paradiso. Ditemi della vita della Calise e non divagate, per piacere.
- Non teneva famiglia a Napoli, no. Non si era sposata, di fratelli o sorelle non mi ha parlato mai. Era di un paese, non so nemmeno quale. Qualche volta  venuta una ragazza, mi ha detto che era una lontana nipote, ma poi non l'ho vista pi. Manco mi ha detto come si chiamava.
Teneva questo dono, di vedere quello che c'era nel futuro, e lo usava per aiutare la gente. Ha fatto tanto bene.
Maione intervenne.
- E lo faceva a grats, il bene al prossimo,  vero? Per beneficenza.
La Petrone reag quasi offesa.
- E che c'era di male se poi le persone per gratitudine le facevano un regalino? Lei non chiedeva soldi; diceva: se mi volete fare un pensiero io vi ringrazio. La gente era contenta.
Ricciardi sollev un sopracciglio.
- E a che le servivano questi regali? Qua la casa non mi sembra piena di lusso. Che ne faceva dei soldi?
- E che ne posso sapere, io, commissa'? Mica stavo nella testa di donna Carmela.
- Nella testa forse no, ma nei pensieri e nel cuore s, lo avete detto voi. Almeno, vostra figlia. Quindi, forse, qualcosa a voi pure vi arrivava, no?
La donna si raddrizz sulla sedia.
- No, mai, commissa'. Si deve perdere il nome mio. Io ci volevo bene, a donna Carmela. Per senza niente.
Cos non si approdava a niente. Il commissario sospir e fiss di nuovo gli occhi di Nunzia.
- Petrone, siamo chiari. Abbiamo gli elementi per provare che voi eravate in rapporti d'affari con la morta. Che lei non leggeva solo le carte, ma faceva pure la strozzina. Che vi dava dei soldi.
Fu la volta della donna a rimanere in silenzio, stretta in una morsa. Dopo un tempo infinito, Nunzia parl a voce bassa, dura, reggendo lo sguardo di Ricciardi.
- Niente prove. Nessuna prova, tenete. Chiacchiere. Sono tutte chiacchiere.
Ricciardi fece un cenno con la testa a Maione, che fece cadere sul tavolo il fagottino che avevano trovato sotto il materasso. Sciolse il nodo e scopr il biglietto con sopra scritto "Nunzia".

Attilio Romor era consapevole di essere poco acuto e spesso distratto. Ma era certo di eccellere nelle poche situazioni che sapeva amministrare: una di queste, la principale, erano le donne.
Quando avrebbe potuto avere Emma, l'aveva invece lasciata aspettare, facendo crescere il suo desiderio. Smantellando progressivamente tutte le sicurezze di lei, ne aveva saggiato la resistenza, fiaccato la volont fino a farla diventare di cera sotto le sue mani.
Cento, mille volte ne aveva intuito la dipendenza, aveva sentito crescere in Emma il desiderio insopprimibile di diventare una cosa sua. Sapeva di essere divenuto il centro della vita di lei, la sola ragione per cui si svegliava la mattina. Non poteva essersi sbagliato.
Continuando a pettinarsi con cura i capelli impomatati, sorrise all'immagine che vedeva riflessa nello specchio; Emma lo avrebbe supplicato di restare sempre insieme. Da lei sarebbero venuti il suo benessere, la sua rivincita. Doveva solo giocare bene le sue carte e aspettare.

30.

Filomena saliva da via Toledo verso vico del Fico, lo scialle sulla testa, il volto coperto. Camminava svelta, lungo il muro.
Il soprabito ampio per celare le forme. Le scarpe vecchie, la gonna. alle caviglie.
La solita mascherata, la sua corazza per difendersi dai predatori: quando non hai artigli, nasconditi.
Alz lo sguardo solo per un attimo, quando si ritrov a percorrere gli ultimi metri prima di arrivare a via Toledo, e lo vide fermo all'angolo, don Luigi Costanzo, elegantissimo nell'abito chiaro, il cappello all'indietro a scoprire la fronte bruna, i baffi sottili. Appoggiato al muro con la schiena, una mano in tasca, l'altra con la sigaretta lungo il fianco.
Da lontano Filomena vide passare due operai che si inchinarono, quasi fino a strisciare davanti al guappo. La paura e il potere. Lei non voleva pi avere paura.
Rallentando, pens a Gaetano che era sul cantiere ormai da due ore a portare secchi di ghiaia in bilico su assi di legno, a venti metri da terra. Tremava per il pericolo che correva, ma il lavoro era lavoro e in quei tempi difficili non si poteva scegliere. Sent una vampata di rabbia che veniva dalla frustrazione di dover vedere il figlio, ancora un ragazzino, lottare per mangiare.
Si pent di non essere la puttana che dicevano. Avrebbero campato meglio, lei e il figlio. Forse nel lusso, il lusso di un'amante. E sarebbe stata anche rispettata. I soldi portano rispetto. Non sarebbe stata pi la puttana ma la signora, con i vestiti di seta e un taglio alla moda. E
con una casa, forse. Coperte per il freddo, materassi. La scuola per Gaetano, cos intelligente.
Quante volte, nelle notti in cui il vento scuoteva la porta per entrare nel basso, o si soffocava dal caldo mentre i topi erano padroni del vicolo, aveva ingoiato il pianto e il dubbio.
Ma ci si nasce, per fare quelle cose l. Lei invece era nata cos bella da non potersi credere che vivesse solo per il figlio e per tirare avanti, nel ricordo di un marito portato via da un colpo di tosse e da uno sbuffo di sangue.
Era quasi all'altezza di don Luigi. Lui la vide, gett la sigaretta e fece un passo avanti a sbarrarle la strada, piantandosi davanti a lei con un sorriso beffardo.
- Eccovi qua, Filome'. Come state? Vi sono mancato? Sono stato fuori qualche giorno per affari, a Sorrento. Ma ho pensato a voi tutto il tempo, alla pi bella di Napoli. Ci avete pensato, allora? Vengo io da voi. Stasera. Mandate il ragazzo a dormire in strada, tanto lo vedete, freddo non ne fa pi. E arrivata la primavera.
Filomena si era fermata. Teneva la testa bassa, stringendo con la mano lo scialle che le copriva il viso.
Irritato dal ritardo della risposta, don Luigi con un gesto improvviso le scopr il volto.
- E guardatemi, quando parlo con voi.
Filomena alz il capo e lo fiss. Al guappo si gel il sorriso in faccia e fece un passo indietro, come se fosse stato schiaffeggiato. Urt il muro con le spalle, il cappello cadde a terra e rotol per qualche metro in discesa. Port una mano tremante alla bocca, cacci un gemito, un suono da femmina spaventata. Niente pi potere: la paura ha cambiato casa.
Filomena si tir su lo scialle e riprese a camminare. Un ragazzo guard incuriosito don Luigi, ancora appoggiato al muro con la mano davanti alla bocca.
Non si inchin.

Ricciardi e Maione guardavano Nunzia che piangeva, aspettando con pazienza. Nel loro lavoro accadeva spesso, che le persone si mettessero a piangere.
Di fronte al fagottino trovato sotto il materasso di Carmela, la portinaia era stata a modo suo spettacolare. Dapprima un leggero tremolio delle labbra, che si era trasmesso alle spalle. Poi un gemito lieve, quasi un sibilo, un treno distante. Raggiunta la giusta pressione, come una caldaia a vapore, si era abbattuta sul tavolo, scossa dai singhiozzi, la pelle chiazzata di rosso. Sotto di lei la sedia scricchiolava, disperata e impotente.
I due poliziotti attendevano la fine della tempesta.
Tirando su col naso, la donna sollev la testa. Sperava che Maione le allungasse un fazzoletto, una mano o almeno uno sguardo compassionevole, ma lui la fissava inespressivo: Allora si volse verso Ricciardi, trovando quegli occhi verdi di vetro nei quali le sembrava di affondare.
- Mi aiutava, qualche volta, donna Carmela. Voleva bene ad Antonietta, povera creatura. E le faceva qualche regalino, piccole cose, per le caramelle.
Maione prese dalla tasca il fascio di banconote.
- Uh, mamma mia, quante caramelle si mangia, vostra figlia! Ed  per questo che  chiattoncella assai. Guardate qua, dieci, venti, cinquanta... centotrenta lire. E quante sono, due carri di caramelle?
La donna era in trappola, se ne rendeva conto, ma non era ancora disposta a cedere le armi.
Ricciardi continuava ad aspettare, con la pazienza di un ragno al centro della tela. Era solo questione di tempo, presto Nunzia si sarebbe trovata con le spalle al muro e avrebbe alzato il velo su un'altra parte della storia. Era sempre stato convinto che non fosse stata lei a uccidere la vecchia, e ora che sapeva che quella le dava dei soldi, ne era ancora pi convinto. I soldi: motivazione forte, per ammazzare e anche per rimpiangere. Il dolore di Nunzia Petrone era sincero. Una perdita grave.
Dal suo angolo, la vecchia col collo rotto gracchi il suo proverbio che parlava di dare e avere. Ricciardi le chiese mentalmente: chi ti ha ammazzato ti doveva qualcosa? Era arrabbiato, disperato, offeso? O forse innamorato? Per quanto orribile fosse, deformata dall'artrite, Carmela
Calise aveva saputo generare un'emozione tanto forte da essere uccisa cos, con una tale ferocia.
Ricciardi aveva sempre pensato che la fame e l'amore, le perversioni di queste due passioni, fossero all'origine della maggior parte dei crimini. Ne percepiva la presenza, nell'aria, attorno ai morti che chiedevano giustizia e attorno all'odio dei vivi che restavano. Che cosa c'era, fame o amore, dietro i colpi terribili che avevano fatto scempio di Carmela Calise? O tutti e due?
Nunzia raddrizz la schiena, assumendo di nuovo un'espressione fiera. La sedia cigol brevemente.
- E chi ve lo ha detto, che questi soldi erano per me? Uno su un biglietto ci pu scrivere quello che vuole. Secondo me, voi prove non ce ne, avete e andate trovando a chi dovete dare la colpa.
Anche questa era una reazione nota, per Ricciardi e Maione. Il colpo di coda, l'ultima ribellione.
- Esatto, Petrone. Avete ragione, siete intelligente. Non abbiamo prove e abbiamo bisogno di buttare la colpa addosso a qualcuno. Se no, ai nostri superiori che gli diciamo? L'unica cosa che abbiamo  proprio questo fazzoletto con i soldi per le caramelle. E allora sapete che facciamo? Vi portiamo a voi, in galera. Diciamo che la ricattavate, alla Calise. E chi s' visto, s' visto.
- Ne avreste il coraggio, questo coraggio? E mia figlia?
Ricciardi si strinse nelle spalle.
- Ci sono ottimi istituti. Star benissimo.
Nunzia si pass la mano sulla faccia.
- Va bene, commissa'. Vi dir tutto quello che so.

31.

Era cominciato tutto anni prima, forse cinque. La vecchia, distrutta dall'artrite, non poteva pi fare i lavoretti da sarta con i quali si manteneva negli stenti. Una sera d'estate, sedute in strada a cercare ristoro dall'afa, raccontandosi le reciproche disperazioni, la Calise aveva detto a Nunzia che da bambina aveva imparato a leggere le carte. Glielo aveva insegnato la madre, che aveva imparato dalla nonna e su, su, fino ai tempi delle sirene sugli scogli di Mergellina. Non ricordava chi di loro due avesse avuto l'idea di architettare un piccolo inganno.
Ai tempi abitava non lontano di l la vedova di un commerciante, fissata con i morti della sua famiglia. I ragazzi si divertivano a ulularle sotto le finestre, e quella la mattina confidava a Nunzia, che incontrava al carretto della verdura, che avrebbe dato qualsiasi cosa per parlare una volta ancora con il marito. Qualsiasi cosa.
Nunzia allora le raccont che c'era una donna capace di dirle con le carte qualsiasi cosa volessero farle sapere dall'aldil. Dopo anni di confidenze, sapeva esattamente le cose che la donna voleva sentirsi dire, e Carmela gliele disse tutte. Un po' alla volta. Prima cinque, poi sette, poi dieci lire a seduta.
Quando la vedova mor, felice perch si riuniva alla devota e innamorata anima del marito che l'aveva perdonata di tutti i tradimenti, la premiata ditta Nunzia e Carmela aveva gi una decina di affezionate clienti. E la voce si andava spargendo.
Funzionava cos. La persona sentiva parlare di Carmela, si presentava, la vecchia le diceva che era impegnata e non poteva riceverla fino alla settimana successiva. Prima, per, prendeva nome, cognome, indirizzo e motivo della visita: amore, salute, soldi. A quel punto toccava a Nunzia. Grazie alla fitta rete di portinaie, parrucchiere a domicilio, venditrici ambulanti e via pettegolando, in capo alla settimana passava a Carmela le informazioni di cui aveva bisogno per dare a chi si presentava le notizie che voleva sentire, a cinque lire l'una.
In fondo, che male facevano? Le persone entravano tristi e se ne andavano felici. In qualche modo, erano due benefattrici.
Il nome di Carmela Calise aveva fatto i suoi giri e la vecchia aveva pi clienti di quanti potesse riceverne. Avevano pure cominciato a integrare la realt, dando al destino una bottarella di quando in quando, giusto per rendere pi credibili i responsi delle carte. Una mendicante, l'incontro con un uomo, un piccolo incidente. Cose minime, eventi apparentemente casuali che costituivano, per chi voleva vederli, importanti conferme. Di questo si occupava Nunzia, con l'occasionale, retribuito aiuto di avventizi che non chiedevano spiegazioni. Non sempre le indagini servivano; a volte la vecchia esentava Nunzia perch alcune persone le davano direttamente gli elementi di cui necessitava. La gente aveva bisogno di parlare.
Tutto andava a meraviglia. I soldi erano pi di quanti servissero a migliorare lo stile di vita senza dare troppo nell'occhio. Talmente tanti che entrambe si posero il problema di cosa farne. E in quella citt c'era solo una cosa che si poteva fare con i soldi di troppo: prestarli a interesse.
La giostra era cominciata circa un anno e mezzo prima: una donna che doveva fare il corredo alla figlia, un impiegato con la moglie ammalata, un commerciante in difficolt. Se non avessero restituito capitale e interessi, l'avrebbero saputo tutti: la maldicenza non avrebbe lasciato superstiti. Il miglior recupero crediti.
Un sistema efficace, due attivit collaterali e complementari che giravano alla perfezione l'una attorno all'altra. Non c'era mai stato alcun problema.
Fino ad allora.

Nunzia non aveva idea di quello che Carmela facesse con i soldi. Su questo tema, la vecchia era reticente e non si era mai confidata. Da parte sua, Nunzia metteva tutto su un libretto intestato alla figlia, alla banca di via Toledo, un poco alla volta, per non destare sospetti. E quando lo aveva saputo, Carmela le aveva detto con rassegnazione che loro due non erano poi cos diverse.
E non aveva nemmeno idea di chi potesse averla uccisa. Carmela, con le sue carte, non costituiva una minaccia per nessuno. Non chiedeva mai ai suoi debitori la restituzione in maniera pressante. Lasciava tempo e spazio. Prorogava sempre, con un piccolo sovrapprezzo, s'intende. Non conosceva nessuno che avrebbe potuto ammazzarla. E in quel modo, poi.
- Quindi, - disse Ricciardi picchiettando sul quaderno nero che teneva davanti, sul tavolo, - voi sapete dare un cognome, un indirizzo e una storia a tutti i nomi che sono scritti qui. Clienti delle carte o strozzati che fossero. E a tutti i sogni della gente, che avete coltivato, fatto crescere a pagamento.
Nunzia chin il capo sotto il giudizio morale del commissario.
- S. Di tutti quanti.
- Va bene. Allora, Maione: mettiti qua con la signora e prendi indirizzi e nomi di quelli che la Calise ha visto nell'ultimo giorno, quello precedente il ritrovamento del corpo. Domani me li fai venire in ufficio, a uno a uno, e li guardiamo in faccia. E se non esce niente, andremo a ritroso. Finch non troviamo il sogno giusto, quello malato. Quello che ha ucciso la vecchia. Io me ne vado a casa. Ho mal di testa.

32.

Quella sera Ricciardi sentiva pi del solito bisogno di normalit. Di gesti semplici, usuali, misurati. Del contatto con le cose quotidiane: sedie, tavolo, posate, cibo. Di sguardi sani, espressioni consuete.
Ne aveva abbastanza per quella giornata di pianti, di odio, di morte. Non vedeva l'ora di raggiungere la sua finestra.
Rassicur Rosa, che non era abituata a vederlo rientrare cos presto: le disse che l'indomani avrebbe avuto una giornata intensa e desiderava riposare un po' di pi.
Mangi in fretta, lesse un poco, ascolt la radio: grandi sinfonie che per magia lo rasserenavano. Immaginava le evoluzioni di coppie cinematografiche in lungo e in tight, mentre danzavano su un lucidissimo pavimento in marmo secondo traiettorie note solo a loro, senza sfiorarsi mai: le dame con gli occhi smarriti in quelli dei cavalieri, una mano alta intrecciata in quella del compagno e l'altra a reggere il vestito.
Nella poltrona in pelle rosso scuro, alla luce diffusa dell'abat-jour, pensava a s stesso e alla vita degli altri come a un ballo immenso in cui ci si sfiorava, da soli e in coppia, ciascuno seguendo il proprio ritmo. E a volte, ballando, ci si scontrava e qualcuno cadeva; e stava a qualcun altro sollevare i caduti o sanzionare quelli che avevano provocato l'incidente. Un lavoro brutto, ma che andava fatto.
Alla solita ora, forse qualche minuto prima, si ritrov in piedi vicino alla finestra, nella stanza illuminata di giallo dal vecchio lume a olio che era stato di sua madre. Nel tinello dell'appartamento di fronte la cena volgeva al termine. I commensali si andavano alzando da tavola, per tornare alle proprie occupazioni dopo il momento conviviale. Qualcuno si attardava, il caff, una fetta di dolce per i pi piccoli.
Ricciardi immaginava che l'amore vero, quando non infettava l'anima, potesse diventare il motore della vita. Osservando quella famiglia ne intuiva i sentimenti, una carezza distratta, uno scappellotto affettuoso. Gesti normali e straordinari.
Era capace di spiegare in molti modi il dolore di aver perso qualcosa che non aveva mai posseduto. Non aveva memoria, se non vaga, di sua madre ammalata; non ne ricordava le carezze o il calore dell'abbraccio. Poteva soltanto sognarla.
Di fronte, la donna del suo incanto era rimasta come ogni sera padrona del campo e aveva cominciato a rigovernare. Lui ne seguiva i gesti noti, come si ascolta un disco tanto amato e sentito migliaia di volte: ne prevedeva le mosse, ne studiava i passi.
Nei suoi pensieri, si era abituato a chiamarla " amore mio". Parole che non le avrebbe mai rivolto, con ogni probabilit non le avrebbe mai parlato. Non potrei darti che il mio dolore, pens: il peso terribile della mia croce.
Mai avrebbe osato avvicinarsi a quel portone o chiedere a Rosa di informarsi, e meno che mai parlarne a qualche pettegolo del quartiere. Incredibile, per uno che di mestiere indagava sulle vite altrui.
Non gli pesava, per. Preferiva immaginare, osservare da lontano. La volta che l'aveva incontrata per strada era fuggito; e se fosse capitato di nuovo, sarebbe fuggito ancora.
Apprezzando i gesti misurati della donna e la sua luminosa normalit, Ricciardi pensava a Carmela Calise e Nunzia Petrone, venditrici di illusioni. Che orribile delitto far s che la gente credesse di realizzare l'irrealizzabile. La portinaia aveva detto che la gente arrivava triste e andava via felice. Ma che felicit era quella dell'inganno? Tu, con i tuoi gesti sicuri e calmi, non consentiresti certo che una truffatrice sporcasse i tuoi sogni con le sue irreali rappresentazioni. I tuoi sogni sono come te, attutiti, delicati e tranquilli. Non andresti mai da una cartomante, per interpretarli.
Pi ancora di baciarti e stringerti fra le braccia, vorrei essere nei tuoi sogni. E custodirli per te.

Era tardi quando Maione lasci la casa della Calise. Aveva con s l'elenco di quelli che l'avevano vista nel suo ultimo giorno di vita. Nomi, sogni e indirizzi. Le caratteristiche delle persone, le loro famiglie, cosa le aveva spinte a mendicare una parola della donna pagandola a peso d'oro.
Il brigadiere non capiva. Non riusciva a spiegarsi la necessit di pagare cos profumatamente qualcuno per farsi leggere le carte. Erano tutti ricchi? Forse nell'elenco c'era anche gente che i soldi se li faticava col sudore della fronte. Scosse il capo, camminando: la Petrone aveva snocciolato tutti i dati, dimostrando una straordinaria capacit di indagine. Fosse stato per lui l'avrebbe arruolata immediatamente, almeno col grado di caporale. Tra i nomi ce n'era pure uno che gli sembrava importante, ne avrebbe parlato col commissario; non era gente che ci andava volentieri, in questura. L'indomani si sarebbero posti il problema, ora aveva da fare.
Prese la salita dei Quartieri sbuffando per il peso e la pendenza, al suo passaggio l'usuale recita dei saluti e degli scappellamenti, sempre a debita distanza. Aveva deciso di fare una visita. Non sarebbe passato da Filomena per vedere come stava e se aveva bisogno di qualcosa, magari l'avrebbe fatto la mattina dopo. N pensava di andare a casa: era ancora presto e, anche se non era disposto ad ammetterlo, non ne aveva voglia.
Si inerpic a monte, sotto il corso Vittorio Emanuele, la strada borbonica che circondava la citt antica. Dietro il vicolo di San Nicola da Tolentino, in fondo a una strada cieca che finiva nelle sterpaglie della campagna, c'era un palazzetto. Una scala stretta e ripida portava a un locale sottotetto con i davanzali ricoperti di guano di piccioni: ci abitava una persona che era stata molto utile a Maione in diverse occasioni.

Ancora col fiatone, buss alla porta che cadeva a pezzi. Una voce profonda e aggraziata chiese chi fosse e lui disse il proprio nome. La porta si apr.
- Brigadiere, quale onore! Se lo sapevo, che mi venivate a trovare, mi facevo trovare truccata e con la biancheria pulita!
Bambinella non era facile a definirsi. I capelli neri erano raccolti in una crocchia lasciando cadere qualche ciocca sulle orecchie, portava orecchini pendenti e il viso era pesantemente imbellettato. Indossava una vestaglia sgargiante che lasciava intravedere i merletti della sottoveste. Calze a rete, tacchi alti. Sulle guance, un velo di barba spuntava sotto uno spesso strato di cipria.
- Fammi entrare, va', che per arrivare fino a qua sopra ho perso dieci anni di vita.
- Ma come, un uomo bello e forte come a voi, che si affatica per un poco di salita. Accomodatevi, che vi posso offrire? Un surrogato, un rosolio?
- Un bicchiere d'acqua. Ti devo parlare, vado di fretta.
Maione aveva conosciuto Bambinella un paio d'anni prima, quando avevano fatto irruzione in un bordello clandestino a San Ferdinando, uno di quei posti a basso prezzo dove esercitavano abusivamente la professione femmine d'et o ragazze di campagna. Fra tutte le "signorine" brutte, storte e vecchie, spiccava questa bellezza dagli occhi a mandorla; quando presero le generalit, usc il "difetto".
Maione dovette intervenire perch Bambinella, il cui vero nome non si riusc a sapere, tent di adescare in rapida successione tre uomini della scorta per poi cavare gli occhi all'ultimo, con i suoi artigli.
Nella notte successiva, trascorsa nella cella d'accoglienza della questura, non smise un solo istante di piangere, parlare, urlare contro tutti; alla fine, Maione si prese la responsabilit di lasciarlo andare. Anche perch, pens, tecnicamente non si poteva dire una puttana.
Ascoltando la sua lunga farneticazione, il poliziotto si convinse che il femminiello sapeva molte, moltissime cose. E che il credito di gratitudine che guadagnava liberandolo gli sarebbe tornato utile.
Da allora Maione aveva usato il suddetto credito con parsimonia ma in modo produttivo. Alcune notizie risolutive venivano apprese proprio nel sottotetto dove Bambinella continuava con discrezione a esercitare. Maione chiudeva un occhio, Bambinella gli parlava all'orecchio.

33.

Il mare aveva cominciato a schiaffeggiare gli scogli di via Caracciolo verso le sette di sera. Adesso le onde, ulteriormente rinforzate dal vento, formavano schizzi cos alti che si vedevano dai balconi di via Generale Orsini a Santa Lucia.
Ruggero Serra di Arpaja si era affacciato per sentire sulla faccia il primo soffio della primavera che saliva dal mare. Gli sembrava una minaccia, e non gli procurava il conforto che aveva sperato.
Non poteva mancare molto, lo sapeva. Non aveva cognizione di che cosa sarebbe successo, ma in ogni caso sarebbe stato presto. Il giornale descriveva i dettagli che lui conosceva, tenendone nascosti altri.
Non aveva grande fiducia nella pubblica sicurezza, e nemmeno nella magistratura: si confrontava ogni giorno con entrambe, da pi anni di quanto amasse ricordare, e le aveva sempre immaginate come una grossa bestia lenta in movimento e incapace di raggiungere il traguardo.
In quegli anni, poi, la macchina era ulteriormente ostacolata dalla politica, che ne rallentava e deviava l'andatura ai propri fini.
Ora era in gioco tutto ci che aveva costruito. Per l'ennesima volta analizz le possibili evoluzioni degli eventi, provando l'angoscia del topo in trappola. Il ricordo gli mont dentro con un'ondata di nausea che argin chiudendo gli occhi: il sangue. Una cosa era parlarne freddamente in studio, con individui colpevoli che lui difendeva per evitare la condanna, feccia indegna ma abbiente pronta a pagare per la libert. Altra cosa trovarcisi dentro.
Tutto quel sangue. Istintivamente si guard i piedi scalzi: realizz che da quando era tornato a casa e si era tolto le scarpe sporche, non ne aveva pi indossato un altro paio. Doveva farle sparire; e doveva pensarci lui, non poteva affidarsi a qualcun altro.
Sospir nel vento dolce: la maggiore angoscia, che gli stringeva la gola e non lo faceva respirare, non era per quello che sarebbe potuto succedergli. L'ansia gli veniva da quello che avrebbe fatto Emma. Per avere la risposta, avrebbe dovuto farsi forza e uscire, per andare a teatro. Quella stessa sera.

Dalla campagna si sentiva un cane abbaiare. Bambinella si era seduto in una poltroncina in stile cinese e aveva assunto una posa compita da ragazza perbene, gambe unite e mani in grembo.
- Allora, brigadie', che si dice? Avete finalmente deciso di provare qualcosa di diverso, nella vostra vita? Voi lo sapete, per voi tutto a grats.
- Senti, Bambine', io ancora devo finire di provare le cose normali; figurati se mi viene voglia del diverso. Lo sai, sono qua per il solito motivo: lavoro.
Il femminiello sbuff con grazia.
- Uh, Madonna mia, che noia, lavoro, sempre lavoro. E pigliatevela, una vacanza di mezz'ora! Un bell'uomo come a voi, cos maschio, con tutti quei peli! Oddio, certo qualche altro pelo in testa non vi darebbe fastidio,  overo?
- U, non ti permettere, ch ti sbatto dentro, eh? I peli miei non ti interessano, e comunque stanno dove devono stare. Pensa ai tuoi, di peli, che ci hai la faccia blu.
- Eh, lo so, brigadie', tengo questa qualit di barba che si vede sempre. Per ancora mi devo truccare, state sicuro che poi non si vedono pi. Allora, come va? Ho sentito dalle compagne mie della Sanit che state vedendo chi ha ammazzato a donna Carmela, quella che legge le carte, eh?
Maione allarg le braccia. - Ma che schifo di citt. Uno fa uno starnuto alla stazione e qualcuno al Vomero dice: salute! S, stiamo indagando. Tu sai qualcosa?

- No, brigadie', l non vi posso proprio aiutare. A parte che non  zona mia, con tutti i fetenti miserabili che ci abitano; poi, non ho sentito proprio niente. So solo che faceva un poco la strozzina a tempo perso, vi risulta?
- S, questo lo sappiamo gi. E che altro sai?
- Con le carte era brava assai. Una compagnella di Santa Teresa ci and perch stava in pensiero che l'innamorato suo gli aveva detto che stava su un cantiere a Giugliano e non la poteva incontrare la sera. Quella gli lesse le carte e gli disse, - e qui Bambinella fece la voce cavernosa e strinse gli occhi, come se scrutasse dentro una sfera di cristallo: - "Vediti bene i fatti tuoi, questo non ci va a Giugliano, va sopra un bordello di viale Elena". E quella va l fuori e lo vede che esce braccio a braccio con una puttana! L'hanno dovuta mantenere in tre, che gli voleva scippare la faccia col rasoio a lei e a lui. Era brava. Ma non vi so proprio dire chi pu averla ammazzata.
Maione era allibito.
- Certo, la gente  proprio scema. Ma come si fa a credere a queste cose? La Calise imbrogliava. Prendeva informazioni, come a me con te, e faceva gli oracoli. E guadagnava sulle spalle di chi la stava a sentire.
Bambinella si guard le mani laccate, sospirando.
- Brigadie', certe volte si ha pure il bisogno di credere in qualche cosa. Voi non lo tenete mai, questo bisogno?
Maione punt la finestra. Fuori, la campagna andava incontrando la primavera. La sera portava in braccio le cicale e si sentiva frusciare l'erba alta. Credere a qualcosa? Pens subito a Lucia, che rideva nel sole di venticinque anni prima sugli scogli di Mergellina.
- S, Bambine', pure tu ci hai ragione. Si deve credere a qualcosa, per campare. Comunque, sono qua per un altro motivo. L'altra sera una donna ai Quartieri Spagnoli, vico del Fico, ha avuto un ferimento. Un taglio sulla faccia.
- S, lo so. Filomena la bella. Se n' parlato assai. La puttana vergine.
Maione reag con stupore.
- Come, la puttana vergine? Che significa, 'sta cosa?
Bambinella fece una risatina, portandosi una mano davanti alla bocca con fare affettato.
- No,  un modo mio di dire. Io chiamo cos quelle che si fanno una fama di puttana senza fare mai niente di male. La voce della gente, insomma, dice tutto il contrario di quello che  veramente. Sapeste quanto spesso succede, brigadie'.
- E in questo caso, la verit qual ?
- Allora, vi premetto che io tutti questi fatti li so da una delle mie migliori amiche che  la cugina del marito morto, perch questa signora  vedova, non so se lo sapete.
Maione accenn di s con la testa.
- E tiene un figlio di dodici anni, mi pare.
- Quasi tredici, credo. Un ragazzo silenzioso, bruno bruno come il padre. L'ho visto un paio di volte, quando ho accompagnato a Irma, la cugina che vi dicevo, a trovarli. Immaginatevi come ci guardavano, nel vicolo, - Bambinella fece un'altra risatina dietro la mano, - ci stava una megera affacciata sopra al basso, vestita di nero che pareva una strega di Benevento, con una faccia, non vi potete immaginare.
Maione ricord donna Vincenza, le labbra strette e il sibilo dell'insulto sputato addosso a Filomena.
- Invece me lo posso immaginare, credimi. Vai avanti.
- Allora, Filomena Russo dal Padreterno ha avuto in regalo la bellezza. Se l'avete vista, anche adesso che l'hanno sfregiata, lo potete capire. E la donna pi bella di Napoli e forse del mondo. Cio, era. Poveretta.
Come, poveretta? Per lo sfregio?
- No, brigadie': per la bellezza. Quella  stata la dannazione della vita sua. Dovete sapere che se una  cos bella,  meglio che tiene l'anima della puttana. Se tiene l'anima della puttana, allora campa nel lusso, lei e i figli suoi, madre, padre, tutti quanti. Si fa mantenere, la fa vedere e la nasconde, quella cosa che tiene in mezzo alle cosce, beata lei; e gli uomini, che so' stronzi, senza offesa, brigadie', l'annusano e ci corrono appresso come i cani per strada. Se invece, come a Filomena, l'anima della
puttana non la tieni, allora ti devi nascondere per campare quieta. E quieta non ti fanno stare lo stesso.
- E a lei chi  che non la fa campare quieta?
Bambinella tacque per un lungo momento.
- Da ultimo il guappo, don Luigi Costanzo. E anche il commerciante di tessuti dove lei lavora. Ce lo ha raccontato l'altra volta che siamo andate. Uno che minacciava il figlio, l'altro che voleva metterla in mezzo alla strada.
Maione strinse i pugni. La cosa non sfugg a Bambinella, che continu.
- Certo, adesso non credo proprio che le daranno pi fastidio.
- E secondo te, chi pu essere stato?
- Fatevelo dire da chi ci lavora con la bellezza e l'amore malato: chi si fissa con una persona bella l'ammazza, ma non la sfigura. Non  stato nessuno di tutti e due, brigadie'. Non ci credo. E non vi so proprio dire chi  il pazzo che pu avere rovinato quello splendore.
- E perch la chiamano puttana, allora? Se  una donna cos seria?
- Perch le donne non ammettono che una  meglio di loro. Pensano che gli uomini perdono la testa per qualcos'altro, non per quello che vedono e basta. Sapeste a me quante volte  successo e succede ancora.
Maione si avvi verso la porta.	
- Ti ringrazio, Bambine'. Se vieni a sapere qualcosa, mandami a chiamare. E fila diritto, non voglio sistemare i guai tuoi per sempre. Non sei figlio a me.
Bambinella sorrise vezzoso.
- S, brigadie', star attenta. Per vi voglio dire una cosa. La bellezza pu fare perdere la testa. Quella della faccia, ma pure quella dell'anima. Voi tenete una bellissima famiglia, non vi fate coinvolgere. Se mi posso permettere.
Maione rimase fermo sulla porta.
- No, non ti puoi permettere. E poi per me  solo una questione di lavoro. Statti bene.
E se ne and, di corsa, a casa.

34.

La mattina dopo era la quarta, da quando il primo colpo di vento nuovo aveva attraversato i vicoli dietro il porto. L'aria andava riscaldandosi di ora in ora, i palt erano spariti quasi del tutto, si cominciava a vedere qualche paglietta.
Dalle finestre aperte si tiravano fuori giacche e gonne dimenticate nel lungo inverno, e si cantava e si litigava a voce alta, per l'avida gioia delle vecchie pettegole origlianti dai balconi.
La brezza rinforzata dall'odore del mare si divertiva a far volare cappelli e a spezzare rami. Donne e uomini, che per mesi si erano incrociati senza scambiarsi uno sguardo, ora si osservavano con attenzione, inviandosi messaggi silenziosi nascosti dietro un sorriso. Sentimenti sopiti, in letargo per il freddo, si risvegliavano: attrazione, tenerezza, invidia, gelosia.
Nelle vie del centro, dove l'odore del letame dei cavalli si era fatto pi acuto, gli ambulanti offrivano le loro merci con rinnovato vigore. L'aria era dolce, profumata e carica di promesse, tra le quali volteggiava la primavera invisibile. Il sole splendeva e, forse, non tutto era perduto.

Attilio aspirava a pieni polmoni il vento leggero dalla finestra della sua camera: pensava che fosse finalmente giunto il tempo di dare alla propria vita la svolta che aveva desiderato.
Non che le cose, a teatro, la sera prima, fossero andate meglio del solito; tutt'altro. Il maledetto asino presuntuoso era stato se possibile ancora pi sferzante e punitivo.
Si era perfino inventato un appellativo offensivo per il suo personaggio, "bellimbusto". Un modo per limitarlo, per sminuire il suo talento. E, come se non bastasse, il palco era ancora vuoto.
Rabbrivid al pensiero di non potersi nemmeno pi rifugiare negli occhi adoranti di Emma se la gente avesse riso di lui.
All'uscita del teatro quell'uomo era l, si era presentato per fargli un'offerta, e a lui era balzato il cuore in petto pur non avendo nulla da temere. Per l'aveva rifiutata, sdegnosamente, che nessuno credesse che Attilio Romor si poteva comprare. Eppure da quell'incontro aveva capito una cosa: che esisteva un'altra possibilit. E lui era intenzionato a non lasciarsela sfuggire.
Stendendo le braccia, fece guizzare i pettorali sotto la canottiera e le bretelle. Mand un sorriso smagliante alla signora che si attardava a stendere i panni sul balcone di fronte. Godesse anche lei. Il sole splendeva e il futuro era luminoso.

Ricciardi leggeva l'elenco delle ultime persone che potevano aver visto viva la Calise. Un messaggio dall'aldil scritto di pugno dalla morta. Non l'unico, per lui. 'O Padreterno nun  mercante, ca pava 'o sabbato.
Si sofferm sulla grafia incerta dei nomi.
Passarelli, maschio, matre. Colombo, femina, nuova, amore. Ridolfi, gioieli moglie.
Emma.
Iodice, pavare.
Giornata leggera. Alcune pagine del quaderno nero bordato di rosso arrivavano a contenere ben dieci nomi, la media era di sei o sette. Forse uno di quegli incontri si era protratto pi a lungo. Forse la vecchia lo aveva letto nelle carte, il suo destino.
Ricciardi amava il freddo e appena poteva spalancava le finestre per far entrare l'aria nuova. Dalla piazza grande saliva l'odore del mare portando le voci e i canti della nuova stagione.
Maione, in piedi, era assorto in chiss quali pensieri. Quella mattina sentiva una pena dentro, non avrebbe saputo dire quale. Gli tornarono in mente le parole di Bambinella, alimentando un vago rimorso. Impressa nel cervello, la recente memoria del viso di Filomena ancora bendato. Quando aveva visto l'irsuto brigadiere sulla soglia, quella mattina gli aveva detto: brigadie', mi state facendo abituare al vostro saluto. Maione aveva risposto: allora abituatevi, Filome'.
- Maione, ma che fai, sogni all'impiedi?
- Commissa', niente. Non ho dormito bene, sono un paio di notti. Forse la temperatura che si sta alzando. Mo', come ogni anno, ci sar pi da fare per noi. Sempre cos alla stagione. No?
Ricciardi annu.
- L'esperienza cos ci dice. Speriamo bene. Allora, raccontami del tuo appuntamento d'amore.
Maione si mise sulla difensiva.
- Ma quale appuntamento, commissa'! Io passo a salutare, a vedere come sta con la ferita. Ma non ci sta nessun discorso personale, per carit. Io vado solo a vedere se c' bisogno di qualche cosa, ma non mi sogno proprio...
Ricciardi lo fiss con intensit.
- Ma di che cosa stai parlando? Io sto dicendo della chiacchierata con la Petrone per decifrare quest'elenco. Senti, Raffaele: io non sono uno che si fa i fatti degli altri, se non per lavoro. Per una cosa te la voglio dire: ho condiviso la tua... quel momento terribile tuo e della tua famiglia. Ho conosciuto tua moglie, i tuoi ragazzi. Mi ricordo di Luca. Credimi, se ti dico che quello che hai tu non si compra in nessun negozio del mondo.
Maione aveva abbassato il capo.
- Perch mi dite queste cose, commissa'? Che vi ho fatto pensare? Io sono un uomo fortunato, lo so. E' che da quando... da quando  successa quella cosa l, non parliamo pi. Con Lucia. Cio, non  che non parliamo. Ma  sempre altrove. Pure le altre creature la guardano strano. Sta zitta. Guarda avanti, chi sa che vede.
- E tu, non l'aiuti? Non la cerchi, non ci parli?
Maione si incup.
- L'ho fatto, commissa'. Lo faccio ancora. Ma  come rivolgersi a un muro. Certe volte mi comporto come un pazzo, parlo solo per la casa. E come se tutti e due potessimo parlare solo attraverso Luca. Il ricordo di Luca. E non lo nominiamo mai.
Ricciardi lo osservava.
- Non sono io che ti posso dire come funziona in una famiglia. Lo sai, io una famiglia non ce l'ho e non ce l'ho avuta nemmeno da piccolo. Sono cresciuto con la mia tata, e ancora sto con lei. Le voglio bene, ma non  una famiglia. Lo sai che penso? Che  facile stare insieme quando va tutto bene. Il difficile  quando si devono superare le montagne, fa freddo e tira vento. Allora, forse, per trovare calore, uno si deve fare un poco pi vicino. Te lo dice uno che campa nel freddo. E che non ha nessuno per trovare calore.
Maione era sbalordito. Non aveva mai sentito parlare Ricciardi cos a lungo, e di argomenti che non riguardavano un'indagine ma s stesso, la sua vita e la sua famiglia. Maione sapeva che non era sposato, o meglio, era come se Ricciardi fosse sposato alla propria solitudine.
- Commissario, io certe volte penso che l'amore mio e di Lucia  come se fosse morto con mio figlio. Che si crede, che soffre solo lei perch era la mamma? Io non me lo vedo davanti tutti i giorni con quella faccia da schiaffoni che mi dice: ciao, brigadiere panzone, mo' che ti devo fare, il saluto militare? E ogni volta che chiudo gli occhi non mi ritrovo forse con lui in braccio? Teneva sette anni e voleva vedere la rivoltella d'ordinanza. Ci stanno momenti che non respiro, da quanto mi fa male il cuore. Ma il dolore mio non conta: conta solo il suo dolore di madre.
- Non lo so, Raffaele. Forse hai ragione anche tu. Per, secondo me, non c' una classifica del dolore, il mio pi del tuo, il tuo pi del mio. Il dolore a volte pu anche unire. Forse dovete solo parlare un poco, la sera. A me, quel freddo l che ti dicevo, viene la sera. E allora... mi affaccio alla finestra e prendo un poco d'aria. Ascolto un po' di musica, alla radio. E me ne vado a dormire sperando di non sognare.
Una pianola cominci a suonare nella piazza, due piani sotto la finestra dell'ufficio. "Amapola, dolcissima Amapola". Uno stormo di colombi si alz in volo riempiendo il cielo di ali. Un po' pi in l, dal porto, echeggi l'urlo di un gabbiano. Maione guardava il mare e immaginava il figlio. Ricciardi guardava il mare e immaginava Enrica.
- Comunque, se ti serve parlare con qualcuno, io sono qua. Allora, vediamo quest'elenco.

35.

Lavora con le mani, la mente rivede tutto, il sangue, il corpo a terra, la scatola, lui che cerca la sua cambiale fra le tante, quella che ha firmato quando ancora credeva nel sogno.
Lavora con le mani, stende, piccoli schiaffi sulla pasta; il cuore pieno di angoscia, il vero significato delle cose. Dei figli, della moglie, della madre, povera mamm, povera vecchiarella mia. Del disonore, delle voci, le facce che si girano quando loro passano.
Lavora con le mani, solo con le mani, il caldo del forno gli brucia i peli delle braccia, il fuoco scoppietta e gli borbotta la promessa dell'inferno, gli occhi no, gli occhi corrono dalla sala alla porta, alla punta dei cappelli di chi passa, agli sguardi della gente che cammina nell'aria di rinascita.
Non fosse mai arrivata questa primavera. Non avesse mai lasciato il carretto.
Madonna mia, quanto sangue. Quanto ce ne pu stare, in un corpo cos piccolo? Il tappeto, il tappeto aveva cambiato colore. L'ho chiamata, non ha risposto. Due volte. Madonna mia, aiutami tu.
Ricorda quand'era piccolo, uno del vicolo era andato in carcere, chi sa che aveva rubato. Poi ricorda che sua mamma separava il pasto, gi minimo, conservandone una parte per la famiglia rimasta senza padre, e cos facevano tutti nel quartiere. Ma ai bambini era impedito di giocare con i figli del ladro. Non avrebbe mai consentito che succedesse questo ai suoi figli. Mai.
Non l'avrebbero preso. Non si sarebbe fatto prendere.
Smise di tagliuzzare le alici salate, allung la mano sotto il banco per controllare la lunga lama affilata del coltello per la carne.
Quello sarebbe stato il giorno. Se lo sentiva. Ma non l'avrebbero preso.

Maione aveva tirato fuori il taccuino e stava leggendo i suoi appunti.
- Mamma mia, non si capisce niente, con tutto che l'ho scritto io stesso. Quel giorno la Calise non ha ricevuto di mattina, perci c'erano solo cinque appuntamenti. Ha detto alla Petrone che teneva da fare un fatto suo, doveva uscire. Non succedeva spesso, a quanto pare. Comunque, torn all'ora di pranzo e nel primo pomeriggio cominci a ricevere. Ho mandato a chiamare tutti. Forse conoscete qualcuno, commissa'? C' gente delle parti vostre. Un certo Ridolfi Pasquale non pu venire in questura, dobbiamo andare noi. E' caduto per le scale proprio scendendo dalla Calise, quella mattina, mo' sta a casa e tiene una gamba fasciata. Le tenete presenti quelle scale, no, commissa'? Stavo cadendo pure io l'ultima volta, fortuna che sono cos strette che pure se cadevo rimanevo incastrato. Poi ci sono gli altri. Il primo che si  presentato  Passarelli Umberto, abita a Foria, ragioniere impiegato al catasto.
- E che ti ha detto di lui, la Petrone?
Maione rise. - Ah, commissa', questa storia  sfiziosa assai. Dunque, il ragioniere Passarelli ha sessant'anni. Vive con la mamma che ne ha ottantasette, e fin qua tutto normale. Il ragioniere  fidanzato da quando teneva vent'anni con una certa signorina Liliana, che abita dalle parti sue. Quarant'anni di fidanzamento, commissa'! E perch non si sono sposati? Perch la signora Passarelli, la mancata suocera insomma, non ha voluto. E siccome i soldi li ha in mano lei, che  vecchia assai ma ancora non muore, loro aspettano.
- E perch si faceva leggere le carte dalla Calise, Passarelli?
- Qua viene la cosa buffa: per sapere quando muore la mamma! Infatti  moribonda da vent'anni. La Petrone conosce la serva del dottore che la tiene in cura, cos si prendeva le informazioni che servivano alla Calise per leggere le carte. Incredibile.
- Vabbe', va', fallo passare. Chi c', dopo?
- Una giovane, una certa Colombo. Era solo la prima volta che ci andava per un affare di cuore, poi vi dico. Il guaio ce l'abbiamo con quella dopo, una signorona di Santa Lucia, Emma Serra di Arpaja. L il fatto  serio, era una delle frequentatrici pi assidue della vecchia. La Petrone non mi ha saputo dire niente, con lei se la vedeva direttamente la Calise. Forse non c' niente da sapere. Vi volevo chiedere, che faccio, mando a chiamare pure a lei? O ci muoviamo con un poco pi di discrezione? Non vorrei che alziamo un poco troppa melma e ai piani alti ci fanno problemi.
Ricciardi sbuff spazientito.
- Quante volte te l'ho detto che non le voglio sentire queste cose! Se c' un'indagine da fare, si fa. Mandala a chiamare come tutti gli altri. Poi, se ci mettono i bastoni fra le ruote, vediamo come glieli dobbiamo rompere in testa. E l'ultimo?
- Iodice, un pizzaiolo della Sanit. Qua non sono le carte, era un debitore. Per  scomparsa la cambiale, ho controllato. Forse ha pagato e se n' andato, cos sta scritto sul quaderno.
- O forse l'ha ammazzata e la cambiale se l' presa. Vedremo. Fai passare Passarelli.

Il ragionier Umberto Passarelli non credeva nel destino, il che era singolare per uno che si faceva leggere le carte. Pensava che nel corso degli eventi ci fosse un'importante componente legata a come un uomo affronta le cose. Il resto lo faceva la giornata che cominciava male o bene.
Dunque prestava la massima attenzione a ci che accadeva nell'ora che seguiva il risveglio, segnali inequivocabili di quale traccia quel giorno avrebbe lasciato sulla sua vita, e si disponeva di conseguenza alle rimanenti ventitre con il dovuto cipiglio. Ma non sempre i segni erano di facile interpretazione.
Quella mattina era stato svegliato da alcuni vigorosi colpi al portone: sfortuna. Per li aveva sentiti solo lui, mamm aveva continuato il suo armonioso russare: fortuna. Due poliziotti in divisa: sfortuna. Ma erano piuttosto gentili: fortuna. Volevano che si presentasse in questura quella mattina stessa: sfortuna. Ma non lo avevano arrestato, n avevano alcun addebito nei suoi confronti: fortuna. Per ora, aggiunsero: sfortuna.
Cos, Umberto Passarelli, che con un educato: - E' permesso? - fece il suo ingresso nell'ufficio di Ricciardi, guardingo, aveva deciso di improntare la propria strategia a un atteggiamento attendista.
Era un ometto magro. Il suo perenne nervosismo era tradito da alcuni tic, il pi fastidioso dei quali consisteva nello strizzare l'occhio sinistro, stirando contemporaneamente la bocca dallo stesso lato: sembrava che facesse l'occhietto e si spaventasse nello stesso momento. Piccole lenti bordate d'oro, colletto rigido, polsini con minuscole macchie d'inchiostro.
Un accurato riporto arava la cima del capo, altrimenti calva. La brezza leggera che entrava dalla finestra cominci subito a irriderlo, sollevandoglielo a tratti. A Ricciardi venne in mente la processione di Pentecoste, al suo paese, dove i figuranti fingevano l'arrivo dello Spirito Santo con strisce di stoffa tremolanti sulla testa.
Dopo averne preso le generalit, il commissario chiese al ragioniere se fosse a conoscenza dell'omicidio della Calise.
- S, certo, l'ho letto sul giornale. Che peccato. Un vero fastidio.
- Un fastidio?
- E certo, commissario. Vedete, adesso io, e chiss quanta altra gente come me, ci dobbiamo trovare un'altra persona che ci aiuti. E non  facile, credetemi, - disse strizzando l'occhio, - mantenere la fiducia in qualcuno che ti dice quello che devi fare.
Ricciardi aggrott le sopracciglia.
- Come, "quello che devi fare"? Voi facevate quello che la Calise vi diceva?
L'occhio sinistro guizz.
- E certo, commissario. Se no, che ci andavo a fare?
Con quello che costava, poi...
- E da quanto tempo, eravate... suo cliente?
- Da un anno. Ci andavo pi o meno una volta alla settimana.
- Con quale motivazione? Cio, su che cosa vi dava indicazioni?
L'angolo della bocca scatt verso il collo.
- Vedete, commissario, io vivo con mamm. Lei, intendiamoci, gran donna, persona straordinaria, ha solo me. Allora io la devo assistere, e non  semplice, perch  molto malata, anziana, irascibile. Se sentiste le urla... da far rivoltare il quartiere.
- Ho capito. E la Calise che c'entra con vostra madre?
- No,  che io sono una persona metodica, mi piace organizzarmi per tempo, sapere le cose, stabilire le date.
- E dunque?
Occhio, bocca.
- E dunque, mi aiuterebbe sapere quando, cio, pi o meno, si intende, mia madre dipartir. La mia fidanzata... io ho una fidanzata, sapete... una signorina gentile e 'infinitamente paziente, deve avere il suo tempo per preparare il corredo, la cerimonia, non potete avere un'idea di quello che c' da fare. Non vi voglio far pensare che io desideri la morte di mamm, non sia mai. Per, una coppia si deve pure organizzare. Ci sta pure il lutto da rispettare, almeno due anni per una madre. Quella casa, poi,  piena di medicine, l'arredamento non le piace, qualcosa si deve cambiare. Si deve preparare la stanza dei bambini, pure.
Maione, che per tutto il tempo dell'interrogatorio aveva cercato di contenersi, intervenne.
- Ah, tenete bambini?
Riporto, bocca, occhio due volte.
- No, ma a me e alla fidanzata mia piacciono le famiglie numerose.
- E quanti anni ha, la signorina?
Occhio, bocca, occhio. Dopo un attimo, tremolio incerto del riporto.
- Due pi di me, sessantadue. Per se li porta benissimo. Per ora non posso nemmeno andare in pensione, finch... finch non si sistemano le cose.
Maione si tratteneva a stento dal ridere, e Ricciardi lo fulmin con aria di rimprovero.
- E come l'avete vista, la Calise? Qualcosa di diverso dal solito, qualcosa che ha detto...
Passarelli assunse una posa riflessiva, resa mobile dal balletto dei tic.
- No, commissario, non mi pare. Forse, un poco pi silenziosa del solito. Nemmeno un saluto, solo il bollettino della giornata di mamm. Per, era straordinaria! U, quella mi diceva le stesse identiche cose del dottore un giorno prima! Io perch a mamm non gliene potevo parlare, se no si poteva pure risparmiare la spesa del medico!
Ricciardi guard la schiena sussultante di Maione, che si era girato verso la finestra.
- Va bene, Passarelli, potete andare. Rimanete a disposizione, per: ci potrebbe servire sentirvi ancora.
Il ragioniere si alz, sospir, fece l'occhiolino, storse la bocca, accenn un inchino e si allontan. Prima che uscisse, il riporto mand un vezzoso saluto da lontano.

36.

Davanti alla chiesa di Santa Maria delle Grazie il marciapiede era pieno di gente indaffarata, i negozi ancora aperti.
Sulle scale della chiesa sedeva Rituccia, composta e tranquilla. Aspettava. Si capiva che non mendicava. Avrebbe scelto una posizione migliore, pi vicina al portale o a ridosso della strada. Invece la bambina se ne stava appena fuori dal cono di luce del lampione ondeggiante in mezzo alla strada, esterna alla traiettoria degli sguardi. Aveva compiuto dodici anni, ma ne dimostrava di meno e sapeva che era un bene: meno dava nell'occhio, meglio era. Dalla morte della madre, quando piccolissima era rimasta sola col padre.
Sola col padre.
Prov un forte brivido nell'aria gi tiepida.
Aveva pensato a lungo a quello che c'era da fare. A come risolvere le cose. Per Gaetano e per s stessa.
La soluzione era dolorosa, difficile. Non sarebbe stato facile fare le cose n lo sarebbe stato il periodo successivo: non per la solitudine, quella anzi sarebbe stata una conquista.
Lo vide arrivare trafelato in mezzo alla gente, il berretto floscio gli copriva la faccia bruna, le mani ancora sporche di calce come i calzoni a met coscia. Tredici anni ormai, ma anche Gaetano Russo ne dimostrava di meno.
Si sedette vicino a lei, come al solito nemmeno un saluto. Due ragazzini sulle scale di una chiesa, ma negli occhi avevano cent'anni.
Lui parl.
- Va meglio. Quelli hanno fatto come avevi detto tu; sia il guappo sia quel porco dove lavora.
Lei sorrise brevemente. Gli uomini erano tutti uguali. A Gaetano erano spuntate le lacrime. - Era cos bella. Adesso... Maledetti. Lei gli strinse la mano.
- E il resto?
Lui sollev la testa. Le pupille nere, luccicanti di rabbia e pianto, brillavano nell'ombra come quelle di un lupo. - Tutto come abbiamo detto. Sei sicura? Domani? Annu. Mamma, capiscimi. Se mi vedessi, sto sulle sca
le di una chiesa, se mi sentissi, lo sai cosa ho nel cuore. E sul corpo, quasi ogni notte. Da quando te ne sei andata.
Lo devo fare, mamma. Lo capisci, vero?
Dal mare arriv un colpo di vento. Fu forse quello all'origine della lacrima che, solitaria, le scese sulla guancia.

Maione si stava asciugando le lacrime col fazzoletto.
- Commissa', questo mi ha fatto morire, a me... I figli, vuole! Lui sessant'anni, lei sessantadue, e vuole i figli! Quella la mamma sta bella e tosta, campa altri cent'anni pi due di lutto. Sta fresca, sta, la fidanzatina! Secondo me,  meglio che lo controlliamo al ragioniere Passarelli. Quello da un momento all'altro ci mette un cuscino in faccia, a mamm, e se la leva di torno. Cos possono convolare, i promessi sposi!
Ricciardi fece quella mezza smorfia che per lui era un sorriso.
- Certo, la gente  strana. Uno non si vede mai, per com' veramente. Vabbe', chi viene dopo?
Maione ripose il fazzoletto e riprese il blocco degli appunti.
- Qua sappiamo poco. La signorina si chiama Colombo. L'aveva accompagnata un'altra ragazza, una vecchia cliente della Calise che non ne aveva ancora parlato con la Petrone. L'accompagnatrice era andata per questioni d'amore... il fidanzato lontano... poi s' sposata, pare. E la Petrone pensa che anche questa Colombo era andata per la stessa cosa, per non aveva ricevuto dalla Calise l'incarico di indagare su di lei, perch il giorno del delitto era pure quello della prima visita della Colombo, e perci stavano ancora all'inizio. Faccio Entrare?
Ricciardi prov uno strano senso di disagio. Si pass la mano sulla fronte; forse gli stava salendo la febbre.
- E fai entrare.
Ed Enrica entr.
Quando, mesi prima, Ricciardi si era trovato davanti alla giovane donna al carretto della verdura, l'aveva fissata per un attimo. Un solo attimo: ma nella mente, nell'immaginazione e nei sogni aveva rivissuto quel momento infinite volte.
Uno di quei momenti attorno ai quali si costruiscono vite intere. Occhi negli occhi, per la prima volta.
La gente normale. Ma lui sapeva di non avere il diritto di essere normale.
Pensare a quel momento cos a lungo, come farebbero un condannato all'ergastolo o un naufrago su un'isola deserta, lo aveva portato a credere di essere preparato a un eventuale incontro fortuito. Niente di pi falso.
Anche Enrica era impietrita. La convocazione in questura l'aveva incuriosita ma non spaventata; non aveva niente di cui preoccuparsi. Lungo il tragitto, aveva ripercorso gli ultimi giorni e si era convinta che fosse per un episodio di cui di recente era stata testimone: quattro ragazzi con la camicia nera avevano strattonato per strada un vecchio, chiamandolo disfattista. Niente di grave, ma di quei tempi non si sapeva mai a cosa si andava incontro.
E adesso si trovava davanti all'uomo la cui sagoma intravedeva ogni sera immancabilmente alla stessa ora, e che popolava tutti i suoi sogni, i suoi desideri pi remoti. A fissare di nuovo quegli occhi trasparenti nei quali sembrava specchiarsi il cuore.
Nell'ufficio era calato un silenzio innaturale. Anche la piazza, dalla finestra, taceva. Cosa rara, a quell'ora del giorno. La primavera se la godeva pazzamente, adorava quei momenti, in cui il sangue pulsava silenzioso nelle vene.
Maione alz il capo dal taccuino. Li guardava entrambi, in attesa di qualcosa. Poi, fece un incerto colpo di tosse.
Il rumore risuon come un'esplosione. Ricciardi balz in piedi, la ciocca di capelli ribelli sulla fronte, le orecchie infiammate. Apr la bocca, la richiuse e la riapr. Alla fine, disse: "Accomodatevi, prego", ma la voce non gli usc. Si schiar, rumorosamente, e ripet l'invito.
Lei non rispose: era come incantata. Non poteva credere a quello che vedeva. Ebbe l'impulso di fuggire e invece rimase bloccata l, in piedi, la borsetta stretta fra le mani, davanti al petto, come per difendersi, il cappellino fissato da due spilloni, la gonna a met polpaccio e le scarpe basse. Si maledisse per non aver scelto una toilette diversa, pi moderna, per non essersi truccata.
Ricciardi era rimasto di fianco alla scrivania. L'impulso, anche per lui, era di fuggire: valut la finestra, poich la porta era occupata da lei. Guard implorante Maione, che non aveva mai visto Ricciardi in quello stato.
Il brigadiere si scosse e finalmente intervenne dando movimento a un quadro surreale.
- Prego, signorina, sedetevi. E solo per qualche informazione. Le presento il commissario Ricciardi. Vi deve fare qualche domanda.

37.

Le guardie Camarda e Cesarano si fermarono all'ingresso del vicolo. Il primo consult ancora una volta il foglietto che aveva in mano e fece un cenno con la testa al compagno. Entrarono e si avvicinarono al negozio che era la loro meta, una pizzeria.
Erano rilassati, si trattava di una semplice convocazione in questura per informazioni, forse un testimone, chiss. Era l'ultimo incarico della giornata, una cosa facile facile, poi avrebbero finito il turno e sarebbero tornati a casa.

Adesso erano seduti entrambi. Su di loro torreggiava Maione, come un arbitro sul ring. L'impasse fisica era risolta, quella psicologica no. Ricciardi non accennava a parlare, Enrica era seduta come fosse imbalsamata. Maione, con le spalle al muro, dovette intervenire ancora una volta.
- Allora, signorina Colombo Enrica, via Santa Teresa degli Scalzi 103, siete voi?
Lentamente, Enrica gir il viso verso il brigadiere.
- Buongiorno, brigadiere. Se mi avete consegnato la convocazione e ho firmato la ricevuta, qualche cosa significher. S, sono io.
Il tono fu pi gelido di quanto avrebbe voluto, ma aveva tutte le ragioni per essere cos arrabbiata. Dopo aver aspettato tanto che si facesse avanti, adesso proprio non riusciva a sopportare di conoscere l'oggetto dei suoi sogni grazie a un "convocata per informazioni", come era scritto sulla lettera che le era stata consegnata quella mattina.
Maione non aveva pi appigli formali a cui riferirsi e aspettava che Ricciardi cominciasse a fare domande, ma il commissario non accennava a voler parlare. Se ne stava li, muto. Il brigadiere era preoccupato, ma non si risolveva a chiedere se il superiore si sentisse bene o meno.
Toss ancora. Ricciardi si riscosse e gli lanci uno sguardo indecifrabile.
Maione cap che avrebbe dovuto condurre l'interrogatorio, anche se non avrebbe saputo dire perch. Sembrava che il commissario si trovasse al cospetto di un fantasma.
- Signorina, conoscete voi una certa Calise Carmela, di professione cartomante?
Dunque, era quella la ragione. Enrica aveva saputo del delitto dalla sua amica e ne era rimasta impressionata: quella povera donna, l'aveva vista solo il giorno prima che morisse, una cos orrenda fine. Ma si sent subito colta in fallo, con una bruciante sensazione di vergogna: quindi, lui sapeva! Sapeva che lei si era rivolta a una cartomante e, forse, pensava che lei fosse una stupida ignorante, o peggio, una blasfema, che si rivolgeva a una fattucchiera per risolvere i suoi problemi.
Strinse le labbra, lanciando lampi dalle lenti cerchiate di tartaruga.
- S, certo. Ho saputo del... della disgrazia. Io l'avevo vista il giorno prima. E con ci? E forse proibito?
Maione batt le ciglia di fronte al tono inaspettatamente aggressivo.
- No, certo che no. Volevamo sapere solo se avevate idea, che so, di qualcosa che vi era sembrato strano. Nel modo di fare della Calise, se era diversa dal solito.
Diversa dal solito! Come se lei fosse una cliente fissa, una visitatrice abituale di quello squallido appartamento maleodorante. Non voleva restare l a farsi offendere.
- Guardate, brigadiere, che io ci sono stata solo una volta, accompagnata da un'amica. Quindi, non ho idea di come la Calise fosse di solito. Vi posso dire che ha fatto molte pi domande lei a me che io a lei, circa... la questione che mi riguarda. Non ho notato nulla di strano.
Maione bilanci il suo peso da un piede all'altro. 
- E nell'entrare, o nell'andar via, avete notato niente?
Enrica si sentiva morire, per quello che forse Ricciardi stava pensando, per il fatto che non le rivolgesse la parola, perch stava facendo la figura della stupida, per i suoi maledetti occhiali e per non essersi truccata. Aveva soltanto voglia di piangere.
- No, brigadiere, solo la portinaia che ha salutato con troppa indiscrezione fissandomi come se cercasse di riconoscermi. Ora, se permettete, vorrei andarmene. Non mi sento molto bene.
Maione, che non avrebbe saputo cos'altro chiedere, si gir verso la riproduzione in pietra di Ricciardi seduto alla scrivania e fece cenno con la mano alla porta.
Enrica si alz e si diresse verso l'uscita. E a quel punto avvenne il miracolo: la statua di sale si sciolse e balz in piedi, allungando una mano verso Enrica.
- Signorina, signorina, aspettate! Vi devo fare una domanda, prego, aspettate.
Il tono di Ricciardi fece rizzare i peli sulla schiena di Maione. Non aveva mai sentito il commissario farfugliare e non avrebbe voluto sentirlo mai pi. Enrica si ferm e si volt piano. Parl con voce bassa e un po' tremante.
- Ditemi pure.
Ricciardi si pass la lingua sulle labbra secche.
- Voi eravate... ci eravate... che cosa avete chiesto, alla Calise? Che volevate sapere, prego, che cosa?
Maione era sbalordito, credeva che Ricciardi stesse per esplodere. Ma Enrica, sebbene scossa da quell'appello cos accorato, non volle scendere a patti col destino.
- Non credo sia cosa che vi riguardi. Buongiorno.
- Ma vi prego, vi supplico... io devo sapere!
Vi prego? Vi supplico? Ma era impazzito? Maione avrebbe imbavagliato il commissario, se avesse potuto. Enrica lo guard e si sent il cuore inondato di tenerezza. Risolse nel modo in cui le donne decidono spesso di risolvere, quando non sanno dove andare a parare. Ment.
- Un problema di salute.
E se ne and, con un lieve cenno del capo.
Per Maione, quello che segu all'uscita di Enrica fu un momento di enorme imbarazzo. Non aveva il coraggio di chiedere a Ricciardi cosa fosse successo veramente, n poteva fingere di non essersi accorto di quello spettacolo.
Il commissario era ricaduto sulla poltrona, le mani abbandonate sul ripiano -della scrivania, il viso esangue.
Maione fece un piccolo colpo di tosse, disse qualcosa a proposito del bisogno di andare alla ritirata e lasci l'ufficio a testa bassa.
Ricciardi era incredulo. Aveva fantasticato tanto su un loro possibile incontro, pur essendone terrorizzato. Come aveva potuto reagire cos, come un idiota? Lui, abituato ad affrontare ogni giorno la morte e lo sfacelo, non era stato capace di condurre una normale conversazione. E ora lei se n'era andata, offesa, adirata, pensando di lui tutto il male possibile.
Era disperato.
Enrica camminava svelta, risalendo via Toledo verso Santa Teresa; l'aria profumata le veniva incontro e sembrava irridere la sua angoscia.
Era disperata.
Tutto poteva aspettarsi, tranne di trovarselo di fronte; dunque, era un commissario di polizia. E ora, come avrebbe potuto fargli sapere che non era cos aggressiva come si era presentata? Che stupida, che stupida. Si era fatta prendere dalla rabbia per essere stata colta in fallo e, per di pi, vestita come un'ausiliaria dell'esercito in un libro di Carolina Invernizio.
Non era stata capace di un sorriso, di una parola dolce, dandogli un appiglio per un invito. E, quello che era peggio, non aveva saputo inventarsi di meglio che un problema di salute, per non fare la figura della romantica credulona. Adesso lui avrebbe pensato di avere a che fare con una malata, tisica magari, e nemmeno si sarebbe messo pi alla finestra la sera. Che stupida.
Nel vento, con la promessa di fiori che veniva dal bosco, Enrica piangeva.

38.

Quando rientr nell'ufficio, Maione trov il solito Ricciardi. Impenetrabile, composto, pensieroso. Forse, solo un po' pi triste.
- Allora, Maione, andiamo avanti. Questa  una giornata pi difficile di quanto mi sarei aspettato. Chi abbiamo, ora?
Il brigadiere consult il taccuino.
- Dunque: il prossimo  Iodice Antonio, un pizzaiolo della Sanit, un cliente del reparto strozzinaggio. La storia  questa: Iodice teneva un carretto, di quelli dove vi fermate spesso voi a pranzo, e andava abbastanza bene, il ragazzo  un faticatore, sempre allegro, lavorava pure col tempo brutto. Poi si  aperto un locale, rilevando l'esercizio di un maniscalco che ha chiuso, e si  fatto prestare i soldi dalla Calise. Per le cose non sono andate per il verso giusto: secondo la Petrone, lodice aveva ottenuto gi due volte una proroga della scadenza, e quella sera doveva pavare necessariamente.
Il commissario sembrava distratto.
- E ha pagato? Hai controllato nella scatola?
Maione accenn di s con la testa.
- S, commissa', ho controllato di nuovo, gi ve lo dissi, mi pare, e non c' niente a nome suo. Scusate, commissa', se ve lo chiedo, ma vi sentite bene sicuro? No, perch voi non  che siete mai colorito colorito, ma mo' mi sembrate un morto, da quanto siete pallido. Se volete, interrompiamo la giornata e ci rimettiamo domani, al lavoro. Tanto la Calise fretta non ce ne ha.
- Sembro un morto, dici? No, credimi; ce ne vuole, per sembrare un morto. Forse sono solo un poco stanco. Vedi un po' se  arrivato questo Iodice.
Scorse i poliziotti in fondo alla strada, ancora affacciato al balcone, pensando a quello che conveniva fare, a come bisognava agire. Li vide avanzare come due insetti grigi in mezzo alla folla colorata di ambulanti, donne e bambini che passeggiavano per Santa Lucia alla ricerca della prima aria di mare dell'anno.
Seppe subito perch erano l. Erano l per lui. In qualche modo avevano scoperto le tracce che nella sua ingenuit aveva sicuramente lasciato. Riflett sull'ironia della sorte. Un inesperto. Il pi famoso avvocato penalista della citt, professore all'universit pi prestigiosa d'Italia per la giurisprudenza, il terrore di tutti i magistrati, nominato "la volpe" in tribunale, rimane incastrato sul fatto. E perch? Per amore.
Perch tutto si poteva dire di Ruggero Serra di Arpaja, ma non che mentiva a s stesso. Non era stata la salvaguardia del nome, della posizione, della rilevanza sociale che lo aveva spinto in quella situazione. No. Era stato l'amore per la moglie. La stessa donna che da molto tempo ormai gli rivolgeva a stento la parola, incurante di lui, della casa e della reputazione del nome che portava, ostentando la propria relazione adulterina senza pudore.
Eppure lui l'amava. Con tutto il cuore. Rivedeva il viso dolce, risentiva il suono argentino della sua risata e pensava che valeva la pena mettersi in gioco pur di non rinunciare a lei.
I due gendarmi si erano fermati davanti al palazzo e stavano parlando col portiere, la cui divisa era pi pomposa della loro. Ruggero vide che consegnavano una busta e se ne andavano. Di che si trattava? Chiam la domestica dall'aria perennemente spaventata e le disse di andare subito a prendere il documento. Dopo un minuto, si rigirava tra le mani la convocazione in questura per la signora Emma Serra di Arpaja.
Per la prima volta, dopo tanto tempo, fece uno stentato sorriso. Forse, non tutto era perduto.

Dato il ritardo della pattuglia che era andata a convocare il pizzaiolo, Ricciardi aveva comunicato a Maione che preferiva recarsi subito da Ridolfi, l'infortunato. Abitava vicino alla questura, in uno dei palazzi padronali di via Toledo, da qualche anno diviso in appartamenti per la disgrazia economica dell'antica famiglia che ne era stata proprietaria.
Ricciardi, che pure aveva bassa considerazione dell'aristocrazia della citt, provava disagio nel vedere quelle antiche dimore cos brutalmente sventrate all'interno: aveva la sgradevole impressione di un grosso animale morto, con la carcassa apparentemente intatta e le viscere squassate da centinaia di parassiti.
Percorrendo il breve tragitto insieme a Maione, cercava di liberare la mente dall'emozione che aveva vissuto: incontrare Enrica, parlarle, guardarla negli occhi. Sogni coltivati per mesi, realizzati cos diversamente da come aveva immaginato.
Il portiere non nascose una palese ostilit; s, il professore Ridolfi era in casa. Si era fatto male alla gamba. S, potevano salire, e no, non c'era ascensore. Ultimo piano, interno 21.
Sbuffando, Maione raccont al commissario quello che gli aveva detto la Petrone: Ridolfi era un professore di Latino al ginnasio. Andava dalla Calise pi o meno da un anno. Era rimasto vedovo per un incidente, la moglie era morta in casa mentre maneggiava un solvente, si era bruciata. Interrogava la Calise per sapere se sarebbe riuscito a trovare un fagottino di ricordi di famiglia, cose senza valore ma di grande importanza affettiva che non aveva rinvenuto dopo la disgrazia. Era convinto, e la ditta Calise e Petrone ne era ben contenta, che sarebbe riuscito a sapere dov'era dalla stessa voce della moglie, tramite le carte della vecchia.
La portinaia aveva raccontato che ogni volta Ridolfi si faceva un pianto e a suo avviso era caduto proprio perch con gli occhi pieni di lacrime non vedeva i gradini. Una brava persona, un vero signore. Si erano messe una bella paura, aveva fatto una rampa di scale rotolando, quella mattina.
Bussarono alla porta accostata, chiedendo permesso. Si ritrovarono in un piccolo salotto, pulito e ben arredato. Ridolfi sedeva su una poltrona foderata di raso verde, con la gamba sinistra steccata e fasciata appoggiata su uno sgabello. Tra le mani teneva un libro.
- Prego, accomodatevi. Scusatemi se non mi alzo. A che devo il piacere?
Aveva notato la divisa di Maione, ma sul viso non c'era traccia di preoccupazione. Ricciardi lo catalog facilmente: cinquant'anni, ordinato ma senza ricercatezza, con la cravatta nera e il colletto rigido, una giacca da camera consunta. Viso regolare, faccia triste, montatura nera un po' malandati. Uno come tanti.
- Buon pomeriggio, professore. Vi disturbiamo per qualche domanda su Calise Carmela.
- S, ho letto, una cosa terribile. Io c'ero stato il giorno prima, proprio l sono caduto per le scale: una brutta slogatura, hanno detto all'ospedale che tra un mese mi tolgono la fasciatura. E un disagio, se non fosse per la moglie del portiere che mi assiste... certo,  pure un'altra spesa. Ma, di fronte a certe disgrazie, uno arriva a pensare di essere fortunato. Non  cos, signor...
Maione intervenne, con cortesia: quell'uomo gli piaceva, gli sembrava una brava persona.
- Commissario Ricciardi e brigadiere Maione della squadra mobile, a servirvi, professo'. Come mai vi trovavate dalla Calise, l'altro giorno?
Ridolfi sospir.
- Brigadie', la vecchiaia  una brutta cosa. E la solitudine, peggio ancora. Da quando un anno fa mia moglie se n' andata, io non penso ad altro che a lei. Non abbiamo avuto figli, eravamo in due e adesso sono solo. Purtroppo tutti i ricordi li teneva lei e io non li ho trovati pi. Sono piccole cose, oggetti senza valore per gli altri, ma per me sarebbe importante averli.
All'uomo erano spuntate delle lacrime che pian piano si sciolsero sul viso. Il tono di voce era rimasto basso, niente singhiozzi n sospiri, solo lacrime.
- Per questo andavo dalla Calise. Prima cos, quasi per gioco, per non stare in casa. Poi... poi lei aveva letto in quelle carte cose che solo la mia Olga e io sapevamo. E io ho cominciato a pensare che, chiss, poteva essere un modo per parlarsi ancora. Per incontrarsi in questo mondo, prima di ritrovarsi nell'altro.
A Ricciardi qualcosa in quell'uomo procurava disagio. Non avrebbe saputo dire perch, ma non riconosceva nelle sue parole il suono di un vero dolore. Forse, il fatto che non cambiava tono nel parlare, come se recitasse una litania alla quale era abituato. Forse, quelle mani che non tremavano. Forse, tutte quelle lacrime silenziose. All'improvviso si sent la gola secca.
- Professore, posso avere un bicchiere d'acqua?
- Ma certamente, commissario. Dovrete prenderlo da voi, per; la mia gamba mi impedisce di fare gli onori di casa. Accomodatevi in cucina, quella porta l. I bicchieri sono nell'acquaio.
Fermando con un gesto il brigadiere Maione, che si stava alzando per andare a prendergli da bere, Ricciardi si avvio in cucina.
Stava facendo scorrere l'acqua quando percep un movimento. Seduta in un angolo, bene in mostra nel raggio di luce che penetrava dalla finestra, la defunta moglie di Ridolfi.
Pi di un anno e si vedeva ancora. Per niente sbiadita, con pigri riccioli di fumo che salivano dalla pelle combusta. Doveva essere stata fortissima, l'emozione dell'ultimo attimo. Lo scheletro era ricoperto da brandelli di carne, dei vestiti non si vedeva che una striscia appesa a una spalla. Il cranio lucido, del colore delle mandorle arrostite. Un'orbita lasciata vuota dall'occhio scoppiato, l'altro ancora intero roteava impazzito. Le labbra bruciate avevano lasciato scoperta una chiostra di denti che nel nero sembravano brillare, tanto erano bianchi. Di lato, un premolare d'oro sprigion un luccicore vago nel sole del pomeriggio.
La testa si gir verso Ricciardi; le mani raccolte in grembo, le gambe ridotte a due stecchi di legno carbonizzato composte con strana, raccapricciante grazia. Si guardarono, il cadavere e il commissario, ancora con il bicchiere sotto il getto d'acqua che traboccando bagnava la mano di Ricciardi.
Sei un puttaniere, disse la donna, uno sporco bastardo puttaniere. Piangi a comando. Dici che quella  l'amore, e io il focolare. Quando torni stasera lo trovi, un bel focolare. Volevi i gioielli di mia madre, stanno in fondo al mare. Volevi i gioielli, invece troverete un bel focolare, stasera, tu e la tua puttana.
Lo scheletro annerito volse il teschio all'indietro e rise. La donna era morta ridendo, divorata dalle fiamme. Un bel focolare e si era data fuoco. Ricciardi not dietro la nuca consumata una ciocca di capelli biondi. Chiuse il rubinetto, pos il bicchiere senza aver bevuto e torn nel salotto.
Ridolfi stava parlando.
- No, brigadiere, non ho notato niente di diverso, nella Calise. Forse era un po' distratta. Magari era una mia impressione. Prego, commissario; avete trovato il bicchiere? Accomodatevi.
Ricciardi rimase in piedi, con le mani in tasca.
- Com' morta vostra moglie, professore? Che cosa  successo?
Ci fu un attimo di imbarazzo. Maione non capiva il perch di quello sgarbato richiamo a una tragedia che ancora straziava l'uomo.
Dopo un lungo sospiro e riprendendo a lacrimare, Ridolfi rispose.
- Stava pulendo la cucina, chiss perch usava la benzina. Io ero a scuola. Quando sono arrivato era troppo tardi. Per fortuna mi accompagnava una collega che mi ha assistito. La fine della vita di Olga e, per certi versi, della mia.
Per certi versi, pens Ricciardi.
- Ora dobbiamo andare, professore. Grazie per la collaborazione. Vorrei solo darvi un consiglio: qualsiasi cosa stiate cercando, smettete. Ho la sensazione che non la troverete mai.

39.

La guardia di servizio al portone della questura li aspettava in piedi. Doveva essere successo qualcosa.
- Brigadiere, commissario, scusatemi,  arrivata una telefonata dall'ospedale dei Pellegrini, Camarda e Ceserano sono l. C' un ferito grave. Una coltellata. Dicono di andare, se possibile, subito subito.
I due partirono di corsa.
L'imbarazzo rimasto nell'aria dopo l'interrogatorio di Enrica, si era dissolto. Ora i pensieri erano tutti rivolti a Camarda e Cesarano, ai loro figli e alle loro madri.
Quando arrivarono nel cortile dell'ospedale e se li ritrovarono davanti, provarono un sollievo immenso. Espansivo come sempre, Maione li abbracci con impeto. Ricciardi invece punt due donne, una giovane e l'altra pi anziana, ferme in un angolo al riparo dal sole del pomeriggio. Erano pallide e sofferenti, come se il Fatto gli stesse mostrando due anime morte suicide per la perdita di qualche caro, l'immagine stessa del dolore. La giovane premeva sulla bocca un fazzoletto zuppo di lacrime, la vecchia sembrava di marmo, lo sguardo nel vuoto, una mano a stringere sotto la gola lo scialle nero che le copriva il capo, l'altra intrecciata a quella della ragazza.
- Che  successo? - chiese Ricciardi a Camarda.
- Commissa', noi siamo arrivati alla pizzeria di questo Iodice Antonio, per consegnare la convocazione, eccola qua, la tengo ancora nella tasca. Insomma, ridevamo e pazziavamo fra di noi, il turno stava finendo... A proposito, mia moglie mo' star in pensiero. Entriamo nel locale, ci stava poca gente, la signora l, - e indic la ragazza che piangeva, - che  la moglie di Iodice Antonio, serviva ai tavoli. C'era un profumo... era ora di pranzo. Noi entriamo, vi dicevo, la signora si avvicina e ci chiede se vogliamo mangiare. Magari, ci diciamo noi, no, signo',  questo il locale di Iodice Antonio? Manco il tempo di finire di dire il nome che il pizzaiolo, che poi  appunto risultato essere Iodice Antonio, caccia uno strillo terribile.
Intervenne Cesarano.
- Non potete credere, commissa', bello e buono, nel silenzio, si sente questo strillo che ci ha gelato il sangue nelle vene, quant' vero Iddio. Non ho capito bene che diceva. Mi  sembrato "i figli miei", qualcosa del genere. Io mi sono creduto che ci aggrediva e ho messo mano alla rivoltella.
Di nuovo Camarda.
- Io stavo girato proprio da quella parte, l'ho visto cacciare da sotto al bancone questo coltello lungo, sapete, di quelli che tagliano la carne. Brigadie', voi mi dovete credere: con le fiamme del forno dietro, pareva un'anima dell'inferno. Insomma, alza il coltello e se lo pianta in petto.
Continu Cesarano.
- Madonna santa, che impressione. Prima se lo pianta, poi se lo affonda ancora e ancora. Strillavano tutti, una confusione di pazzi. Non abbiamo avuto il tempo di fermarlo, abbiamo provato ma non ci siamo riusciti. Se l' infilato per quanto era lungo, fino al manico. Ha detto: "Perdonatemi", e ha chiusogli occhi. Camarda, qua, si e accostato...
- S, sono arrivato prima, Cesarano manteneva alla signora che diceva: "Amore, amore mio, che ti hanno fatto, Toni", ma aveva fatto tutto da solo davanti a tutti. Insomma, ho visto che in mezzo a tutto quel sangue, per petto, per bocca, quello respirava ancora. Madonna, commissa', si era fatto bianco bianco. Allora ho alzato una delle tavole, io e Cesarano qua, abbiamo buttato per l'aria pizze, piatti, bicchieri...
- L'abbiamo messo sulla tavola e l'abbiamo portato qua all'ospedale. E che corteo abbiamo fatto, per strada, brigadie'! Pareva un funerale, per correvamo tutti quanti. Mo' lo stanno operando, siamo arrivati giusto in tempo, ci stava il dottor Modo che stava per smontare.
Ricciardi guard di nuovo verso le donne. Se ne stavano un po' distanti, nel cortile.
- Quella giovane  la moglie, allora?
Fu Camarda a rispondere.
- S, commissa'. Quella pi anziana  la madre, mi pare:  arrivata direttamente qua e non ha detto ancora una parola.

Le prove erano state interrotte, con manifesto disappunto del regista e protagonista che avrebbe continuato a provare e riprovare la stessa scena per l'eternit. Un perfezionista maniaco, pensava Attilio, o forse semplicemente un narcisista.
La prima attrice, pi brutta del solito, aveva minacciato di fare i propri bisogni al centro del palcoscenico se non le fosse stata concessa una pausa. Tutti avevano riso e, masticando amaro, quel buffone presuntuoso aveva dovuto acconsentire. Romor ne aveva approfittato per andare a prendere una boccata d'aria e fumarsi una sigaretta nel vicolo dietro il teatro.
Lo raggiunse il fratello dell'autore.
- Allora, Atti', che si dice? E la bella signora con gli occhi neri, quella del secondo palco di prima fila? E' qualche sera che non la vedo. Sta poco bene?
- No, Peppino. L'ho mollata, ognuno per la sua strada.
- Uh, che peccato! Cos bella! E mi pareva pure perbene assai, una coi soldi. E t' convenuto, poi?
Romor sospir incurante.
- Sai, io cos sono fatto: il fiato sul collo non lo sopporto. Alla lunga diventano tutte uguali. Allora, mi viene voglia di cambiare.
Dalla porta si affacci il fattorino preoccupato.
- Presto, venite: ha gi chiamato due volte!
Con una certa insofferenza, i due gettarono le sigarette e rientrarono.

Nella semioscurit del vico del Fico, Filomena aspettava.
Aveva finito di preparare la cena per Gaetano, che di l a poco sarebbe tornato dal cantiere. Si era cambiata la benda che copriva la ferita. Aveva ricevuto un paio di vicine che dopo l'incidente le avevano mostrato un'insolita amicizia. E adesso, Filomena aspettava. E non aspettava il ritorno di Gaetano, non solo, almeno. Aspettava la visita del brigadiere Maione.
Continuava a ripetersi che poteva essere utile che tutti lo vedessero passare di l, sia la mattina che la sera, che la presenza di quel militare corpulento poteva tenere a distanza qualche strana reazione, per esempio quella di don Luigi Costanzo, e che comunque avere una protezione era una cosa bella, una volta tanto, invece di doversi proteggere da sola come era stato per tutta la sua vita.
Ma non era vero. La verit era un'altra. Maione aveva conosciuto Filomena da sfregiata, e i suoi sguardi, la sua voce la facevano sentire donna, senza la paura di esserlo. Era un'emozione nuova e le piaceva. Cos, aspettava. Cercando di non pensare all'anello che gli aveva visto alla mano sinistra.

Seduta in cucina, il balcone socchiuso per far entrare la primavera, Lucia Maione aspettava.
Anche quella era una novit; perlomeno, era una novit per gli ultimi tre anni. Si era pettinata, aveva persino chiesto a una sua amica se aveva notizie di Linda, la parrucchiera che aveva in cura i capelli e la pelle delle donne del quartiere.
Aveva cercato nel cassettone una veste a fiori che piaceva molto al marito, per scoprire con meraviglia che le stava addirittura larga. Aveva impiegato tutto il pomeriggio per cucinare la sua famosa genovese, salsa di cipolle e carne che profumava la casa per due giorni e che la famiglia ripuliva in due minuti.
I figli l'avevano guardata sorpresi e spaventati, poi si erano sorrisi tra loro e per una volta non erano usciti a giocare, ma si erano radunati nella loro stanza, per vedere che sarebbe successo quando tornava pap.
E adesso, seduta in cucina, forse perplessa ma determinata a riconquistare il suo territorio, Lucia aspettava.

Enrica, col cuore in gola, aspettava.
Da quando era tornata dalla questura, si era rinchiusa nel buio della sua stanza. Supina sul letto, il cuscino umido di lacrime, pensava a cosa sarebbe successo quella sera. La madre aveva bussato pi volte, lei aveva finto di sentirsi male sottraendosi alla cena.
Che avrebbe fatto, lui? Si sarebbe profilato dietro la finestra chiusa? La sagoma stagliata contro il giallo chiarore del lume, gli occhi brillanti nel buio come quelli di un gatto, che le davano calore? E lei, sarebbe riuscita a rimanere tranquilla e calma come ogni sera, muovendosi piano tra le sue cose, che le davano sicurezza? E che cosa avrebbe pensato lui, avendola vista da vicino e scoperto i suoi difetti, quei mille difetti che prima non aveva mai avuto occasione di notare?
Enrica pensava allo sguardo di lui, attonito, quasi spaventato; e forse ora credeva che lei fosse una donna malata.
Nello sconforto di mille paure, Enrica aspettava.

Nel cortile dell'ospedale, Concetta aspettava.
Suo marito era dentro quelle mura; l'uomo che amava da sempre, il padre dei suoi figli, stava morendo, o forse era gi morto. Non avrebbe mai pi dimenticato la faccia dei due gendarmi, prima sorridenti poi inorriditi; si era girata, aveva visto il lampo della lama rossa alla luce del forno e sentito l'urlo di lui; e poi il sangue, tutto quel sangue.
Concetta aspettava di sapere se la sua vita era finita. Se la speranza che la teneva in piedi, facendole battere il cuore e prendere aria nei polmoni, sarebbe durata ancora. Gli occhi gonfi, fissi sulla porta chiusa dietro la quale Tonino senza saperlo lottava per vivere, Concetta sperava.
E aspettava.

Ricciardi, scesa ormai la sera, decise di avvicinarsi. Nessuno era andato via, nemmeno Cesarano e Camarda, che pure avevano terminato il turno da ore: l'atroce dolore di quelle due donne, cos composto, aveva inchiodato tutti nel cortile, in attesa di notizie dalla sala dove il dottor Modo stava operando Iodice.
Contrariamente alle abitudini, nessuno si era presentato a portare conforto ai parenti. Era capitato qualcosa fuori dell'ordinario e, prima di fare le condoglianze, la gente aspettava di capire cosa fosse realmente successo per evitare possibili compromissioni.
Il commissario pensava che il gesto di lodice, pur lasciando immaginare un coinvolgimento diretto nel caso Calise, non equivaleva a una confessione. Numerose altre occasioni gli avevano insegnato come l'arrivo di due guardie spingesse a gesti inconsulti anche persone innocenti. Forse il pizzaiolo nascondeva altre colpe, o aveva solo paura.
Si rivolse alla moglie.
- Signora, sono il commissario Ricciardi della squadra mobile. Volevo sapere se avete bisogno di qualcosa. Che posso fare per aiutarvi?
La donna, tutta ritratta verso la suocera, lo guard con occhi stravolti. Ricciardi indovin i tratti di una bellezza delicata, alterati dalla sofferenza.
- S, qualcosa potete fare. Cercate di sapere come sta mio marito, che gli stanno facendo, vi prego. Non ci dicono niente, quando cerchiamo di entrare ce ne cacciano. Dobbiamo, devo sapere che ci devo dire ai figli miei che stanno a casa.
La voce, rotta dal pianto, sembr a Ricciardi quella di una donna con una forte volont, decisa e diretta. Annu ed entr.
Proprio mentre si avvicinava alla porta del reparto, questa si apr lasciando uscire il dottor Modo.
- Ecco. Uno esce da una sala piena di sangue e dolore e chi si trova di faccia? Il brutto muso di un poliziotto. E che poliziotto, quello pi allegro di tutti.
Ricciardi conosceva Modo abbastanza da leggere la sua stanchezza al di l delle battute. Il viso del dottore era segnato da rughe profonde, sotto il camice imbrattato di sangue il colletto era sbottonato e la cravatta allentata, la gola arrossata dallo sforzo era scoperta.
- S, ma non temere, non sono qui per arrestarti. Non ancora. Be', che mi dici di Iodice? Ci sono la madre e la moglie, qua fuori. Io non ho avuto il coraggio di dirglielo che ce l'avevi tu sotto.
Modo fece una smorfia stanca.
- Il tuo senso dell'umorismo  travolgente. Hai mai pensato alla rivista? Saresti un comico perfetto. Se ti prendono, vengo io a farti da ballerina di fila. Tanto, mi fate ballare gratis lo stesso. Ma ti rendi conto che non riesco a finire un turno a un orario normale, senza che arriviate o tu o Maione con qualche regalino dell'ultima ora?
- S, va bene, ti prometto che dopo ti faccio piangere sulla mia spalla per tutto il tempo che vuoi. Anzi, sai che cosa? Ti offro una pizza. Anche se tu, con tutti questi straordinari che fai grazie a noi, guadagni tre volte me. Ma ora dimmi come sta Iodice.
- Ah, lodice si chiama? Be', non ti so dire se ce la far. La coltellata  passata a un filo dall'arteria e questo per il momento l'ha salvato. Ma ha penetrato il polmone. Un colpo affondato con determinazione, fino al manico. Quelli che l'hanno portato qui sono stati bravi a non tirarlo fuori, il coltello: avrebbero fatto danni enormi. L'operazione  stata lunga e molto difficile, ha perso tanto sangue. Ora  addormentato e cos lo dobbiamo tenere per ventiquattr'ore, quindi scordati di parlarci. Vediamo domani. Se campa, fino a domani. Ma chi l'ha accoltellato?
Ricciardi stava pensando a cosa poteva portare un uomo a fare una cosa simile, se non la certezza di non avere speranza.
- L'ha fatto da solo. Come quei giapponesi, sai. Quei suicidi rituali.
Modo scosse il capo.
- Incredibile. Pi lavoro coi morti, meno capisco i vivi.

40.

Ricciardi torn nel cortile. Le due donne lo guardavano da lontano, cercando di decifrarne l'espressione e senza avere il coraggio di avvicinarsi.
Fu lui a raggiungerle.
- Il signor Iodice  vivo, anche se la situazione resta grave. Il medico che l'ha in cura, credetemi,  il migliore che c'. Se qualcuno lo pu salvare,  lui.
La moglie scoppi in lacrime. La madre sembrava scolpita nel marmo. Ricciardi riprese a parlare.
- Adesso andate a casa dai vostri figli, lasciatelo riposare. Tanto non ve lo lasceranno vedere fino a domani. Se accade qualcosa, far in modo che vi avvertano subito. Potete trovarmi in ufficio domattina, se avete qualcosa da dirmi.
La vecchia prese la giovane sotto il braccio e, chinando il capo, si avvi verso il cancello.
Ricciardi si accost al gruppetto dei colleghi, lo aspettavano in disparte. Li aggiorn e disse a Camarda e Cesarano che potevano tornarsene a casa.
Rimasto solo con Maione, tir un lungo sospiro.
- Per stasera non si pu fare pi niente. Hai notizie dell'altra donna, quella, come si chiama, Serra di Arpaja? Maione si sorprese.
- Ma commissa', questo Iodice...  come se avesse confessato, no?
- Maione, da te non lo accetto questo discorso. Tu sei esperto pi di me. Che lodice abbia un motivo per essere disperato, non c' dubbio. Ma da qua a decidere che  l'assassino della Calise, mi pare che ne corra, no? E allora, noi le indagini le continuiamo e poi, se Iodice si sveglia e confessa, le chiudiamo. Se no, no:  chiaro?
Il brigadiere chin la testa.
- Tenete ragione, commissa'. Scusatemi. Comunque la convocazione alla Serra  stata consegnata. Domani mattina dovrebbe venire in questura. Noi mo' che facciamo, ce ne andiamo a casa?
- Io ho promesso a Modo che gli offro una pizza. Che fai, vieni pure tu?
Maione tir fuori l'orologio dalla tasca.
- No, commissa', scusatemi. Mi aspettano, gi  tardi.
Ricciardi lo fiss. Poi fece un cenno col capo.
- Vai, allora. Ci vediamo domani. Buona serata.

Camminavano attraverso le luci della Pignasecca, il dottore col passo stanco e il commissario col vento fra i capelli. Il dottore si spost il cappello all'indietro e si accese una sigaretta.
- Ma hai visto che aria che c'? Siamo in primavera, mio bel tenebroso. A un animo gioioso come te, non sar sfuggito.
Ricciardi sbuff.
- Ma me lo spieghi che ci trovi di tanto divertente nel fatto che hai appena finito di scavare dentro a uno che si  piantato un coltello nel cuore? Ma lo sai che quello ha tre figli? E tutto  cominciato con la Calise morta, presa a calci per la stanza. Se questa  la primavera, te la puoi tenere, grazie.
Modo rise.
- Mi fai morire! E perch,  un fatto di stagioni la pazzia degli uomini? Guarda chi ci governa!
Ricciardi finse un'espressione disperata.
- No, ti supplico, la politica no! Me ne vado a casa a subire la pasta e ceci di tata Rosa!
- D'accordo, se sei contento di non avere pi nessuna libert, non sar io a cercare di convincerti. Ma  meglio prenderla a ridere,  questo che volevo dire. Ti rendi conto che sono tre o quattro anni che per non essere preso per fascista non prescrivo pi le purghe?
- Guarda, Bruno, che se non la smetti un giorno di questi mi arriva sulla scrivania l'ordine di arrestarti e di mandarti a Ventotene. Non mi preoccupa tanto questo: ma se mi ordinassero di rimanere a sorvegliarti, altro che suicidio.
Erano arrivati in pizzeria. Ricciardi osserv la sala.
- Un locale come questo. Pieno di fumo, di caldo e di odore di cibo. Ognuno ha i suoi sogni. E per questo sogno, Iodice sta morendo. Ma ne vale la pena?
Modo giocherellava con la sigaretta.
- Sai, Ricciardi. Ogni volta che faccio un'autopsia o un'operazione disperata come quella di oggi, penso a una cosa, sempre la stessa. C' un momento in cui si muore. No, non quello della morte, intendo: un momento in cui si innesca un processo irreversibile che porta alla morte in maniera inevitabile. Magari ci vogliono anni: ma non si pu evitarlo. Un bicchiere di vino, una sigaretta. La goccia che fa traboccare il vaso. Trovo tumori, lesioni ai polmoni, fegati spappolati. E pu essere anche una parola, uno sguardo. Un amore. Un figlio. Chi lo pu dire, quando si comincia a morire?
Ricciardi ascoltava, suo malgrado affascinato.
- Purtroppo non lo si coglie mai, quel momento.
Modo sorrise, e all'improvviso, parve assai pi vecchio.
- No, caro. Quella,  la fortuna. E il motivo per cui si continua a vivere. Ti immagini, se ognuno sapesse di aver innescato un processo irreversibile che lo porter alla morte? In guerra ne ho visti tanti, fatti a pezzi dalle schegge delle granate austriache, e mi chiedevo a cosa pensassero, quali sogni avessero quando si erano arruolati. Mi chiedevo continuamente se alla fine, nell'attimo in cui si rendevano conto di stare per morire, qualcuno di loro capisse che era stato quel sogno, quell'ideale che lo aveva ucciso. Per questo oggi tutti questi esaltati che camminano per la citt cantando di morte e guerra mi fanno piet.
Ricciardi mise la mano sul braccio dell'amico.
- Senza scherzi, Bruno. Io ti capisco, e forse, dico forse, se mi interessasse qualcosa di tutto questo, sarei d'accordo con te. Ma, e me ne devi dare atto, mi sembra ingenuo e sciocco andare incontro a guai, e guai grossi, solo per lo sfizio di parlare a voce alta. Pensa a quanta gente ha bisogno di te, del tuo mestiere, delle tue mani.
- Hai ragione. Non ne vale la pena. Che questo popolo stupido vada pure a farsi fottere, se gli piace. Forse il momento in cui abbiamo innescato il nostro processo irreversibile  gi passato.

41.

Non appena imboccato il vicolo aveva visto la donna sull'uscio che guardava proprio dalla sua parte. - Brigadie', benvenuto, - gli aveva detto. - Vi stavo aspettando.
Lo stava aspettando. E lui era passato quasi per caso.
- Avete la faccia stanca. Dovete avere avuto una giornata pesante. Sedetevi qua, vi faccio mangiare qualcosa.
- Non v'incomodate, - aveva risposto lui. - Qualche cosa la trovo, a casa, da mangiare.
- Lo so, - aveva detto lei. - Ma solo uno spuntino.
E si era trovato a tavola, a mangiare una semplice pasta col pomodoro che per gli parve buonissima. E aveva parlato della sua giornata, della Calise e di Iodice, ma senza fare nomi. E di Ricciardi, quel suo strano superiore che gli dava pensiero come un figlio.
Poi, senza accorgersene, aveva cominciato a parlare di Luca. E ascoltando le sue stesse parole riprov un dolore acuto e scopr quello che gi sapeva: che non esisteva rassegnazione, ma si doveva pur continuare a vivere.
Filomena lo ascoltava con gli occhi luccicanti nella semioscurit del basso, sorridendo o commuovendosi. Era bello poterle parlare, ed essere ascoltato.
Torn Gaetano e Filomena mise in tavola anche per lui. Un ragazzo bruno e taciturno ma beneducato, intelligente: Maione lo intu dai rari commenti. Gaetano gli chiese del lavoro in polizia e lui ne parl con franchezza mista a malinconia.
Poi nel vicolo piomb il silenzio. Maione tir fuori il vecchio orologio dalla tasca e vide che erano quasi le undici. Si alz per salutare e ringraziare, e aggiunse, senza rendersene conto: ci vediamo domani. Lo sguardo che ebbe in risposta brillava nella notte come la luna.
Riprese la strada verso casa, con il cuore met allegro e met triste.

Ricciardi aveva paura di tornare a casa. Anche quella era una sensazione nuova: l'ansia aveva preso il posto del desiderio di serenit che ogni sera lo portava alla finestra. Il gesto di lodice e la pizza con Modo gli avevano permesso di ritardare quel momento. Ma ora che saliva a piedi verso Santa Teresa temeva che la finestra di fronte sarebbe rimasta chiusa. Escludendolo, lasciandolo al buio.
Maled l'indagine Calise e il suo lavoro, che l'avevano messo di fronte a Enrica e, inconsapevolmente, l'avevano portato a mancarle di riguardo. Suscitando in lei la rabbia, nelle labbra strette all'improvviso e nei lampi dietro le lenti. Non riusciva a cancellare la tensione di lei nella schiena, le spalle girate, l'incedere verso l'uscita.
Infine, il pensiero che potesse essere malata lo assillava. La sua mente consona all'analisi previde anche l'ipotesi che potesse trattarsi di un famigliare, di un amico. Quanto avrebbe voluto rasserenarla.
Ma mentre i suoi passi risuonavano nella via deserta fiancheggiando i cantieri popolati solo dai morti, realizz che adesso pensava a lei come a una donna. Prima Enrica era il simbolo di un mondo, una creatura di un pianeta irraggiungibile: adesso rivedeva labbra, occhi, pelle, spalle. E mani, vestito, borsetta, scarpe. Sentiva su di s il lieve profumo di lavanda che aveva respirato avidamente quando lei aveva lasciato l'ufficio. E il tono della voce, pacato ma risoluto. All'improvviso mor dalla voglia di affacciarsi alla finestra. Fece i gradini a due alla volta.

Enrica era venuta fuori dalla sua stanza quando gli altri avevano finito di cenare. Disse di sentirsi un po' meglio e, col cuore in gola, attenta a non cambiare un solo gesto, una sola espressione, guard pi volte la finestra scura del palazzo di fronte, sempre di sfuggita. Poi accese l'abatjour e si mise a ricamare, nella sua poltrona.

Le nove e mezzo, un quarto alle dieci, le dieci. A ogni rintocco dell'orologio a pendolo nel tinello, il cuore le si stringeva e l'ansia le mangiava il respiro. Le dieci e un quarto, le dieci e mezzo. Ricamando, contava fino a sessanta e poi un'unit alla volta. Un quarto alle undici: un altro minuto e mi alzo. Ancora uno. Mai, mai nell'ultimo anno aveva tardato tanto. La finestra sembrava un abisso senza fondo.
Cominci a riporre il ricamo molto dopo che ebbe sentito chiudersi la porta della stanza dei suoi per la notte. Spense l'abat-jour. Aveva le guance bagnate di pianto.
Chiuse le imposte, pensando alla propria magra solitudine.
Esattamente quando la finestra di fronte si illumin.

In un cassetto della scrivania, il vicequestore Angelo Garzo custodiva uno specchio. Questo perch il funzionario attribuiva il giusto peso all'immagine e sull'immagine basava gran parte della carriera.
Oltre che dall'aspetto, di recente esaltato da due baffetti sottili che erano il suo orgoglio, riteneva che l'immagine dipendesse da uno status: una famiglia in crescita, due figli grandi e uno in arrivo, una bella moglie sempre presente in societ e sulla cui irreprensibilit non c'era alcun dubbio; il fatto che fosse anche la nipote del prefetto di Salerno; in odore di avanzamento di carriera, non guastava. La cura pressoch maniacale dei rapporti sociali: non c'era evento, rappresentazione o concerto che non vedesse il vicequestore in seconda fila, smagliante in un abito sempre adeguato all'occasione. L'attento ossequio che portava al questore, che in realt odiava con tutta l'anima, e al cui posto aspirava con discrezione.
Ma soprattutto, un'innata capacit di intuire i rapporti di forza, scegliendo immancabilmente il lato giusto della barricata e risultando alla fine tra i vincenti, ma in una comoda posizione di secondo piano, cos da poter eventualmente voltare le spalle senza troppi danni.
Controllata la crescita dei baffetti come un floricoltore farebbe con le orchidee, ripose lo specchio nel cassetto e, soddisfatto, rimir il suo ufficio. Sembrava lo studio di un lussuoso appartamento: ben diverso dagli altri locali della questura. Arredato con divani e poltrone in pelle e mobili in legno scuro, negli scaffali libri intonsi ma di gran figura con dorsi in cuoio bord perfettamente in tinta con l'arredamento. Foto della famiglia, onorificenze incorniciate alle pareti, le foto del Re e del Duce al prescritto posto d'onore.
Era consapevole di essere tutt'altro che un buon poliziotto, eppure si riteneva un necessario trait d'union fra le forze di polizia e le istituzioni per le quali nutriva un grande rispetto. Di gente capace e coerente ne aveva conosciuta tanta: erano ancora l a sgambettare nel fango delle piccole questure di provincia, li aveva lasciati tutti indietro. La capacit principale, l'unica necessaria, era quella di saper trattare i sottoposti, e pi complicati erano, maggiore era il merito.
Con un sospiro, pens a Ricciardi. Il migliore dei suoi collaboratori: giovane, intelligente, capace. Il pi abile a risolvere enigmi, il meno diplomatico. Spesso, negli ultimi tre anni, si era trovato a dover ricucire strappi con personalit eccellenti della citt alle quali quell'introverso commissario aveva pestato i piedi; ma ancora pi di frequente aveva goduto dei suoi straordinari successi. Tutto sommato erano fatti l'uno per l'altro: al commissario parevano interessare solo l'indagine, il crimine e la sua soluzione; a lui invece premevano il riconoscimento, il premio, la stima dei superiori, e meno metteva le mani nel guano meglio era.
Se solo Ricciardi non gli avesse trasmesso tanta inquietudine... non riusciva a definirne la personalit, dietro quei silenzi, le mani in tasca anche davanti a lui e, pi di tutto, quello sguardo impenetrabile.
Per era bravo, doveva riconoscerlo: per la soluzione dell'omicidio Vezzi, il tenore assassinato al San Carlo, aveva ricevuto addirittura una telefonata personale da Roma. Tremava ancora al pensiero, aveva detto tre volte: " Signors, eccellenza", e mentre centralinisti e segretari si passavano la linea in attesa di arrivare a Lui, si era frettolosamente pettinato e messo sull'attenti, come se potessero vederlo attraverso il microfono. Il suo nome sul tavolo del Duce: il sogno cominciava a realizzarsi.
Proprio per questo era necessario essere prudenti: lasciare che Ricciardi operasse secondo le proprie intuizioni, ma senza andare a svegliare i leoni addormentati dei quartieri alti, quelli vicino al mare.
Guard il telefono, ancora caldo: uno di loro si era svegliato. E aveva appena finito di ruggire.


42.

La prima domenica di primavera  diversa.
Inizia con le campane, come le altre domeniche, e come le altre  di prima mattina silenziosa; ma ha diverse promesse, e comincia presto a mantenerle.
Ha un nuovo odore, e lo racconta ai pochi che si svegliano all'alba, affacciandosi ai balconi dei piani alti. Annusano l'aria come cani, e sorridono senza motivo.
Ha un nuovo sapore, come potr dire chi fa colazione col latte fresco che vende per strada un ragazzo. E' lo stesso ragazzo del giorno prima, ma il latte ha una freschezza che rigenera la gola.
Soprattutto ha nuovi suoni. Una festa pagana, con riti e canzoni; la si sente nei versi dei colombi sulle grondaie, ancora prima che sorga il sole. E poi nelle melodie delle lavandaie che vanno verso le fontane, e ancora nei richiami degli ambulanti che vengono dalle vicine campagne. Le loro mercanzie sanno della stagione: viole, grano per la pastiera, ruta novella ed erbe aromatiche. Perfino le galline che razzolano nei vicoli chiocciano con pi energia.
E ora, con quasi un mese di ritardo, finalmente  arrivata la prima domenica di autentica primavera.

Quella mattina Ricciardi decise di passare per il mare. Lo faceva di tanto in tanto, quando la domenica gli arrivava tra capo e collo nel pieno di un'indagine.
Se ne stava l, lui che era un uomo di montagna, per ritrovare equilibrio e concentrazione. Aveva dormito poco, un paio d'ore forse. I mille pensieri che gli correvano per la testa chiedevano con insistenza un po' d'ordine.
Se ne andava a riflettere su una spiaggetta isolata ai piedi della collina di Posillipo, poco distante da dove le donne dei pescatori aggiustavano le reti. Da lontano, lo guardavano con curiosit, ma nessuno lo disturbava. Seduto su piccoli scogli aspettava silenzioso e tranquillo che si alzasse il vento. Nessuno spruzzo, niente, se non il respiro e il ritmo dell'acqua verde un metro sotto di lui.
Un mese prima, come un esercito in ritirata, l'inverno aveva deciso di sferrare un'ultima disperata offensiva. Una violenta tempesta aveva flagellato le coste per due giorni, incessante, allagando le strade che cingevano la spiaggia. Molti si erano messi al riparo scappando all'interno.
Una barca da pesca, spinta dalla fame e dalla necessit, aveva tentato una sortita e non ce l'aveva fatta. Tornato il sereno, molte altre barche erano uscite per riportare i corpi a mogli e madri, ma non avevano trovato nulla.
Ora, dall'altro lato rispetto alle donne vestite di nero che ricucivano le lunghe reti, Ricciardi distingueva i tre pescatori morti, le cui anime erano state restituite dalla risacca. Due pi anziani, uno poco pi di un ragazzino. Gli abiti a brandelli, la carne divorata dai pesci, i segni delle fratture e delle contusioni che la rabbia del mare aveva inferto, sbattendo i corpi sul legno della barca prima di portarli in fondo all'abisso.
Ricciardi percepiva chiaramente i loro pensieri, uno che bestemmiava i santi con voce roca e cupa, l'altro che si raccomandava alla Madonna. Il ragazzo, con le labbra e la lingua tumefatte dal soffocamento, chiamava accorato la madre.
Nulla di nuovo. Tra il dolore dei morti e il lavoro dei vivi, il commissario sapeva di dover evitare che le proprie passioni lo allontanassero dalle indagini sull'omicidio di Carmela Calise. La freddezza che gli era necessaria per analizzare gli elementi in suo possesso non poteva essere annullata dal pensiero delle imposte chiuse della finestra di fronte. Doveva rimettere a posto le precedenze: l'immagine della vecchia percossa a morte gli chiedeva giustizia, ripetendo incessante un antico proverbio nella stanza dell'appartamento alla Sanit.
Guard la figura traslucida del ragazzo morto. Mamm, addo'state, mamm, abbracciateme, mamm, diceva quello dalle labbra cianotiche. Per te non posso fare niente, pens Ricciardi. Ma per dare un poco di giustizia a Carmela Calise, forse qualcosa poteva ancora fare.
Gli vennero in mente le due donne Iodice.

Non era solo malinconia, ma anche preoccupazione e furia. Aveva aspettato, aspettato e aspettato. Si era addormentata seduta alla tavola apparecchiata per due, la testa abbandonata su un braccio. L'aveva svegliata il chiudersi di un'imposta, in una casa vicina. L'orologio in sala segnava le undici.
In passato, cent'anni prima, Raffaele l'avrebbe avvertita se avesse ritardato per cena, avrebbe trovato il modo. Una guardia, un ragazzino, una telefonata al ragioniere del primo piano che esibiva con orgoglio l'enorme apparecchio al centro del tavolo del soggiorno. Adesso, nemmeno una notizia. Se ne accorgeva solo ora, chiss perch: da pi di un anno non l'avvertiva se ritardava.
Aveva riposto le stoviglie e le pietanze, si era svestita e si era messa a letto: sarebbe stato umiliante lasciare le tracce della sua attesa. Dopo qualche altro minuto, forse un quarto d'ora, aveva sentito girare la chiave nella toppa. Fingendo di dormire, aveva ascoltato con attenzione i goffi movimenti del marito nel buio. Non era andato in cucina, come d'abitudine quando il lavoro lo costringeva a un affamato e tardivo ritorno; si era spogliato in silenzio e si era coricato cercando di non provocare eccessivi movimenti del materasso. Dopo un minuto russava felicemente.
Lucia lo annus con attenzione: sentiva l'odore di cucinato, il marito aveva mangiato. Ma dove? E c'era anche un altro profumo, vagamente selvatico. Forse una donna.
Si gir di nuovo verso la parete e nel suo cuore cominci a piovere. Avesse sentito solo un profumo di femmina, avrebbe forse capito. Un uomo ha le sue esigenze e lei era lontana da anni.
Ma mangiare in casa di un'altra, no. Quello era un tradimento.

Ruggero Serra di Arpaja apr la finestra dello studio, per lasciare entrare la domenica. Per la prima volta da alcuni giorni era riuscito a dormire per qualche ora, e si sentiva meglio.
La convocazione di Emma era stata una bella sorpresa: si era convinto che le due guardie fossero venute a prenderlo per gettarlo in un abisso di rovina e ignominia dal quale non si sarebbe sollevato, comunque quella vicenda fosse andata a finire. E invece era ancora li, e poteva difendersi.
L'aria che soffi veniva dal mare; portava anche odore di marcio. Pens alla Calise, all'olezzo pesante di quella casa. C'era stato due volte, la prima per trattare e la seconda per pagare; ma l'aveva incontrata anche la mattina, quando lei l'aveva cercato all'universit per chiedere ancora pi soldi. Ricord la voce gracchiante della donna, il suo ansimare da vecchia. Le aveva offerto molto, lei aveva chiesto ancora di pi, e lui, anche per scappare da quel posto orribile, aveva accettato. Avida e meschina.
Quando era tornato sapeva che sarebbe stato per l'ultima volta. E poi, tutto quel sangue. Sangue ovunque. A ripensarci gli, pareva un incubo; ma non provava alcuna pena, per quella strega.
Dal mare arriv l'urlo di un gabbiano. La strada era silenziosa, solo qualche donna a capo coperto che andava a messa.
Per buona misura, per essere sicuro e completare la sua discesa all'inferno, era andato anche da lui. Voleva vederlo, osservarne il viso. Aveva trovato quello che si aspettava, il vuoto dentro un bell'involucro; e pure una nuova certezza.
Richiuse la finestra.

Attilio Romor entr nella Villa Nazionale dalla Torretta, alla fine di viale Regina Elena. Preferiva passeggiare contro la corrente della folla, ben sapendo che il tragitto pi usuale era l'inverso, da piazza Vittoria. Il motivo era che gli piaceva incrociare coppie e famiglie, inviando fugaci sguardi a signore e signorine, per godere della loro confusione.
Era un vecchio scherzo che faceva tra s e s, divertirsi a generare il rossore sulle guance di donne anche insignificanti, provocare la frustrazione per l'uomo che avevano accanto, meno incantevole di quell'atletico giovane bruno e ben vestito, e il rimpianto di non essere sole per poterne contraccambiare il sorriso. Si sentiva bene, Attilio. Si godeva la domenica in Villa, camminando sul largo viale pieno di sole, nel profumo dei fiori e del mare.
E si godeva anche la consapevolezza che alla fine tutto sarebbe andato bene. Non poteva che essere lui la scelta di Emma, ne era certo: ancora di pi ora, dopo che aveva guardato in viso il marito, un uomo disfatto, triste, avvilito. Che dubbio poteva esserci? Inspirando l'aroma dei pini e dei lecci che contornavano il viale, Romor si sentiva invincibile.
Avrebbe percorso la Villa in tutta la sua lunghezza un altro paio di volte, ammiccando alle donne e cercando di evitare i bambini ricchi che scorrazzavano in quelle orribili automobiline a pedali di legno o metallo, poi sarebbe andato a mangiare pesce nei pressi della chiesa di Piedigrotta. Ora che la soluzione era vicina non aveva pi senso risparmiare, poteva concedersi qualche piccolo lusso; basta con le domeniche malinconiche dalla mamma: non ci sarebbe pi andato, la madre lo rendeva triste, e quando era triste sentiva crescere dentro la rabbia.
Scosse la testa per cacciare via i brutti pensieri e il ricordo fastidioso della voce materna, con i suoi perenni ammonimenti; era la prima domenica di primavera e non voleva nessuna nuvola sul suo orizzonte radioso. Incroci una famiglia, una coppia di anziani, una giovane con un bambino e alcuni ragazzi; tra loro una signorina alta, non appariscente ma graziosa. Le rivolse uno sguardo intenso, piegando il capo e rallentando l'andatura nel modo che sapeva essere irresistibile; lei non lo degn di una qualsiasi risposta, mantenendo un'espressione triste, come se covasse un dolore.
Peggio per te, pens Attilio, scrollando le spalle. Sii pure triste, se vuoi: per quanto mi riguarda, il mondo  mio e me lo godo.

43.

La domenica circondava Enrica senza toccarla. Il mondo la lasciava fuori dalle sue atmosfere, e lei non si era mai sentita pi sola.
Come un automa aveva partecipato alla ritualit della famiglia, la colazione, la messa alla chiesa di Santa Teresa, il tram fino a piazza Vittoria. Non era di natura loquace, e aveva potuto dissimulare la malinconia: l'eccitazione del padre e dei fratelli per la passeggiata era tollerata dalla madre e da lei, non certo condivisa.
La Villa Nazionale, che pure le piaceva, le sembr quel giorno rumorosa e volgare. I cavalli dei carabinieri in alta uniforme, che percorrevano la pista di fianco al viale alberato riservato al passeggio, erano irrequieti quanto lei. Aveva continuato a maledirsi per l'atteggiamento che aveva avuto durante l'interrogatorio in questura, per essersi mostrata cos diversa da come era.
Camminando un passo dietro ai genitori, portando per mano i fratelli e precedendo la sorella e il cognato con la carrozzina del nipotino, pensava che sarebbe invecchiata senza avere una propria famiglia e dei figli, per colpa del suo brutto carattere; eppure, la madre non le diceva sempre che quello era il suo miglior pregio? Il sole inondava gli alberi in fiore, i bambini giocavano con le allegre automobili a pedali, un pianino suonava Duorme, Carme'. Che ironia, per lei che non aveva chiuso occhio.
Oltre le cime dei pini si sentiva il lento rumore del mare calmo. Si fermarono presso una bancarella di semi e nocciole, perch il padre come sempre fingeva di cedere alle suppliche dei fratelli per comprarne qualche cartoccio per s. Amava la sua famiglia, ma oggi le era insopportabile. Avrebbe voluto tornare nel buio della sua stanza. Ripresero a camminare verso l'acquario della stazione zoologica, altra tappa domenicale obbligata, dove avrebbero guardato le solite stelle di mare, fingendo per la centesima volta meraviglia e stupore: suo padre ci teneva tanto.
Passando vicino al tempietto col busto di Virgilio, e ascoltando distrattamente il padre che ne raccontava le imprese di mago, pens amareggiata che la maga a cui si era rivolta non l'aveva certo aiutata, anzi. Poi si vergogn del pensiero, ricordando la brutta fine della donna.
Incroci per un attimo lo sguardo di un uomo che sorrideva con aria ebete; distolse gli occhi in fretta, nella sua mente non c'era posto per nulla che non fosse una soluzione allo stato in cui si trovava.
Per quell'uomo aveva qualcosa di familiare. Prima di cancellarne l'immagine si chiese per un attimo dove poteva averlo gi visto.

Il dottor Modo non avrebbe dovuto essere in ospedale, ma si trovava li lo stesso, come spesso gli succedeva. La sera prima Ricciardi gli aveva raccontato, nella sua maniera fredda ma vibrante, la storia di quell'uomo che si era accoltellato, col quale n il commissario n il dottore avevano mai parlato, e a lui era venuta l'idea di vedere come stava.
In piedi vicino al suo letto, col camice indosso, lo osservava passandosi pensoso la mano tra i capelli bianchi. Rifletteva sul potere dei sogni.
Chi dice, pensava il dottore, che i sogni non hanno potere sulla realt? Tu sei stato bene, finch non hai sognato. Hai vissuto momenti pi o meno buoni: hai fatto tre figli, li hai tenuti in braccio, ci hai giocato e scherzato. Lavorando di giorno e qualche volta di notte, hai fatto sempre di tutto perch mangiassero e bevessero a sufficienza.
Hai tenuto la tua donna tra le mani, in abbracci forti e dolci. Ci hai fatto l'amore, guadagnandoti un piccolo pezzo di paradiso. Sei uscito con la pioggia e con il sole, hai cantato e forse pianto, hai sentito il primo profumo dei fiori e della neve. Hai visto il cielo e la luna. Qualche volta hai avuto sete e nessuno ti ha negato un bicchiere d'acqua fresca. Poi hai sognato. E da quel giorno la tua felicit non ti  bastata pi, hai deciso di cominciare a salire. Ma, dimmi: a parte la fatica della salita, chi ti ha fatto credere che in cima saresti stato meglio?
Senza attendere risposta, il dottore copr col lenzuolo il cadavere di Antonio Iodice.
La prima domenica di primavera era finita.

44.

Salendo le scale della questura, Ricciardi si imbatt nella guardia Sabatino Ponte. Era un uomo di bassa statura e dall'aspetto nervoso, acquisito dal vicequestore Garzo in qualit di usciere-attendente. La figura non era prevista dall'organigramma, ma l'atteggiamento untuoso e adulatore dell'ometto, unitamente a una qualche oscura raccomandazione, lo avevano aiutato a uscire dal servizio effettivo e a guadagnare la comoda posizione. Maione, disprezzandolo cordialmente, borbottava che era un cane rispettato come il padrone. Per niente, cio, soggiungeva beffardo.
Ponte provava nei confronti di Ricciardi un superstizioso timore: -lo evitava per quanto poteva e, quando era costretto a rivolgersi a lui, cercava di non guardarlo in faccia, scappando appena possibile.
Doveva trattarsi di qualcosa di serio, per trovarselo ai piedi delle scale cos presto.
- Buongiorno, commissario. Ben arrivato, - disse, fissando prima il soffitto e poi le scarpe di Ricciardi.
- S, Ponte. Che c'? Ho combinato qualcosa?
Ponte si concentr nervoso su una piccola crepa nel muro, alla sua sinistra.
- No, figuratevi... E poi chi sono, io, per rimproverare a un uomo come a voi? No,  che il vicequestore Garzo vi chiede di fare, appena potete, una scappata nel suo ufficio.
Il commissario era infastidito dallo sguardo saettante dell'ometto, che gli faceva girare la testa.
- Perch, il vicequestore  gi nel suo ufficio a quest'ora, di domenica mattina? Mi pare strano.
L'uomo punt il pavimento a tre metri di distanza, come se seguisse la traiettoria di un insetto.
- No, no, infatti non  ancora arrivato. Ma si  raccomandato di parlare con lui stamattina. Prima di ogni attivit per l'omicidio della Calise.
Ecco, pens Ricciardi. Quella vecchia volpe di Maione aveva ragione.
- Va bene, Ponte. Di' al vicequestore che alle dieci sar da lui. E fatti vedere gli occhi, secondo me hai un problema di vista.
Ponte abbozz un mezzo saluto militare e se la diede a gambe per le scale, facendo i gradini a tre alla volta.
Sulla porta del suo ufficio, Maione aspettava Ricciardi con la faccia sconsolata.
- Non comincia bene, la giornata, commissa'. Ha telefonato il dottore Modo dall'ospedale. Stanotte lodice  morto.

Riattacc il telefono. Era la terza chiamata che faceva. Anche qui aveva ricevuto piene assicurazioni.
Nel tono di tutte e tre le persone con le quali aveva parlato, riconobbe la compassione; e da quello che gli era sembrato, per quanto fosse difficile giudicare senza poter vedere le espressioni, tutti sapevano di Emma e di quell'uomo. E anche di lui.
Ora l'importante era risolvere la questione in maniera definitiva; a riparare i danni alla reputazione avrebbe pensato dopo. Sapeva che la gente prima o poi dimentica ogni scandalo. E comunque non aveva sperato di poter trovare una soluzione.
Al di l della parete sent tossire: la moglie era in casa. Anche quella era una bella cosa. Forse poteva ancora essere ottimista. Ruggero si pass il dorso della mano sulla guancia: bisognava farsi la barba e lavarsi.
Molto dipendeva dalla sua immagine.

Ricciardi, in piedi vicino alla finestra del suo ufficio, guardava il brigadiere Maione che se ne stava desolato sulla porta. Ai due uomini fu subito evidente che l'altro non aveva dormito; ed entrambi decisero di non farne cenno.
- Lo so a che cosa state pensando, commissa'. La morte di Antonio lodice, ai fini dell'indagine, non cambia nulla. Per  un fatto che mo' lui non ci pu spiegare pi niente del perch ha fatto quello che ha fatto. E non mi sembra manco il momento di andare a sfottere quelle due povere donne della moglie e della madre. Che dobbiamo fare?
- Anzitutto ti devo dire che sei stato un buon profeta, per quella Serra di Arpaja. Ho trovato il tuo amico Ponte sotto il portone, mi ha detto che prima di pigliare qualsiasi iniziativa devo parlare con Garzo:  chiaro che la chiamata gi  arrivata. Ti sei assicurato che la famiglia di lodice sia stata avvertita, come ieri gli avevamo promesso?
Maione annu subito.
- Stavano l in ospedale, commissa'. Si erano presentate all'alba, mamma e moglie, ma nessuno aveva avuto il coraggio di dirgli niente finch non  arrivato il dottore, che pur non essendo di turno era andato per vedere come stava Iodice. Gliel'ha detto lui.
Ricciardi allarg le braccia.
- Che follia. Uccidersi con tre figli. Doveva essere veramente disperato. Ma perch? Tanto valeva costituirsi, se l'aveva ammazzata lui. Non mi suona. Normalmente chi ammazza con tanta rabbia, come hanno ammazzato la Calise, non ha la sensibilit per uccidersi. E chi prova tanta vergogna da uccidersi, non ha la rabbia per ammazzare qualcuno a calci.
Maione ascoltava attentamente.
- Vi devo dire la verit, nemmeno a me mi pare cos ovvio che  stato Iodice. Poi, a vedere la mamma e soprattutto la moglie, la disperazione in faccia, quello doveva essere proprio un brav'uomo. D'altra parte, se non era stato lui, perch ammazzarsi?
- Forse ha pensato che sarebbe stato accusato e non avrebbe avuto il modo di difendersi. Forse aveva qualche altro guaio. Forse la tensione. E, naturalmente, forse  stato lui. Comunque, dobbiamo continuare l'indagine e vedere se troviamo la prova. L'espressione di dolore di una moglie, come prova non vale in tribunale.
Prima che Maione, improvvisamente arrossito, potesse rispondere, bussarono alla porta dell'ufficio e comparve la faccia di Camarda.
- Commissario, brigadie', scusate se vi disturbo. Qua fuori, che vi vorrebbero parlare, ci stanno le signore Iodice, madre e moglie.

Le due donne entrarono nell'ufficio e Maione e Ricciardi andarono loro incontro. La moglie era l'immagine stessa del dolore che non conosce rassegnazione: i lineamenti delicati erano sconvolti da ventiquattr'ore di veglia e di pianto ininterrotto. La madre, ancora con lo scialle nero sul capo, pareva una figura da tragedia greca, il viso inespressivo, gli occhi vuoti. Solo il colore cereo tradiva l'inferno che aveva dentro.
I due poliziotti erano sorpresi da quella visita; avrebbero dovuto essere in ospedale a occuparsi del trasporto della salma al cimitero. Forse, pens Ricciardi, volevano l'autorizzazione della polizia, ma non sarebbe stata necessaria: l'operazione del giorno prima aveva ben chiarito i motivi del decesso, l'autopsia sarebbe stata inutile. Fece cenno di accomodarsi, ma le donne rimasero in piedi. Si rivolse alla moglie.
- Signora, mi dispiace. Capisco il vostro dolore e, credetemi, vi siamo vicini. Se possiamo fare qualcosa, non avete che da dirlo.
Concetta fece un passo avanti e respir profondamente.
- Commissa', ci abbiamo pensato molto, stanotte, io e mia suocera. Da una parte, abbiamo pensato al fatto che Tonino... mio marito, insomma, doveva riposare in pace. Che di lui non si doveva parlare pi, soprattutto qua dentro, scusate, commissa'. Poi, per, abbiamo pensato ai figli miei. Sono tre, e sono piccoli, hanno tutta la vita davanti. E devono portare questo nome. E questo nome non deve avere macchia.
Concetta si era fermata, sotto il peso dell'emozione. La suocera, un passo dietro di lei, le appoggi la mano ossuta sulla spalla. Lei tir un sospiro e continu.
- Noi diciamo che le cose si sentono. Le cose succedono e uno le vede succedere, e le capisce. A volte te le raccontano, le senti con le orecchie e le capisci. Altre volte ancora, qualcosa la vedi e qualcosa no, ma la capisci lo stesso con la testa. Ma certe volte ci stanno delle cose, commissa', che non vedi, non senti, non pensi e le capisci lo stesso. Questo succede con le persone che tieni dentro al cuore, - e si strinse al seno una mano arrossata dal lavoro, - e non ti sbagli. Non ti sbagli... Mio marito non ha ammazzato nessuno, commissa'. Solamente a lui stesso. Io lo so, la madre lo sa. I figli lo sanno. Allora, vogliamo, come si dice, collaborare. Abbiamo parlato tra noi. Voi e il brigadiere, qua, ci parete due brave persone. Ci avete offerto aiuto, si vedeva che il fatto di mio marito vi dispiaceva. Noi siamo povera gente, non sappiamo come dobbiamo tirare avanti; non possiamo prendere un avvocato che ci difende. Per ai figli solo il nome ci possiamo dare e deve essere pulito.
- Signora, - disse Ricciardi, - il nostro compito  di scoprire la verit. Qualunque essa sia, anche se non piace, anche se crea sofferenza. Non parteggiamo per nessuno, dobbiamo solo capire che  successo. Se volete collaborare, noi siamo contenti. Ma se dovessimo scoprire che... che le responsabilit di vostro marito sono gravi, sar peggio, lo capite questo? Cos come sta la situazione, se chiudiamo l'indagine, un dubbio pu rimanere. Se andiamo avanti, allora dubbi non ce ne saranno pi. Siete sicure?
Dopo un rapido sguardo alla suocera, alle sue spalle, Concetta rispose.
- S, commissa'. Per questo siamo qua da voi, con mio marito morto ancora all'ospedale, come uno senza famiglia raccolto per la strada. Vi hanno detto che ha strillato quando... quando ha fatto questa cosa? Ha detto: i figli miei! E questo dobbiamo fare: il bene dei figli suoi. Siamo sicure, commissa'.

45.

Ruggero si preparava a bussare alla porta di Emma. Cercava di raccogliere le forze. Si era lavato, sbarbato, cambiato d'abito e piazzato a lungo davanti allo specchio. Aver riguadagnato la sua immagine, quella a cui era abituato e che nella gente incuteva rispetto e timore, lo rassicurava e gli dava equilibrio.
Ma la prova che doveva affrontare era difficile: forse la pi difficile.
Da quanto tempo non parlava con la moglie? Certo, cortesi scambi di brevi frasi durante la cena; semplici indicazioni sulla gestione della servit e della casa, ma parlare no, e neppure si guardavano pi.
Nel tempo si erano anche consolidati i territori. Pareti immateriali si erano alzate: studio e salotto verde per lui, stanza da letto e da toeletta per lei. In comune, solo la sala da pranzo e le notti senza amore. Il resto delle stanze era chiuso, o abitato dalla servit.
Ma ora, era necessario parlare. Non era pi il tempo dei sottintesi, delle verit celate, dei silenzi carichi di rancore. Bisognava parlare.
Prima che tutto fosse perduto per sempre.
Ruggero buss alla porta di Emma.

Ricciardi segu un pensiero e poi si rivolse a Concetta lodice.
- Va bene. Vi devo fare alcune domande. Parliamo innanzitutto del negozio, la pizzeria. Come l'ha messa su, vostro marito? Con quali soldi?
- Una parte coi nostri risparmi e con la vendita del carretto. Un'altra l'ha presa in prestito. Da Carmela, la Calise.
- Com'erano i rapporti di vostro marito con la Calise?
- Io non ci sono mai andata, non so nemmeno dove abitava. A mio marito ce l'aveva detto Simone il carrettiere, un amico suo: era una cosa diversa da... da quell'altra gente, che se non restituisci tutto ti spezza braccia e gambe. Voi qua lo sapete... insomma, dice che questa  pi, come si dice, umana, se non ci hai tutti i soldi li puoi portare pi tardi, allunga la scadenza.
- E vostro marito, l'ha dovuta allungare mai, la sua scadenza?
Concetta abbass la testa.
- Una volta. Il locale non andava bene. E l'altro giorno... l'altro giorno era andato a chiedere un altro spostamento. Si era fatto coraggio per due giorni, pensava che io non lo sapevo, ma io lo vedevo che non dormiva la notte. E mi ero fatta il conto.
- E lui, vi sembrava disperato?
- No. Ma preoccupato, s. Prima... prima di aprire il locale, rideva sempre. Poi, non ha riso pi. Forse per questo la gente non ci veniva. Non si va a mangiare dove nessuno ride.
Ricciardi ascoltava attento.
- Andiamo a quella sera. Ve l'aveva detto, che andava dalla Calise?
- No, non ce l'aveva detto. Ma noi, - e guard di sfuggita la suocera, che non le aveva tolto la mano dal braccio per darle forza, - lo sapevamo. E se n' uscito dal locale verso le nove, quando il grosso della gente ormai se n'era andato. Mi ha detto che teneva una commissione da fare, di chiudere e avviarmi verso casa. Io ho chiuso, pulito tutto e aspettato ancora un po' per vedere se tornava. Poi sono andata a casa, ho pensato: forse lo trovo l. E invece no, non c'era. Abbiamo messo i bambini a letto. Niente, non tornava. E ci siamo affacciate alla finestra, io e lei, - e fece cenno col capo verso la suocera, - dicendo: adesso torna. Era passata la mezzanotte, quando  tornato.
- E come stava?
A Concetta tremava la voce. - Sembrava ubriaco, ma non puzzava di vino. Camminava storto, ci mise un sacco di tempo a fare le scale. Disse che era stanco, non si sentiva bene. E si butt vestito sul letto, teneva la febbre alta, si addorment. E io lo spogliai, come faccio con i bambini quando si addormentano vestiti.
La suocera le fece un piccolo cenno di assenso. Allora Concetta tir fuori dalla veste un foglietto di carta ripiegato.
- E ho trovato questo, gli era caduto dalla giacca. Porse il foglietto a Maione, che lo apr.
- Una cambiale, commissa'. Ottanta lire, scadenza 14 aprile, a firma lodice Antonio. In favore di Calise Carmela. E...
Ricciardi alz lo sguardo su Maione. - E?
Maione parl a bassa voce.
- E sporca di sangue, commissa'.

Emma apr uno spiraglio nella porta. Il marito ne scorse parte del viso, i capelli in disordine. Gli occhi rossi di pianto, o forse di sonno.
- Che vuoi?
- Posso entrare? Devo parlarti. E' importante.
La voce di Emma suon piena di dolore. - E che ci pu essere di cos importante?
Si gir e and verso il letto, lasciando la porta accostata. Ruggero entr, chiudendosela alle spalle.
La stanza era in disordine. Vestiti e biancheria gettati sul pavimento e sui mobili, i resti della colazione abbandonati sul comodino, un largo fazzoletto sporco sul letto.
Nell'aria c'era odore di chiuso e di rancido.
- Hai vomitato. Stai male.
Emma tremava, si pass una mano tra i capelli.
- Ma che intuito. Perci ti chiamano la volpe. Prego, accomodati. Fai come se fossi a casa tua.
Ruggero ignor il sarcasmo. Rimase in piedi. Poi fiss la moglie.
- Hai anche bevuto... Sei un relitto. Non ti vergogni? Emma si lasci cadere sul letto, ridacchiando.
- Se mi vergogno? S, mi vergogno. Mi vergogno di non aver avuto il coraggio di dire no a mio padre, quando mi ha imposto di sposarti. Mi vergogno di non aver avuto la forza di lasciarti e di andarmene tutte le volte che mi hai trattato come una bambina capricciosa. E mi vergogno di essere qui in questo momento, invece di... Ruggero fin per lei.
- ... di essere con lui. Con Attilio Romor.
Segu un lungo silenzio. Emma cercava di mettere a fuoco l'immagine del marito.
- Come lo sai, il suo nome? Maledetto! Mi hai seguita? Hai fatto indagare su di me? Vigliacco!
Con le labbra tirate sui denti, gli occhi rossi dalla rabbia e dal vino e i capelli scompigliati, Emma sembrava  una belva inferocita. Cerc qualcosa da lanciargli contro. Ruggero ribatt con amarezza: - Indagare? Spendere
soldi per avere qualcosa che tutti ti offrono, proprio perch non la chiedi? Tutti: amiche, amici, perfino il portiere. Non hai negato a nessuno la tua vista, il tuo spettacolo di stupida puttana. E ti meravigli? Risparmiami la
tua rabbia e accontentati di quello che hai gi ottenuto. Emma impallid, trov a tentoni il fazzoletto sporco e lo port alla bocca, soffocando un conato di vomito.
- L'ho lasciato. Non lo vedr pi. 
- Lo so.
Lei alz la testa.
- Come lo sai? Non puoi saperlo.
- Non importa, ora. Abbiamo un problema pi grave.
Anzi, per essere precisi ce l'hai tu. Ma sei ancora la signora Serra di Arpaja, per mia disgrazia, e devi ascoltarmi bene. Ruggero tir fuori dal taschino la convocazione in questura per Emma e cominci a parlare.

46.

Ricciardi prese la cambiale, notando subito le impronte insanguinate vicino all'importo in cifre e alla firma. Sembrava che Iodice avesse seguito col dito lordo del sangue della Calise le parti compilate, come per essere sicuro che fosse proprio quello il titolo. Alz gli occhi su Concetta.
- Non  stato lui, - disse subito la donna.
Ricciardi intervenne.
- So che ne siete convinta, signora. Se no, questa cambiale non me l'avreste data. Ma dovete ammettere che  difficile ricostruire le cose per come sono andate senza pensare che possa essere stato vostro marito, a uccidere la Calise.
Concetta insistette, la voce spezzata.
- Io lo so, che non  stato lui. E poi, commissa', rispondetemi a questo: perch si sarebbe conservato la cambiale? L'avrebbe distrutta dicendo di averla pagata regolarmente. Se pure il suo nome usciva, tra tutti quelli che dovevano dare i soldi alla Calise. No, lo sapete pure voi che non  stato lui. Lui l'ha trovata gi morta, si  preso la cambiale e se n' andato. Dovete trovare l'assassino, commissa'. Mo' sono due, che devono dormire in pace.
Ricciardi e Maione si guardarono, incerti. Quelle di Concetta erano illazioni, le prove un'altra cosa.
La madre di lodice fece un passo avanti dall'ombra. Parl con voce bassa, arrochita dal silenzio e dal dolore; si capiva che era difficile per lei esprimersi in una lingua che non era il dialetto.
- Commissario, brigadiere, scusatemi. Io sono una donna ignorante, non so parlare bene. Ho faticato tutta la vita, il destino nostro  questo, faticare per portare i figli avanti. Io a questo figlio mio l'ho visto crescere. L'ho visto piangere e ridere, e poi ho visto ai figli suoi e di questa brava ragazza, che ha legato la vita sua a quella di lui, alla nostra. Lo conoscevo come solo una mamma pu conoscere un figlio, e vi dico: mio figlio non ha ammazzato a nessuno. Una vecchia poi, come a sua madre. Impossibile. Credete a mia nuora, credete a noi. Non lasciate un assassino per strada, non sporcate il nome nostro per la comodit di non cercare pi.
Ricciardi guard la donna intensamente.
- Signora, credete voi a me se vi dico che non  nostra volont lasciare liberi i colpevoli. Ve lo prometto: continueremo l'indagine. Ma, ve lo devo dire, adesso sembrerebbe vostro figlio l'assassino. Potete andare, Maione vi accompagner all'uscio. E ancora condoglianze.
Le donne fecero un cenno di saluto e si avviarono verso la porta.
Prima di uscire, la madre di Tonino Iodice si gir di nuovo verso il commissario.
- Quello che si fa, prima o poi si paga, commissa'. O si ottiene la ricompensa. Ricordatevi: 'o Padreterno nun  mercante, ca pava 'o sabbato.

Quando rientr dopo aver accompagnato le due donne, Maione trov Ricciardi sbalordito.
- Che significa?
- Che cosa, commissa'?
- Quello che ha detto la mamma di lodice. Che ha voluto dire?
Maione era preoccupato. Quell'indagine gli stava rivelando un Ricciardi molto diverso da quello che era abituato a conoscere.
- Il fatto del Padreterno e del sabato, dite? A volte io mi scordo che non siete napoletano. Al vostro paese non si dice? E un proverbio. Significa che quando si fa qualcosa, la ricompensa o la punizione non si pagano a scadenza fissa, come i debiti degli uomini. Ma non credo che la Iodice volesse minacciare.
Ricciardi agit brevemente la mano, come a voler scacciare il sospetto di Maione.
- No, lo so, lo so. E' che l'ho sentito gi dire. E pensavo che si riferisse proprio ai debiti e ai pagamenti. Che fosse letterale, insomma.
Si sent bussare con discrezione alla porta e si affacci il viso appuntito di Ponte, l'usciere del vicequestore. Scorse in rapida successione la poltrona, la parete e la libreria, poi parl.
- Commissario, scusatemi. Il vicequestore vi sta aspettando.

Mentre saliva da Garzo, accompagnato da Maione, Ricciardi rifletteva sul cambio di prospettiva generato dal colloquio con le due lodice. Non appena era venuto a conoscenza del suicidio aveva pensato che l'assassino fosse il pizzaiolo; e razionalmente lo pensava ancora. Ma doveva ammettere che l'impatto emotivo di quello che gli avevano raccontato le due donne era stato forte e adesso faceva vacillare le sue certezze.
Poi, c'era la questione del proverbio. Ricciardi riteneva che il delitto potesse collegarsi all'attivit di usuraia della Calise, e anche l'ultimo pensiero rivelato dal Fatto sembrava indicare la restituzione di un debito, confermando cos la sua ipotesi. Ma ora, sentendo che quello stesso proverbio poteva riferirsi al corso del destino, si rese conto che c'erano alcuni punti oscuri da chiarire. Certo, Iodice sembrava l'assassino pi probabile: ma era necessario completare l'indagine, prima di arrendersi a quella convinzione.
Il destino. Di nuovo il maledetto, imperscrutabile destino. Il rifugio dalle paure, dalle responsabilit: "  destino", "lascia fare al destino", "andr come dice il destino". Nelle canzoni, nei racconti. Nella testa della gente.
Come se tutto fosse preordinato o scritto e nulla venisse lasciato all'arbitrio degli uomini. Invece no, non c' destino, pensava Ricciardi mentre arrivava con Maione davanti alla porta del vicequestore. Ci sono solo il male e il dolore.
Garzo gli and incontro con fare entusiasta.
- Caro, carissimo Ricciardi! Cos va la vita, no? Ancora assistiamo a qualche piccolo crimine; anche se nella nuova ra ormai di delitti non ce ne sono quasi pi. Questa  l'epoca dell'ordine e del benessere, ma se qualche pazzo crea scompiglio, ci siamo noi a mettere le cose a posto. Prego, prego, Ricciardi: accomodatevi pure.
Ricciardi aveva ascoltato il piccolo comizio con un ghigno ironico. Ti manderei un solo giorno, pensava, in mezzo ai quartieri poveri, spocchioso pavone. Te li darei io, l'ordine e il benessere.
- Dottore, se avete ordini... sono impegnato in un'indagine, come avete detto. Non ho molto tempo.
Garzo strinse per un attimo i pugni; quell'uomo gli dava ai nervi, con quel suo modo pacato di mancargli sempre di rispetto. Cerc tuttavia di moderarsi, per non derogare alla linea di condotta che si era imposto.
- E allora veniamo al dunque. Ho sentito di questo pizzaiolo, come si chiama... - consult un foglietto che aveva sulla scrivania immacolata. - Iodice, ecco. E' morto, vero? A seguito delle ferite che lui stesso si  inflitto, dice il rapporto. Quindi, il caso  chiuso. Un altro rapido successo.
Ricciardi si aspettava la sortita ed era preparato.
- No, dottore. Vi hanno informato male. Non c' stata nessuna confessione da parte di Iodice.
Garzo alz il capo dal rapporto, scrutando Ricciardi da sopra le lenti da lettura cerchiate in oro.
- Ma io non ho parlato di confessione. E' lo stesso atto, lo stesso suicidio che  una confessione. L'assassino era lui, la coscienza non gli ha retto. E' chiaro, mi sembra.
Ricciardi lo contraddisse.
- No, dottore. Non abbiamo finito con gli interrogatori. Dobbiamo ancora sentire una persona, forse due, e fare un paio di sopralluoghi. Poi, forse, potremo chiudere l'indagine.
Con un gesto teatrale, Garzo si tolse gli occhiali.
- Proprio di questo ultimo interrogatorio, Ricciardi, vi volevo parlare. So che avete convocato la moglie di un uomo molto in vista. Penso vi rendiate conto dell'importanza di mantenere rapporti buoni con i giudici e gli avvocati della citt. Vi invito caldamente a evitare motivi di frizione.
- Ma, dottore, io pensavo che la ricerca della verit fosse interesse primario sia dei giudici che degli avvocati. Chiss che sorpresa sarebbe, per i giornali, scoprire che una convocazione per un interrogatorio  stata, come posso dire, bloccata dalla stessa questura. Dovete sapere, dottore, che un certo elenco di nomi che era in casa della Calise fu trovato proprio da un giornalista; e se non  stato ancora pubblicato,  solo perch il nostro brigadiere Maione ha chiesto alla persona in questione di non diffonderlo per non ostacolare l'indagine. Ma se lo ritenete necessario...
Maione e Garzo erano stupiti. Non avevano mai sentito Ricciardi cos loquace.
Il vicequestore si riscosse. Tra le sue qualit spiccava senza dubbio la capacit di comprendere quando era sconfitto e di riuscire a limitare i danni.
- Quand' cos, procedete pure. E grazie a voi, brigadiere, per la vostra sensibilit nei confronti della reputazione della questura e delle persone coinvolte. L'unica cosa di cui vi prego, Ricciardi,  di procedere con la massima discrezione. Quindi, la... persona non verr nel vostro ufficio: sarete -voi ad andare presso l'abitazione della signora. E ci andrete in macchina, perch non vi si veda arrivare a piedi. Tenetemi informato.

47.

Se c'era una cosa che odiava, era guidare l'automobile. Forse perch non apparteneva alla sua generazione, o semplicemente perch da piccolo andava a cavallo ed era rimasto legato a quel modo di muoversi. Fatto sta che a Maione guidare non piaceva.
- Io non capisco, queste manie. Pigliare la macchina per fare un chilometro! Ci vogliono due minuti! Dice che gli serve, che non la vogliono concedere per servizio. E se la tenessero!
Si era appena messo al volante ed era gi tutto sudato per la tensione. Il motore rugg a vuoto. Ingran la marcia, il veicolo fece un balzo in avanti e si spense. Un avvocato e un usciere che stavano parlando nel cortile della questura, fecero un passo indietro, preoccupati.
- Ecco, pure la frizione bruciata ci ha, 'sta cosa. Io poi mi domando e dico, commissa', perch avete detto dell'elenco e del giornalista. Proprio io, poi, che i giornalisti li schifo.
Ricciardi, incassato nel sedile posteriore, si era aggrappato alla maniglia della portiera.
- E' l'unica cosa che mi  venuta in mente. Piuttosto, non c' nessuno disponibile, come autista?
Maione fece un'espressione offesa.
- Guardate, commissa', che non c' in tutto il personale della questura uno pi bravo di me! E che 'sta maledetta macchina non  messa a punto, questo c'. Ah, ecco dove sta l'aria.
Con un muggito il motore si avvi di nuovo e l'automobile part. Avvocato e usciere balzarono verso i lati opposti della strada e si salvarono la vita. Ricciardi rivolse un pensiero a Enrica, a mo' di saluto, abbrancando il maniglione per tenersi.
Tra la questura e via Generale Orsini, dove abitavano i Serra di Arpaja, c'era effettivamente poco pi di un chilometro. Bastava percorrere la nuova strada che costeggiava il mare, da un lato Castelnuovo e Palazzo Reale, dall'altro i vecchi edifici dell'arsenale della Marina che presto sarebbero stati abbattuti per far spazio a giardini. A Ricciardi quella citt ricordava sempre pi una di quelle case col salotto buono per ricevere, mentre il resto delle stanze cade a pezzi.
In fondo, prima dell'ampia curva a sinistra che avrebbe portato a Santa Lucia, il grande cantiere della Galleria della Vittoria: una delle imprese del regime. Collegare due parti della citt con una strada sotterranea. Un buco lungo mezzo chilometro. Per scavarlo, erano gi morti in cinque. Due, Ricciardi ancora li vedeva: brillavano nel buio dello scavo, a parlare delle famiglie prima dello scoppio che li aveva fatti a brandelli.
Non si veniva nemmeno a sapere, di questi incidenti. Dopo averli accuratamente occultati, si faceva in modo che le famiglie ricevessero aiuti speciali. Almeno questo, pens Ricciardi, mentre cercava appiglio per bilanciare la curva che Maione aveva affrontato con uno scarto improvviso. Un carretto stracarico di masserizie, trainato da un vecchio mulo, perse molta della sua merce, e loro furono travolti dalle bestemmie del carrettiere.
- Eh, e che sar, tanto sul carro c'erano solo schifezze. Allora, commissa', a che altezza  il palazzo?
- E' il numero 24, l a destra, comincia a rallentare.
Maione si produsse in un'immediata frenata che ferm di botto il veicolo sul marciapiede. Proprio nel punto in cui stava passando un'austera bambinaia col tradizionale abito lungo bianco, crestina in tinta, monumentale carrozzina in legno.
- Ma che modo di guidare  questo? Mi stavate facendo prendere un colpo! E se il bambino cadeva, chi glielo diceva alla baronessa? Siete pazzi?
Maione cerc di mitigarne la collera.
- Scusate, signo', ma questa  un'operazione di polizia e non vi ho vista. Andavamo di fretta.
Ricciardi guardava il bambino, che sembrava attratto dal viso del commissario.
- Come si chiama, questo bambino?
- Si chiama Giovanni. Tiene quasi due anni.
Buona fortuna, Giovanni, pens Ricciardi. Non  un bel mondo, quello in cui hai deciso di nascere! Pure se da questo quartiere non sembra.
Il bambino sorrise. Anche lui aveva gli occhi verdi.

Il portiere in uniforme del palazzo si fece incontro a Maione e Ricciardi con passo marziale, chiedendo chi fossero e controllando in modo ostentato una lista. Brigadiere e commissario ebbe un moto di fastidio.
- Commissa', glielo dite voi o glielo dico io, all'ammiraglio qua, che noi siamo della polizia e non veniamo in visita? Se no, quant' vero Iddio, lo butto per l'aria e faccio un'irruzione.
Ricciardi mise una mano sul braccio del portiere.
- Sentite, annunciateci e basta. Siamo attesi.
All'uscita dell'ascensore trovarono la porta aperta e una domestica che fece un inchino.
- Prego, accomodatevi. Il professore vi riceve subito.
Maione si rivolse al commissario a denti stretti.
- Ma noi non dobbiamo parlare con la moglie?
Ricciardi scroll le spalle: non sperava di avere accesso direttamente alla signora, ma era determinato a non andarsene senza aver interrogato il suo testimone.
Furono introdotti in uno studio austero tappezzato di libri antichi. L'uomo che venne loro incontro trasudava autorit.
- Prego, signori, accomodatevi sul divano; vi faccio servire un t. Non credo sia il caso di mettersi alla scrivania, non siete certo qua per un consulto, - disse con fare complice.
I due accolsero con indifferenza quel tono amichevole e restarono in piedi.
- Professore, vi ringraziamo per l'ospitalit. Ma abbiamo bisogno di parlare con la signora, e prima possiamo farlo, meglio .
- La vedrete, commissario. Adesso arriva. Ma io dovr essere presente, su questo non si discute. Nella veste di avvocato, se non di marito. Per vederla da solo, dovrete arrestarla. Ammesso che troviate un magistrato disposto ad autorizzare l'arresto, s'intende. Allora, la faccio chiamare?
Ricciardi riflett rapido: si trattava soltanto di qualche domanda che probabilmente avrebbe dato luogo alla definitiva chiusura dell'indagine. Una donna dei quartieri alti che si concedeva lo sfizio di andare da una vecchia cartomante.
- Va bene, professore. Togliamoci il pensiero.

48.

Ricciardi fissava la signora Emma Serra di Arpaja: se la immaginava molto diversa da come si era presentata.
Pallida, guance scavate. Senza trucco se non una traccia sulle palpebre, vestita di grigio, i capelli dal taglio corto alla moda acconciati dietro le orecchie, la fronte scoperta. Le scarpe semplici dal tacco basso, le calze velate.
Teneva lo sguardo su un tavolinetto, con un'espressione indecifrabile, senza emozioni apparenti. Aveva salutato con voce atona. Sembrava sofferente ma in un modo sordo, riposto. Lontano.
Il marito scrutava Ricciardi, valutandone l'atteggiamento. La tensione si tagliava col coltello.
Dopo un lungo e imbarazzante silenzio, Ricciardi parl.
- Signora, quali erano i vostri rapporti con la signora Calise Carmela, sedicente cartomante, rinvenuta cadavere il 15 aprile scorso nella sua abitazione?
Emma rispose con tono monocorde.
- Ci sono andata qualche volta. Mi ci aveva accompagnata un'amica.
- Per quale motivo?
- Un passatempo.
- Di che cosa parlavate?
- Lei leggeva le carte. Mi diceva cose.
- Quali cose?
Intervenne Ruggero, pacato.
- Commissario, il contenuto dei dialoghi di mia moglie con la Calise non penso riguardi l'indagine. Non credete?
Ricciardi ritenne necessario stabilire subito i confini delle competenze.
- Professore, in merito all'indagine, vi prego, lasciate decidere a noi cosa interessa e cosa no. Dite pure, signora: di che cosa parlavate?
Emma rispose, e pareva parlare di un altro mondo e di altre persone.
- Mi piaceva. Non dovevo pensare, era lei a risolvere ogni dubbio. La mia vita... noi, commissario, viviamo nei dubbi. Faccio questo. O faccio quest'altro. Lei dubbi non ne aveva. Muoveva le carte, ci sputava sopra e decideva. E non sbagliava mai.
Ricciardi aveva sentito vibrare un'emozione.
- E nell'ultimo periodo? Ci andavate spesso?
Rispose Ruggero, con tono deciso.
- Commissario, mia moglie ha detto che ci andava qualche volta. E' un'espressione che lascia intendere casualit, rarit. In nessun caso, pu intendersi "spesso".
Senza smettere di fissare la donna, Ricciardi fece con la mano un cenno a Maione, che tir fuori dalla giubba il quaderno della Calise.
- Su questo quaderno, - disse il brigadiere dopo essersi schiarito la voce, - ritrovato in casa della Calise, il nome di vostra moglie  indicato, per esteso o con le iniziali, centosedici volte su trecento giorni circa di appuntamenti. Secondo me, "spesso" si pu dire. O no, profess'?
Ruggero sbuff infastidito. Emma rispose.
- Ma s, ci andavo. Era un diversivo. Abbiamo bisogno di diversivi. Soprattutto quando la vita diventa opprimente.
Aveva detto una cosa terribile, Ricciardi e Maione l'avevano capito subito. Ruggero, per, non reag. Il commissario and avanti.
- E di cosa vi parlava, la Calise? Vi ha fatto, che so, qualche confidenza, qualche nome? Vi ha detto che era preoccupata per qualche cosa, o avete intuito voi che qualcosa la minacciava?
Maione si sorprese. Si aspettava che il commissario facesse altre domande sul disagio della Serra di Arpaja, scavasse dentro quella crepa tra lei e il marito; invece lui tornava sulla Calise.
- No, commissario. Parlavamo d'altro, ve l'ho detto. Mi leggeva le carte. E basta. Mi diceva che cosa sarebbe successo e non sbagliava.

Quando la donna si fu ritirata, Ruggero accompagn Maione e Ricciardi alla porta.
- Vedete, commissario, mia moglie  come una bambina. Ha le sue piccole manie, i divertimenti, le sciocchezze che fa con le amiche. Ma era con me a cena da sua eccellenza il prefetto, la sera che la Calise  stata uccisa. Ho letto sul giornale le modalit. Il nostro nome  piuttosto in vista. Vi sarei grato se non ci fosse seguito a questa chiacchierata. Ci posso contare?
- La nostra volont  uguale alla vostra, professore. Che nessun innocente abbia a pagare per quello che non ha fatto. Potete stare tranquilli, voi e la vostra signora. Sappiamo fare il nostro dovere.
Fuori dal portone, Maione comment l'incontro.
- Commissa', ma perch non siete entrato di pi, come si dice, nel cappello del prete? Mi  sembrato che la signora recitava la lezione che il professore gli aveva imparato e poi si  fatta uscire che non era felice. Non valeva la pena di saperne di pi? Non  che per combattere la noia la signora si  messa ad ammazzare un poco di vecchiette, per esempio?
Ricciardi ferm Maione mettendogli una mano sul braccio.
- Infatti. Senti, Maione, te lo voglio dire prima di entrare nell'automobile, casomai non dovessi uscirne vivo: qua le cose non sono chiare. La Serra  stata molte volte dalla Calise, che per lei non si serviva dell'aiuto di Nunzia. Quindi, l'informatore deve essere qualcun altro. Allora indaga, ma stai molto attento, sulla vita di Emma Serra di Arpaja. Voglio sapere con chi se la fa, dove va quando il marito non c', come si chiamano i suoi amici e cosa dice la servit. E al pi presto. Ho la sensazione che qua da un momento all'altro o diciamo che  stato Iodice, o ci tolgono l'indagine.
- Signors, commissa'. Io per 'sto fatto di non uscire vivo dall'automobile, non l'ho capito. Poi, me lo spiegate bene.

49.

Teresa guardava dalla finestra della cucina i due poliziotti che entravano in macchina e partivano con un sobbalzo. Si era incuriosita, quegli occhi verdi di cristallo l'avevano impressionata. Li aveva osservati, il professore e la signora: lui, che negli ultimi giorni non si era n lavato n sbarbato, pi impettito ed elegante di sempre; lei, in genere bellissima e alla moda, vestita modestamente come la perpetua del parroco del suo paese.
Aveva servito il t nel silenzio, non aveva visto le facce perch teneva la testa bassa, ma aveva percepito tutta la tensione del momento. Dalla porta del salotto erano usciti solo bisbigli, nessuno aveva alzato la voce. Lei ne aveva approfittato per mettere in ordine la stanza della signora e pulire le macchie di vino e di vomito.
Poi aveva pulito anche lo studio del professore e notato le scarpe sporche, che adesso aveva l, nel piccolo stipo della cucina.
Teresa fiss il mare, da cui il vento leggero portava un buon odore.
Ormai, pens,  primavera.

Sguinzagliato Maione sulla sua pista, Ricciardi rientr da solo in ufficio.
Sulla porta, ad aspettarlo con lo sguardo guizzante, trov Ponte.

Il vicequestore Garzo era fuori di s. Lo si capiva dal respiro corto e dalle chiazze rosse sul viso. Inoltre non si fece incontro a Ricciardi quando entr.

- Allora, Ricciardi. Come sempre disattendete le mie indicazioni. Stavolta, per, non ho la minima intenzione di tollerare il vostro atteggiamento, a meno che non abbiate delle spiegazioni.
Ricciardi inclin il capo, con aria interrogativa.
- Non capisco, dottore. Non eravamo d'accordo che avrei interrogato la signora Serra di Arpaja? Che ci saremmo recati al palazzo con la macchina? Ci siamo comportati esattamente cos.
Garzo sbuffava come un toro.
- Ho ricevuto una telefonata di rimostranze direttamente dal professore, che ha lamentato un atteggiamento tutt'altro che ossequioso da parte vostra: mi ha detto che l'avete trattato poco meno che da criminale. Risponde al vero, la cosa?
Ricciardi si strinse nelle spalle.
- Non tutti siamo abituati alle riunioni dell'alta societ, dottore. Ho pi volte invidiato la vostra capacit diplomatica. Mi sono limitato a fare le domande di prammatica, senza voler sottintendere niente. Al posto vostro, invece, mi preoccuperei di questo eccesso di difesa: di norma, come dall'alto della vostra esperienza certamente saprete,  un comportamento che nasconde qualcosa.
Garzo distolse lo sguardo. Ricciardi era sicuro che, se si fosse avvicinato, avrebbe sentito il ronzio del cervello al massimo delle possibilit di funzionamento. Il burocrate non gradiva discussioni con i notabili, ma meno che meno avrebbe voluto trovarsi di fronte a un assassino emerso non dalle indagini ma per caso, poich sarebbe stato messo in croce dalla stampa per l'atteggiamento di protezione nei confronti del professore. Era gi successo. E Ricciardi lo sapeva.
- Certo, anche questo  vero. Ricciardi, io non voglio orientare la vostra indagine, lungi da me. Ma, per la seconda e spero ultima volta, devo raccomandarvi la massima cautela. Se dovete sentire qualcuno della famiglia Serra di Arpaja, dovrete chiedere prima a me. D'accordo?
- S, dottore. D'accordo.
Era finalmente il lavoro che piaceva a Maione: quello di gambe. Raccogliere informazioni, nomi, fatti, piccole storie che erano frammenti di una storia pi grande. Il lavoro che gli permetteva di immergersi, che lo portava in giro per la citt, in uffici e negozi, dai vicoli bui ai grandi viali alberati. Che gli faceva conoscere gente nuova e rivedere vecchie facce, udire le voci di Napoli. Che gli impediva di pensare ad altro: ne aveva bisogno, adesso pi che mai. Due sere prima aveva respirato un'altra aria, un'aria che aveva quasi dimenticato: quella di una casa. Aveva goduto delle cure di una donna, del profumo del cibo cucinato per lui. Gli era perfino parso di riconoscere la sincera preoccupazione per la sua stanchezza negli occhi di Filomena.
Eppure aveva il cuore pieno di malinconia. Gli sembrava di essere stato spettatore della vita di un altro, usurpatore di un trono. Aveva provato disagio e tristezza. Tornato a casa in silenzio, si era messo a letto, e solo allora si era sentito al suo posto, anche se Lucia dormiva sicuramente da ore, chiusa nel suo mondo fatto di ricordi.
Pensava a questo, quando finalmente vide uscire il portiere del palazzo Serra di Arpaja, senza l'uniforme, che se ne tornava a casa. Si stacc dall'ombra del portone di fronte e affianc l'uomo.
Fingendo di incontrarlo per caso, gli propose una birra di fine turno.

50.

Mentre Maione seguiva le sue piste fatte di voci, parole, espressioni, Ricciardi agiva su un'altra traccia. Aveva bisogno di ritrovare il tassello mancante che non poteva pi acquisire per vie ordinarie: Iodice Antonio, pizzaiolo suicida.
Camminando svelto nei vicoli brulicanti della sera, si avvi verso il locale che era all'origine del sogno e della rovina di quell'uomo. Non si sentiva di chiudere i conti bollando come colpevole uno che non aveva nemmeno potuto confessare, anche se apparentemente sembrava proprio lui il responsabile del delitto. Voleva partecipare un po' del suo mondo, ascoltare il suo ultimo pensiero, carpirne l'ultimo dolore. A meno che l'uomo non fosse arrivato in ospedale semicosciente, in quel caso non avrebbe trovato nulla se non l'odore della morte.
Era raro che Ricciardi andasse a cercare volontariamente il Fatto. Ogni volta gli rimaneva dentro la disperazione, un po' dell'immane sofferenza del distacco, una specie di contagio. Se ne faceva carico in silenzio, come sempre, rinchiudendosi in una cella interiore, buia, spinosa.
Ma non aveva scelta: di Iodice gli avevano parlato madre e moglie, ma i loro racconti erano deformati dall'amore. Aveva bisogno di analizzare oggettivamente le espressioni del dolore. Suo malgrado, era il solo ad avere quella opportunit e doveva coglierla.
Si ritrov di fronte al solito cartello inchiodato sulla porta: il locale era sottoposto a sequestro per ordine del magistrato. Si introdusse nell'oscurit della sala. Sedie rovesciate, stoviglie rotte a terra, pietanze consumate a met. Mosche entrate da una feritoia sopra la porta, dalla quale penetrava una lama di luce.
Tutto era disposto come nel momento dell'ingresso di Camarda e Cesarano, poco prima dell'insano gesto del pizzaiolo. A Ricciardi parve di udire la concitazione, le urla, il rumore. In fondo alla stanza, dopo i tavoli e le sedie, era disposto il banco dove si preparavano le pizze, proprio davanti al forno spento. Dall'altro lato un focolare con qualche padella. Nell'aria un odore di fritto, fumo, sudore. Cibo inacidito. E sangue.
I passi di Ricciardi risuonarono nel silenzio e nella penombra. Aveva richiuso la porta alle sue spalle; per vedere quello che era venuto a cercare non aveva bisogno di luce. Si accost al banco, si ferm con le mani nelle tasche dei pantaloni, respirando piano. Poi, con un sospiro pi profondo, prosegu.
Lo spettro di Iodice era seduto a terra, le spalle appoggiate alla parete, la testa inclinata sulla spalla destra. Una gamba allungata, l'altra ripiegata con la scarpa sfilata. Gli spasmi dei muscoli non vogliono costrizioni. Un braccio lungo il fianco, il palmo della mano a terra come se l'ultima tentazione fosse stata di alzarsi. Il panciotto sbottonato, la camicia aperta, le maniche rivoltate; un grembiule bianco gli copriva i pantaloni. L'altra mano ancora sul manico del coltello, che usciva dal petto come un osso fratturato. Dalla ferita il fiotto nero che il cuore inconsapevole aveva continuato a pompare.
Come spesso accadeva, il morto aveva un occhio chiuso e l'altro aperto, l'espressione era stravolta dal dolore, le labbra arricciate scoprivano i denti gialli e sporchi di sangue. Il labbro inferiore era squarciato da un ultimo morso rabbioso. Una bava rossastra colava dalla bocca: il polmone, pens Ricciardi. Nemmeno un ultimo respiro profondo, ti  stato concesso.
Morendo, gli era stato detto, Iodice aveva chiamato i figli. Ma l'ultimo pensiero prima di dissolversi nelle tenebre non era stato per loro, Ricciardi lo sentiva chiaramente. Dalla bocca martoriata, Iodice diceva: Tu lo sai, che gi stavi morta a terra.

Rimasero a guardarsi a lungo nel buio, circondati da stoviglie rotte e odori stantii, il morto e il vivo. Poi, Ricciardi si gir e torn al profumo della primavera e alle sue false promesse.

Maione fece fare ai suoi piedi.
Le birre col portiere di casa Serra di Arpaja erano diventate tre, la prima per scioglierlo, la seconda per accompagnare il racconto risentito di un servo nei confronti di padroni arroganti e oppressivi, la terza per compiangerlo e ringraziarlo delle velenose informazioni derivanti dalla sua malevolenza.
Cos si era fatta l'ora di cena e la sua coscienza era stata provvisoriamente messa a tacere. Presentarsi da Filomena a quell'ora, un'altra volta, avrebbe collocato i loro incontri al di fuori di un'ipocrita casualit e stabilito una consuetudine che non era pronto a consolidare. Non ancora. Quindi si avvi con passo incerto sulla via di casa, sapendo che sarebbe arrivato a un bivio dove i suoi piedi, da soli, senza l'influsso della mente, avrebbero scelto.
Invece non seppe mai dove i piedi si sarebbero diretti: l'assembramento di gente che intravide all'imbocco del vico del Fico gli fece saltare il cuore in petto e gli tolse il fiato. Pens che il misterioso autore dello sfregio fosse andato a finire l'orrenda opera iniziata cinque giorni prima, approfittando vigliaccamente dell'assenza di qualcuno che potesse difendere Filomena: uno come lui, ad esempio.
Mentre correva verso il basso, facendosi strada fra una piccola folla, gli sembrava di muoversi come in uno di quei sogni in cui si nuota in una nebbia che rallenta anche i pensieri. E, correndo, si pent della sua incertezza e della terza birra col portiere dei Serra. Solo quando fu all'altezza del portoncino della casa di Filomena si rese conto che la meta della gente del vicolo non era quella, ma il basso di fianco. Vide la porta aperta, la stanza vuota, e segu il movimento di persone.
Erano tutti accalcati all'ingresso, ma come sempre accadeva, la sua divisa gli apr la via. Dentro, in mezzo a quattro o cinque prefiche in lacrime vestite di nero, sedeva una bambina pallida, senza espressione, pettinata e vestita con cura. Vicino a lei, Filomena, con lo scialle alzato per proteggere la ferita bendata dalla vista altrui, l'altra parte del volto rigata dalle lacrime.
In mezzo alla stanza, sul letto, giaceva un cadavere in abiti da lavoro sporchi di calce e polvere; un muratore, pens Maione. L accanto, in piedi, una decina di uomini vestiti allo stesso modo: tra loro il brigadiere riconobbe Gaetano, il figlio di Filomena.
Pur essendo stato composto il meglio possibile, al brigadiere fu subito chiaro che l'uomo era morto per una caduta: la schiena era piegata in modo innaturale, sulla bocca i segni del sangue rappreso, la nuca non lasciava sul cuscino il segno che avrebbe dovuto.
Filomena, vedendolo, gli si era fatta incontro.
- Che disgrazia, Raffaele! Povera Rituccia! Solo il padre le era rimasto. La mamma  morta quando lei era piccola, era amica mia. E mo', il padre. Che tragedia. Sono cresciuti insieme, lei e Gaetano. E il destino ha voluto che lavorassero insieme, lui e Salvatore, nello stesso cantiere di via Toledo. Lo ha visto cadere, povero figlio mio, che impressione, proprio sotto gli occhi suoi...
Maione guard Gaetano, che se ne stava nell'ombra, non lontano dal letto. Sent qualche commento a bassa voce, dietro le sue spalle: "Adesso si  fatto l'amico poliziotto ", "Hai sentito, l'ha chiamato per nome, l'ha chiamato... " Senza ragione, prov un po' di vergogna. E si vergogn di quella vergogna.
Si rivolse alla bambina, bersaglio della rumorosa compassione delle donne del vicolo, e not senza sorpresa che non aveva lacrime. Sapeva quanto il dolore spesso sia estraneo a qualunque manifestazione. E, nell'osservarla, colse lo sguardo tra la bambina e Gaetano, col quale era cresciuta. Fu questione di un attimo, l'accenno di un sorriso. Nessuno lo not, se non Maione. Non era il sorriso di una bambina. Gaetano rimase inespressivo, la faccia intagliata nel legno scuro.
Il brigadiere sent un lungo brivido percorrergli la schiena.

51.

Il mattino dopo, mentre andava in questura, Ricciardi portava sulle spalle un carico di malinconia pi pesante del solito. Era passato un altro giorno dall'uccisione feroce della Calise e, per amara esperienza, sapeva che il tempo era il peggiore avversario.
Come le sue maledette visioni, cos anche le tracce dell'assassino andavano sbiadendo, via via cancellandosi per il sovrapporsi di nuove idee, di altre emozioni. Inoltre, i movimenti degli investigatori mettevano sull'avviso i colpevoli e consentivano contromosse.
E poi, come se non bastasse, anche la sera prima le imposte di fronte erano rimaste serrate; forse Enrica era stata colpita da una crisi della misteriosa malattia, cos aveva immaginato. O peggio, si era talmente offesa da non voler nemmeno pi vedere la sua ombra alla finestra.
Brancolava nel buio, e ci gli creava nei pensieri e nel cuore una tempesta alla quale non riusciva a dare pace.
Come sempre era arrivato presto, molto prima degli altri. La guardia all'ingresso stavolta non dormicchiava e, salutandolo militarmente, gli si fece incontro.
- Buona giornata, commissa'. C' una signorina che vuole parlare con voi. L'ho fatta salire, sta fuori all'ufficio vostro che vi aspetta.
A Ricciardi balz il cuore in gola poich pens che si trattasse di Enrica. Dopo aver annuito alla guardia, che lo fiss interdetto per la sua espressione spaventata, si avvi verso l'ampio scalone con gli occhi bassi. Alz lo sguardo, terrorizzato e speranzoso.
Non era lei.
La ragazza che aspettava sulla piccola panca del corridoio era molto giovane. Aveva un'aria vagamente familiare, Ricciardi pens di averla vista di recente, ma non riusc a ricordare dove. Vestita modestamente, con un soprabito scuro troppo pesante per la temperatura ormai mite, un cappellino anonimo sui capelli raccolti. In mano, un involto di carta di giornale. Quando vide il commissario, si alz ma rimase dov'era.
- Buongiorno, commissa'. Vi volevo riferire qualche cosa, a proposito di... della disgrazia di Calise Carmela.

Anche Maione quella mattina arriv presto. Dalla chiacchierata alcolica col portiere dei Serra di Arpaja era emerso qualche elemento di cui voleva parlare al commissario il prima possibile; e poi, ultimamente, riusciva a stare tranquillo solo al lavoro.
La sera prima si era trattenuto un po' nel basso del padre della bambina, senza riuscire a scrollarsi di dosso la sgradevole sensazione che ci fosse qualcosa da approfondire. Forse la composta rassegnazione di Rituccia, che non aveva versato una sola lacrima e se ne stava seduta distante dal letto, probabilmente per l'impressione che le faceva il cadavere; forse la poca partecipazione dei compagni di lavoro, che col cappello in mano e strascicando imbarazzati i piedi non vedevano l'ora di andarsene; forse la sincera partecipazione di Filomena mentre rassicurava la bambina, dicendole che da allora in poi sarebbe stata un'altra figlia per lei. O magari il fatto che tutti lo guardavano con curiosit morbosa, come se andasse assumendo un ruolo di rilevanza sociale vicino alla bellezza sfregiata di lei.
Sta di fatto che, appena aveva potuto, se n'era andato a casa, promettendo alla bambina, a Gaetano e a Filomena che si sarebbe interessato con l'impresa presso la quale la vittima aveva lavorato, per il pagamento dell'indennizzo dovuto. Aperta con le chiavi la porta di casa, per una volta in un orario plausibile per cenare, si era trovato di fronte a un muro di ghiaccio alzato da Lucia. Non era il solito silenzio fatto di ricordi. Conteneva una rabbia nuova, simile a quella dei litigi dei primi anni di matrimonio. Piatti sbattuti sul tavolo, niente tovaglia e tovaglioli, zuppa fredda. All'unica ipotesi interrogativa da lui proposta, se per caso la moglie non si sentisse bene, un'occhiata di fuoco e un secco: - Sto benissimo -. Sibilante, conclusivo. Non avevano pi pronunciato una parola e avevano passato il resto della serata lei in compagnia del suo furore represso, lui del suo vago senso di colpa.
Quando il mattino era arrivato, portando in eredit un sostenuto mal di testa, era uscito sentendosi sollevato e senza accorgersi che uno sguardo composto per due terzi di rabbia e per uno di affetto lo seguiva dalla finestra.
Giunto in questura, si rec subito nell'ufficio del commissario Ricciardi ed ebbe la sorpresa di trovare seduta davanti a lui, con un involto di carta di giornale in mano, la persona che rappresentava il suo principale elemento di novit.

Sia Ricciardi che Maione avevano visto Teresa il giorno prima: era stata lei ad aprire la porta, a farli accomodare e a servire il t. Con il suo bel camice e la crestina inamidata, ai due allenati investigatori non era sembrata diversa da una qualsiasi suppellettile dell'anticamera, ma ora, anche se vestita in modo dimesso, assumeva una certa personalit.
Maione, dopo aver salutato, fece cenno al commissario se poteva parlargli. Ricciardi chiese permesso e usc col brigadiere dalla stanza.
- Commissa', ieri ho chiacchierato a lungo col portiere del palazzo, che dopo un paio di birre, a spese mie, naturalmente, ha cacciato un sacco di notizie interessanti. Innanzitutto, - e cominci a enumerare con le dita, prendendone la punta una alla volta con l'altra mano, - la brava signora, cos semplice e modesta, tiene una bella relazione con un attore di teatro. Lo sanno tutti quanti e secondo il portiere lo sa pure il professore, ma fa finta di niente, - le dita della mano prensile mollarono momen
taneamente la presa per fare il segno delle corna. - Poi, dice che la cuoca gli ha detto che la signora non faceva niente, ma proprio niente, se la vecchia cartomante, la Calise, insomma, non le dava il permesso. L'autista la doveva accompagnare pure tre volte al giorno, finch non ha cominciato a usare la macchina sua, una sportiva rossa, un'Alfa Romeo Brianza nuova, bella come il sole. A quanto pare, gli ultimi giorni prima della morte della Calise c' stata una lite, non si capiva di cosa parlassero, ma strillavano forte, si sentiva da mezzo alla strada. E infine, la notizia pi interessante, quello che ho saputo della signorina che sta di l, che  la cameriera di casa da due anni. Lo volete sapere?
- E secondo te lo voglio sapere o non lo voglio sapere?
Maione assunse un'aria fintamente contrita.
- E io ve lo dico subito, commissa'. La signorina che tenete di l, per parecchio tempo ogni settimana andava a trovare la Calise. Fece vedere un biglietto con l'indirizzo al portiere e c'era quel nome; fu lui a spiegarle, la prima volta, quale tram doveva pigliare.
Ricciardi e Maione rientrarono in ufficio. Teresa stava seduta con l'involto stretto al petto. Aspettava. Il commissario le si rivolse con gentilezza.
- Ditemi, signorina, che cosa possiamo fare per voi?
La donna parl a voce bassa, quasi mormorando.
- Mi chiamo Scognamiglio Teresa, commissa'. La morta era mia zia, la sorella maggiore di mia madre, buonanima. Ci ho pensato assai, prima di venire da voi; al posto ci tengo e non voglio tornare al paese mio, in campagna. E lo so, che dopo oggi al lavoro non ci potr tornare pi. Per non mi potevo stare zitta. Dall'altro mondo lo spirito di mia zia non mi dava pi requie, mi faceva uscire pazza come a mia nonna, pace all'anima sua.
Lungo le guance cominciarono a scenderle le lacrime. Il brigadiere la confort con tono paterno.
- Signorina, diteci, stiamo qua per sentire a voi.
Per tutta risposta, Teresa poggi l'involto di carta di giornale sulle ginocchia e prese a srotolarlo. Tir fuori un paio di eleganti scarpe da uomo con la suola sporca e incrostata, e le pos sulla scrivania di Ricciardi, perfettamente allineate.
- Io lo so chi  stato, ad ammazzare a mia zia.

52.

Le parole di Teresa ebbero un effetto raggelante. I due poliziotti fissarono le scarpe, poi Teresa. Ricciardi decise di spezzare l'incantesimo.
- Cio? Chi  stato?
Nella stanza, silenzio. Fuori, un furgone attravers la piazza, con un festoso rumore di scoppi irregolari. Teresa era ferma sull'orlo dell'irrevocabilit, Maione e Ricciardi lo sapevano. Pronunciato quel nome, non avrebbe potuto tornare indietro e nulla sarebbe stato pi come prima. Tir un profondo respiro.
- Il mio padrone,  stato. Ruggero Serra di Arpaja. Il professore.

Tutto era cominciato pi di un anno prima. Teresa era arrivata da poco dal paese, con una valigia di cartone piena di cose che aveva poi buttato via, man mano che la famiglia dove aveva trovato impiego la civilizzava, come aveva detto la signora. Aveva diritto a un pomeriggio libero ogni quindici giorni, ma per il primo periodo ci aveva rinunciato: non voleva correre il rischio di essere considerata lavativa, l'offesa maggiore con la quale poteva essere bollata una serva.
La prima volta che usc dal palazzo, cerc l'indirizzo della zia Carmela; l'aveva battezzata appena nata, e per la famiglia era stata prima una vergogna, poi un vanto, infine una leggenda. Scappata di casa giovanissima in cerca di fortuna, Carmela Calise era stata l'unica a ribellarsi alla dura legge fatta di lavoro e sottomissione che assoggettava le donne del paese. Il suo nome poteva essere solo sussurrato e di lei si raccontavano cose orribili.
Quando si trov di fronte a quella donna anziana e sofferente, Teresa rimase delusa, poi, davanti a una tazza di latte caldo, ascoltandola, scopr che i racconti della mitologia campagnola erano perfino riduttivi. Sua zia era riuscita a mettere da parte una vera e propria fortuna, e per di pi leggendo le carte! Una cosa che da loro equivaleva a quello che fa un saltimbanco qualsiasi alla fiera mensile delle vacche.
E come aveva fatto? Sfruttando l'ingenuit dei ricchi, come i suoi padroni. A lei, che aveva della coppia presso la quale lavorava una visione pressoch celestiale, sembr fantastico: quei gran signori che tenevano il mondo in mano e ne facevano quello che volevano, e disponevano di automobili, vestiti, gioielli, perfino della luce elettrica; ebbene, anche loro erano in balia della cartomante, come marionette mosse da un burattinaio.
Carmela, nel corso di quel pomeriggio indimenticabile, rivel alla nipote l'intera organizzazione, senza tralasciare l'aiuto di Nunzia Petrone, madre della ragazzina minorata che era presente e che ascoltava con espressione ebete e un filo di bava dalla bocca. Insieme risero della stupidit di quelle persone che portavano a Carmela la fortuna a domicilio.
Alla fine del pomeriggio, dopo aver raccontato alla zia Carmela la vita della famiglia Serra di Arpaja, Teresa la salut e se ne and contenta, con la promessa di tornare presto.
La sera stessa, mentre aspettava il tram che l'avrebbe riportata al palazzo, e durante la settimana successiva, un'idea prese forma nella testa di Teresa trasformandosi in un vero e proprio piano.
- Mettere in contatto la famiglia Serra di Arpaja e Carmela Calise, - disse Ricciardi.
- Signors, proprio cos - assent Teresa.
La ragazza, astuta e sensibile, aveva il dono di passare inosservata, capace com'era di mimetizzarsi perfettamente. Riusc in breve a penetrare la psicologia della coppia che le dava lavoro, rendendosi subito conto dell'incompatibilit dei due. L'uomo era vecchio e preso da s stesso, la donna bella e affamata di sentimenti.
- A una certa et, - disse ai due poliziotti, -- una donna, come le vacche, deve figliare. Se no, impazzisce.
- Le vittime ideali per l'inganno della premiata ditta Calise e Petrone, - comment Maione.
- S, - ammise Teresa. Ma quella volta, e chiss perch, la Calise non volle che la Petrone fosse coinvolta. Disse alla ragazza di informarla solo di una cosa: quando la signora si sarebbe recata a teatro, e in quale teatro. Era facile: Emma li frequentava tutti con le sue amiche, non si perdeva mai uno spettacolo.
Cos, una settimana dopo l'altra, Teresa passava a Carmela le informazioni e Carmela passava a Teresa qualche soldo. Lei li mandava a casa per comprare una masseria dove fare la signora, una volta tornata al paese.
Presto, Emma and da Carmela. La trappola era scattata. Teresa non sapeva come la zia ci fosse riuscita.
La vecchia divent per la signora un'ossessione. Ci andava due, tre volte al giorno. L'autista si lamentava di dover girare per i vicoli della Sanit con l'enorme automobile nera; poi Emma aveva cominciato ad andarci da sola, con la nuova decappottabile rossa. Era cos euforica che si spinse a parlarne alla stessa Teresa, la sera, quando si faceva pettinare prima di andare a letto.
C'erano per alcuni aspetti che alla ragazza sfuggivano: quello dei soldi, per esempio. Emma le aveva detto che Carmela non accettava denaro, cos lei si limitava a dare qualche offerta alla portinaia. Per la signora era la dimostrazione dell'onest della cartomante, una vera e propria missionaria. Eppure a Teresa arrivava quello che era stato stabilito. E allora che cosa ci ricavava la zia? Teresa non se lo spiegava. E non si spiegava nemmeno come mai ultimamente Emma fosse passata dall'euforia a uno stato di terribile prostrazione; descrisse la camera di lei: sporca, disordinata. Disse del vino e del vomito.
Erano trascorse due settimane da quando aveva sentito, da dietro la porta, un violento litigio fra marito e moglie: l'occasione era stata il rientro della donna all'alba, cosa che accadeva sempre pi spesso. Quella volta il professore si era fatto trovare sveglio, seduto in anticamera, e aveva colpito la moglie con uno schiaffo a mano aperta. Emma, per tutta risposta, gli aveva sputato in faccia, proprio come facevano al suo paese, raccont Teresa. Poi era fuggita in camera sua, inseguita da Ruggero che era riuscito a entrare chiudendosi la porta dietro.
Ne era seguito un dialogo concitato, nel corso del quale egli proib alla moglie di recarsi ancora " da quella vecchia strega", altrimenti ci avrebbe pensato lui " a farle chiudere per sempre quella fogna di bocca". Emma gli rispose che lui " non era un uomo " e dunque "non avrebbe avuto nemmeno la forza di bussare a quella porta". Lo insult sulla sua mancanza di virilit e il marito fugg piangendo, passando davanti alla ragazza senza vederla. Come al solito.
Appena possibile era andata dalla zia per avvertirla: ma lei le aveva detto di non preoccuparsi perch aveva la situazione sotto controllo. Poi, terrorizzata dall'eventualit di perdere il posto, non era pi andata a trovarla. Finch Emma, straziata dalle lacrime, le disse di aver appreso dal giornale del delitto.
- Ma il giorno prima, commissa', il professore era tornato tardissimo, era quasi mattina. Stava come un pazzo, i capelli dritti, tremava, piangeva. Tutto in disordine e sporco, lui che sta sempre a posto come un manichino di via Toledo. Era scappato in camera sua e si era chiuso dentro. E non  uscito per molto tempo. Quando sono entrata per fare i servizi, ho trovato queste, - e indic le scarpe, allineate sulla scrivania di Ricciardi. - Secondo me sono sporche di sangue. Del sangue di mia zia. Sangue del mio sangue.
La ragazza adesso taceva, calma, come se avesse appena finito di recitare il rosario.
Ricciardi guard Maione, che se ne stava a bocca aperta in piedi vicino a lui.
Il brigadiere rispose allo sguardo.
- E mo', chi glielo dice al dottor Garzo?

53.

Glielo disse Ricciardi, a Garzo, non appena Teresa se ne and via timorosa di tornare sotto lo stesso tetto dell'assassino. Ma il commissario e Maione le fecero intendere che non c'era alcun pericolo, fino a quando le accuse non fossero state formalizzate: anzi, la sua assenza avrebbe messo il professore sull'avviso, consentendogli di predisporre un alibi. Quando quella vicenda si fosse chiusa, Teresa avrebbe potuto prendere possesso della casa di Carmela o, in alternativa, tornare al paese.
Maione e Ricciardi andarono a rapporto dal superiore, non senza un po' di maligna soddisfazione nel pregustare la faccia che il vicequestore avrebbe fatto.
In un certo senso rimasero delusi. Quando ebbero finito di riferire il racconto di Teresa, e quando le scarpe del professore furono esibite da Maione come se si trattasse dell'ampolla con il sangue di san Gennaro, Garzo appoggi la testa sul panno immacolato posto sulla sommit della poltrona e abbass le palpebre. Sembrava dormire, ma aveva una preoccupante chiazza rosa sul collo, sotto il viso fattosi esangue.
Dopo circa un minuto, riapr le palpebre.
- Non  detto che sia stato lui.
- Come sarebbe, dotto', non  detto che sia stato lui? Ma se quella, la cameriera, ha raccontato tutti i come e i perch, e ha portato pure le scarpe insanguinate?
- Maione, calmatevi e statemi a sentire, - e cominci a enumerare sulle dita. - La ragazza non ha visto il professore uccidere la Calise; non lo ha sentito nemmeno esplicitamente dichiarare la volont di ucciderla. Poi, non abbiamo una confessione e, invece, abbiamo un alibi: i Serra erano a cena nientemeno che da sua eccellenza il prefetto, quella sera. Infine, due scarpe inzaccherate non possono certo essere la prova di un delitto. Magari,  il sangue di un cane morto, ammesso che sia sangue.
Ricciardi annu.
- Certo, dottore,  vero, ma ammetterete che Serra aveva sia il movente, che possiamo facilmente verificare con altre testimonianze presso la servit, sia l'occasione, perch a detta del dottor Modo la Calise  stata uccisa dopo le dieci. di sera, ora nella quale la cena dal prefetto si era conclusa da tempo. Poi, la reticenza dimostrata durante l'interrogatorio...
Garzo sbuff, indispettito.
- La reticenza  una vostra interpretazione, Ricciardi. Non dimentichiamo che si tratta di una persona non certo abituata a essere interrogata come un qualsiasi criminale. Io non vedo nessun punto debole, nella posizione del professore, rispetto a quella di Iodice. Da un lato abbiamo l'accusa di una serva e uno scoppio d'ira, dall'altro un debito che Iodice non riusciva a pagare e un suicidio che vale quanto una confessione. Siete sicuro che un tribunale darebbe torto a Serra?
Maione emise un ruggito sordo, come un leone in gabbia. Ricciardi, invece, rifletteva sul ragionamento di Garzo, che aveva una sua logica. Aveva bisogno di tempo: dentro di s era convinto che tra Iodice e Serra di Arpaja il pi probabile assassino fosse quest'ultimo, ma cos come stavano le cose non c'era partita.
- E allora, dottore, come pensate di procedere?
Garzo, come il commissario aveva previsto, sbianc di nuovo.
- Io? E che c'entro io? Siete voi che avete l'indagine, no? Ditemi voi, che intendete fare.
Scacco matto, pens Ricciardi.
- Giusto, dottore. Giusto. Allora, penso che dobbiamo indagare ancora: verificare quello che ha detto Scognamiglio Teresa, integrare le informazioni in nostro possesso. Qualche altro giorno, per chiarirci le idee e mettere al riparo la questura da una figura meschina.
Garzo tamburell con le dita sulla scrivania.
- Va bene, Ricciardi. Vi d un giorno, anzi, due, giacch  ancora prima mattina. Ma entro domani sera voglio un'imputazione: la stampa ha cominciato a premere sul signor questore che, come ben sapete,  allergico alla pressione.
Ricciardi annu e lasci la stanza, seguito da un Maione rabbioso.

Filomena chiuse le imposte dell'unica finestra del basso di vico del Fico: una luce debole filtrava dalla feritoia sulla porta. Si sedette al tavolo, sorrise alle due persone che erano con lei e con mano ferma e gesti lenti tolse la benda.
Gaetano risucchi l'aria e gemette piano, mentre le lacrime gli rigavano il viso. Rituccia, il cui pallore risplendeva nel buio, osservava calma e senza mutare espressione.
Filomena si pass la punta delle dita sulla cicatrice, seguendone i netti contorni a rilievo. Allung la mano verso il vecchio frammento di specchio che teneva per pettinarsi. Si guard a lungo. Poi pos lo specchio e and vicino al figlio, per baciarlo. Gaetano si prese il viso fra le mani e cominci a singhiozzare.
Rituccia si alz in piedi, si accost alla donna e, solennemente, la baci sullo sfregio.

Maione camminava avanti e indietro, inveendo contro Garzo nell'ufficio di Ricciardi, che invece se ne stava zitto in piedi davanti alla finestra.
- Ne', ma l'avete sentito o no, a 'sto deficiente? Scemo scemo, tomo tomo, dopo che mi ero creduto che si era addormentato, si fa uscire tutto quello scilinguagnolo che sembrava l'avvocato dell'avvocato! Cose di pazzi! E gi, quello siccome il professore di Santa Lucia  ricco deve essere innocente, e il povero Iodice buonanima, fetente pizzaiolo che si moriva di fame,  sicuro il colpevole!

Quando poi l'abbiamo saputo da Teresa Scognamiglio, che ha sentito tutto!
Ricciardi parl senza smettere di fissare la piazza sottostante.
- Scemo quanto vuoi e sicuramente convinto che sia stato il povero Iodice: ma non ha detto una fesseria, comunque. In realt, nell'uno e nell'altro caso, abbiamo solo indizi. Un buon motivo per ammazzare la Calise ce l'avevano tutti e due. L'occasione di ammazzarla ce l'avevano tutti e due. Morta l'hanno vista tutti e due, poi ci sono le scarpe di Serra di Arpaja e la cambiale di Iodice. E noi la sicurezza di chi l'ha vista morire non ce l'abbiamo.
Maione si ferm. Non voleva arrendersi all'evidenza dei fatti.
- S, per Serra si pu difendere e lodice no, commissa'. Quindi, prima di buttare la croce addosso al morto dobbiamo essere sicuri dell'innocenza del vivo. O no?
Ricciardi rimase qualche attimo in silenzio. Guardava dalla finestra.
- Hai mai pensato, Maione, a quante cose si possono vedere, da una finestra? Si pu vedere la vita. Si pu vedere la morte. Si pu solo vedere, senza intervenire. E allora, chi  l'uomo che guarda? Lo sai chi ?
Maione stava a sentire. Sapeva che la risposta non toccava a lui,
- L'uomo che guarda,  quello che non vive. Pu solo veder scorrere la vita degli altri e vivere attraverso di loro. Chi guarda, non ce la fa, a vivere.
Maione lo ascoltava. E cap che Ricciardi non stava pi parlando della Calise, di Garzo, di Iodice o di Serra di Arpaja, ma di s stesso.
Il brigadiere, pur non avendo una sensibilit spiccata, si rese conto che l'umore del commissario, gi di per s malinconico, si era inabissato dopo l'interrogatorio di due giorni prima a una teste, Enrica Colombo, che, a pensarci bene, abitava a via Santa Teresa, proprio dove abitava Ricciardi. Forse si conoscevano, questo avrebbe senz'altro spiegato l'andamento bizzarro dell'interrogatorio che lui stesso era stato costretto a condurre, perch l'uomo che avrebbe dovuto fare le domande, taceva. Taceva e guardava.
Il brigadiere era cresciuto per strada, sapeva quando era opportuno rimanere in silenzio. Non c'era niente da dire, se non commiserare il suo superiore e amico da una certa distanza.

54.

Seduto al solito tavolino del Gran Caff Gambrinus, Ricciardi aspettava.
Garzo gli aveva dato poco tempo, troppo poco, costringendolo a fare qualcosa di azzardato. A lui piaceva pianificare, lasciare spazio al caso il meno possibile. Conosceva l'importanza della strategia nel suo mestiere. Ma questa volta il tempo era davvero poco.
E cos, aveva telefonato a casa Serra di Arpaja. Una mossa disperata, un colpo di coda.
Ma anche i colpi di coda, se pure raramente, vanno a segno: era stata proprio Teresa a rispondergli, e gli aveva detto che s, la signora era in casa, e che avrebbe provato a passarle la comunicazione. La ragazza non avrebbe certo riferito a Ruggero della chiamata. Ed Emma aveva accettato di incontrarlo. La fortuna aiuta gli audaci.
Ricciardi, seduto al tavolino del caff, osservava dalla vetrata il traffico di ruote, zoccoli e piedi che calpestavano le pietre di via Chiaia: la primavera aveva messo in scena una mattinata in cui la luce sembrava venire dal basso, il cielo era cos azzurro da ferire gli occhi e le donne sembravano danzare al suono di una musica che solo loro udivano. Gli uomini sorridevano e si scappellavano, i militari camminavano a due a due e mandavano baci alle ragazze che acceleravano l'andatura, ridendo sotto i cappellini. Vicino a un mendicante steso a terra, Ricciardi vide un bambino che all'altezza del bacino aveva una evidente ferita provocata dalla ruota di un carro: buttava sangue dalla bocca e la parte superiore era curiosamente disallineata dalla parte inferiore, come vista attraverso
uno specchio deformante o un vetro bagnato. Al di qua dell'ampia vetrina, Ricciardi sentiva la voce che diceva Il mio canillo,  fuiuto. Stancamente, si chiese dove fosse fuggito il cagnolino e se avesse trovato un altro padrone.
- Il commissario Ricciardi, se non sbaglio.
La voce sensuale di Emma Serra di Arpaja lo richiam dagli abissi dell'anima. Si alz dalla sua sedia e scost dal tavolo l'altra, per farla accomodare.
Rilev immediatamente la differenza tra la persona dimessa e riservata che aveva interrogato e la signora che adesso lo guardava sfrontata e sicura, con divertita curiosit. Ricciardi si chiese se fosse l'influenza del marito a mortificare la personalit di Emma, o se invece lei avesse recitato una parte a uso dei due poliziotti; sta di fatto, riflett, che la vera Emma Serra di Arpaja ce l'aveva davanti.
Le chiese cosa prendeva, lei rispose del vino bianco. Di mattina, pens lui. Per s ordin un caff e una sfogliatella, come sempre.
La donna rise. Una risata breve, argentina.
- Niente paura di ingrassare, eh, commissario? Una sfogliatella a met mattinata. Mio Dio!
- E voi niente paura di ubriacarvi, di prima mattina?
Lo disse con la consapevolezza di essere maleducato e provocatorio. Voleva chiarire che non subiva sudditanze e avere la conferma che alla signora piacesse alzare il gomito, come aveva raccontato Teresa.
Emma accus il colpo: sbianc, poi arross e fece per alzarsi. Ricciardi non allung la mano per trattenerla.
- Se andate via adesso, mi sentir autorizzato a non aver cura del vostro dolore.
La donna si risedette con aria di meraviglia.
- Quale dolore? Io non ho dolore.
- Signora, sappiamo tutti e due che quello che ieri avete detto non  vero: nessuno si reca ossessivamente in un posto senza avere un motivo forte; cos forte da dargli il coraggio di combattere contro il mondo. Eppure ieri, voi non avete combattuto. Avete recitato la lezione che vi era stata insegnata, nient'altro. Io non ci ho creduto nemmeno per un momento. Prima ancora di chiedervi la verit, vi chiedo allora perch avete mentito.
Le mani di Emma stringevano i braccioli della sedia con tale forza che le nocche erano bianche come la cera.
-Io... io volevo capire il motivo per cui eravate da me. Proprio da me. Dalla Calise andavano decine di persone. Solo io l'avr raccomandata a venti amiche. Perch proprio da me?
Ricciardi non volle scoprire le carte dicendole che il suo era solo uno dei nomi scritti l'ultimo giorno sul quaderno della cartomante. Decise invece di tentare il tutto per tutto.
- Perch coprite vostro marito, se non lo amate pi?
Emma cominci a ridere. Dapprima piano, con aria sorpresa, poi sempre pi forte, fino a rivoltare la testa all'indietro. Ricciardi attese senza dire nulla. Dagli altri tavolini qualcuno si gir, chiedendosi cosa avesse detto di tanto buffo quell'uomo cos cupo a quella bella ed elegante signora. Finalmente Emma si ricompose.
- Scusatemi, commissario. Ma  troppo divertente! Mio marito? Coprire mio marito? E' l'ultima cosa che farei. Mio marito si copre da solo: passa la vita, a coprirsi. E poi, da che cosa lo dovrei coprire? E vero, lui mi ha detto cosa dire, come vestirmi, perfino che tono avere ieri. E allora? E un avvocato, uno dei migliori. Me stessa coprivo, da sospetti assurdi. Non lui.
Ricciardi decise che era il momento di azionare la trappola, e ment senza scrupoli.
- Eppure, signora, abbiamo motivo di ritenere che vostro marito si sia recato a casa della Calise, la notte in cui  morta. Qualcuno lo ha visto. Inoltre, c'erano tracce di sangue sulla suola delle scarpe che calzava.
Emma era trasecolata.
- Ma non  stato quel pizzaiolo di cui parlano i giornali? Quello che s' ucciso? Perch mio marito dovrebbe... No, commissario... lo escludo. Mio marito non ha coraggio, vive di mille paure. Non potrebbe mai, in nessun caso, prendere un'iniziativa del genere. Non reagisce, lui. Pensa. Non ha reagito nemmeno... Non reagisce mai, vi dico.
Non era il momento di non rilevare le esitazioni, pens Ricciardi.
- Non ha reagito nemmeno... . quando? Niente reticenze, signora. Non mi fate pensare che state nascondendo qualcosa di grave, altrimenti non avr riguardi. Credetemi.
Emma si mordicchi il labbro inferiore. Qualcosa nel tono di Ricciardi le fece paura. Riflett a lungo, poi parl.
- Nemmeno quando l'ho lasciato. Per sempre. Volevo andarmene di casa.
- E gliel'avete detto?
- S, gliel'ho detto. Gli ho vomitato addosso tutto il mio disgusto. Gli ho detto lo schifo che mi fanno lui e questa vita senza amore. Mi ha pregata, piangeva, un uomo vecchio che piange...
Ricciardi scrutava l'espressione della donna. Aveva aperto le stanze riposte dei suoi pensieri. Era il momento di insistere.
- Ha provato a farvi cambiare idea? Vi ha minacciata o ha minacciato qualcun altro, per esempio la Calise?
- No. Ve l'ho detto, non ha coraggio. Allora, vedendolo in ginocchio davanti a me, scosso dai singhiozzi, gliel'ho detto.
- Detto cosa?
- La verit. Che sono incinta.

55.

Si era cercato un posto all'ombra. Col tempo e con l'esperienza, Maione aveva imparato a mimetizzarsi. Non come Teresa Scognamiglio, che aveva il dono naturale di non apparire; lui non aveva il fisico per riuscirci, grande, grosso e irsuto com'era, e poi, con la divisa, chi sarebbe stato capace di scomparire? Per, negli anni, a forza di appostamenti, pedinamenti e inseguimenti, un po' di tecnica l'aveva imparata.
Bastava non perdere mai di vista la persona per poter sfuggire al suo sguardo. Filomena camminava a testa bassa e non si specchiava mai. Sapeva dove lavorava, gliel'aveva detto lei stessa. Restava da capire se don Matteo De Rosa, famoso commerciante di stoffe che aveva ereditato il negozio del suocero sposando quella che passava per essere la donna pi brutta e pi ricca di Napoli, avesse perso la testa per Filomena come Bambinella gli aveva detto.
Al riparo nell'androne di un austero palazzo di via Toledo, aspettava che lei finisse il turno e si trovasse da sola con quell'uomo; voleva vedere come si comportava lui. Per capire. Solo per capire. Non era ossessionato, sia chiaro. Ma gli davano fastidio le zone d'ombra.
Il guappo, Costanzo, lo aveva scartato subito. I poliziotti e i camorristi, in quella citt, a forza di confrontarsi, avevano imparato gli uni il linguaggio degli altri. Maione sapeva che lo sfregio era un segno preciso, di tradimento, di adulterio. Qualunque camorrista avrebbe sfregiato la donna amata scoprendola infedele, ma non era certo il caso di don Luigi, sposato felicemente e, per giunta, alla figlia del capozona dei Quartieri Spagnoli. Se avesse fatto una cosa del genere, sarebbe stato come sgozzarsi da solo.
Dunque, non lui. Chi, allora?
Il commerciante, forse. Dal limbo dell'androne, Maione lo osservava nel negozio illuminato; era piccolo, grassoccio, effeminato, saltellava sorridendo come un ebete alle clienti, di pezza in pezza. Uno cos non aveva nemmeno la forza di radersi da solo, figurarsi sfregiare una donna.
Maione aspett paziente fino alla chiusura per il pranzo. Filomena salut De Rosa, che non alz nemmeno il capo dalla cassa. Il brigadiere ebbe l'impressione, sebbene da lontano, che fosse a disagio per la menomazione di lei.
Il commerciante, no.
E allora, chi?

Emma guardava fuori dalla vetrata, come incantata dal flusso di pedoni, automobili e carrozze. Il bambino morto comunic di nuovo a Ricciardi l'avvenuta fuga del suo cucciolo. Nel caff un brusio diffuso, e dall'altra sala il suono di un pianoforte che evocava un maggio passato e rose e ciliegie.
La rivelazione della gravidanza aveva aperto al commissario nuovi scenari. Era un fatto irrevocabile, di quelli che possono spingere uomini e donne a gesti insani.
- A chi altri l'avete detto?
Emma rispose malinconica.
- Solo a lui. E alla Calise, naturalmente. Quando ci sono andata la penultima volta. Le ho detto io il destino, una volta tanto.
- Perch siete andata a dirglielo?
- Perch doveva dirmi cosa fare. Io... non decidevo niente, se lei non mi autorizzava. Era una dannazione, una follia. Per me, potete riderne, commissario, era diventata un'ossessione. Cercavo di resistere, sforzandomi di pensare che ne potevo fare a meno. Poi, spinta da una mano invisibile, mi ritrovavo l, in quel porto fetido, a mendicare un ordine, il suo dominio. Da sola, non sapevo pi vivere. O forse non ho mai vissuto: mia madre prima, mio marito poi, e adesso la cartomante.

Ricciardi ascoltava con la massima attenzione, bevendo ogni parola.
- E cosa vi disse, quando le rivelaste di essere incinta? Emma si pass nervosamente una mano tra i capelli. - Mi chiese di chi era il figlio. Io non capivo: come faceva a non saperlo? Lei che sapeva tutto di tutti? Lo
sapeva che da mio marito non mi faccio toccare da tempo. Che amo un solo uomo. Quello che lei mi ha negato. Il commissario si sporse in avanti. - Negato?
Emma cominci a piangere.
- Conobbi quest'uomo e la Calise, contemporaneamente. E lei, pur non avendolo mai visto, giorno dopo giorno mi ha spinto a conoscerlo, ad apprezzarlo, a innamorarmi. E il nostro amore  cresciuto, fino a riempire tutta la mia vita. Voi siete mai stato innamorato, commissario?
Ricciardi vide con la mente un paio di imposte chiuse e un pugno gli strinse il cuore con una fitta dolorosa. - Continuate.
- Con lui sarei dovuta partire. Tutto era pronto, soldi, vita, tutto. Io sono ricca, commissario. E a prescindere da mio marito. Avevo messo a posto le cose e arriva questa notizia della mia gravidanza. Che felicit, un figlio, io, che non ci pensavo pi. Il figlio dell'amore, sarebbe stato di certo bello come il padre. Sono volata dalla Calise, doveva essere la prima a saperlo. E invece...
- E invece?
- E invece le carte furono univoche: non l'avrei visto mai pi. Come sempre, secondo la regola principale, non avrei potuto riferire a nessuno, mai, mai, quello che lei mi diceva. Altrimenti disgrazie terribili si sarebbero abbattute su di me, su di lui e sul bambino. Le feci fare la lettura due, tre, dieci volte. L'ho supplicata, l'ho maledetta, l'ho minacciata: niente. Diceva che alle carte non si comanda, era il destino, cos avevano deciso le anime dei morti.
Istintivamente, Ricciardi guard il bambino che cercava, testardo, il cucciolo fuggito. Avrebbe voluto dire alla donna che le anime dei morti non decidono proprio nulla. Si limitano a soffrire per tutto il tempo che sopravvivono ai corpi.
- E voi?
- Per me non ho paura, commissario. Piuttosto che tornare a vivere la mia vita vuota, preferisco morire. E un solo attimo con lui sarebbe valso ogni pena. Lui avrebbe potuto decidere per s. E poi, mi ha sempre detto di non credere al destino. Ma il bambino non mi ha chiesto di nascere. Non ci ho mai pensato, ad avere un figlio; pensavo di non essere nata per fare la madre. Ma ora che ce l'ho dentro, - e si strinse il ventre con una mano, brevemente, come per avere un contatto, - diventa ogni giorno pi importante. E' mio, commissario. La cosa pi mia che abbia mai avuto.
Ricciardi annu.
- E allora, che cosa avete fatto?
- Ho fatto quello che dovevo, commissario. Quello che la Calise mi ha detto di fare.

56.

Quando Ricciardi torn in questura era ancora confuso.
Le rivelazioni di Emma avevano risolto alcuni quesiti, ma ne avevano posti altri. Una nuova figura entrava in scena: l'amante di lei. Era pi comprensibile adesso il coinvolgimento dell'esimio professore, la cui reputazione finiva per dipendere da quello che la Calise diceva alla moglie.
La stessa Emma entrava a pieno titolo fra i possibili assassini: la dipendenza assoluta, il limite alla libert potevano essere ottimi moventi per il delitto, anche se l'efferatezza e la violenza sembravano di matrice maschile. Ma lui ne aveva visti anche troppi, di delitti spietati avvenuti per mano femminile.
Continuava a essere dell'idea che il professore fosse il pi probabile destinatario del proverbio della Calise, oscura maledizione sulla ricompensa che il destino non avrebbe mancato di dare al suo assassino. Per lui Iodice era innocente: ma di qui a dimostrarlo, ne correva. Inoltre, aveva imparato a proprie spese come il Fatto sviasse dalla verit molto pi spesso di quanto avvicinasse alla soluzione. In punto di morte le persone esumano le emozioni pi disparate.
Maione lo raggiunse trafelato, scusandosi confusamente per non essersi fatto trovare in ufficio. Ricciardi si preoccup, come di frequente negli ultimi tempi. Ma se non era il brigadiere a chiedere consiglio, non poteva certo imporgli la propria presenza. Si limit a illustrargli il contenuto dell'incontro con Emma.
- S, commissa', ho capito qual era il problema per il professore, - e fece il segno delle corna, - perdere la moglie e la faccia in una botta. Ma se la Calise aveva imposto alla Serra di lasciare l'amante, allora perch il professore l'ha ammazzata? In fondo volevano tutti e due la stessa cosa, no?
Ricciardi si aggiust la ciocca ribelle sulla fronte.
- Non  detto. Pu essere che Serra abbia pagato la Calise per dare quel responso, ma in sede di regolamento della transazione abbiano litigato e lui l'abbia ammazzata. Pu anche darsi che lui abbia saputo della volont di Emma di non lasciarlo solo dopo aver ucciso la Calise. O che volesse semplicemente vendicarsi della vecchia per averla spinta fra le braccia dell'amante. O magari  stata Emma a volersi liberare dalla dipendenza dalla cartomante. Pu essere tutto. E il contrario di tutto.
Maione allarg le braccia.
- E allora che facciamo, commissa'? Mica possiamo lasciare che la colpa sia tutta del povero Iodice, no? E abbiamo pure poco tempo, una giornata scarsa. Come vogliamo procedere?
Ricciardi guardava pensoso il fermacarte ricavato dalla scheggia di bomba che aveva sulla scrivania.
- Senti un po', ma tu il nome dell'amante della Serra ce l'hai? Mi pare che  un attore, no? Un attore di teatro.
- S, esatto, cos mi ha detto il portiere dei Serra. Il nome non lo so, ma me lo posso procurare. Sono tutti al corrente.
Ricciardi annu.
- S, fai presto. Secondo me stasera ce ne andiamo a teatro.

Filomena sceglieva i piselli sul carrettino dell'ortolano, nel mercatino della Pignasecca. Non era semplice: quelli troppo duri potevano essere acerbi e dare poco sapore alla zuppa, quelli flaccidi potevano essere appassiti e non dare nutrimento.
Stava ritrovando il piacere di preparare la cena; Gaetano mangiava come un lupo, qualsiasi cosa gli si mettesse davanti. Rituccia, che era andata a stare a casa loro, non toccava cibo. Ma da un po' di tempo, pens Filomena, arrivava qualcun altro all'ora di cena; qualcuno che esprimeva il piacere di ricevere l'attenzione di una donna.
E lei si sentiva ancora donna; anzi, si sentiva donna per la prima volta, da quando il marito era morto. Pensava a lui come a una specie di dono ricevuto in cambio dello sfregio; la perdita della bellezza che era stata la sua croce, in cambio degli occhi inteneriti di un uomo che le vedeva dentro, senza fermarsi all'aspetto. Come mai prima. Filomena si chiese quale frutta preferisse Raffaele.

Lucia non si era alzata dal letto. Non aveva nemmeno aperto le imposte. Era rimasta l, stesa, a fissare il soffitto.
I figli non sapevano cosa pensare; passavano avanti e indietro davanti alla porta, preoccupati. A un certo punto la pi piccola disse: - Mamm, state bene? - Lucia rispose di s. Ma stava bene? Non lo sapeva.
Le mancava Luca, certo. Ma le mancava anche il marito, tanto da provare un forte dolore al petto che le mozzava il respiro. E le mancavano gli altri figli, che vedeva da dietro la parete di cristallo che si era costruita attorno negli anni, ma che non riusciva a toccare. E le mancava anche Lucia, la donna che rideva, cantava e faceva l'amore, guardando la vita in faccia. Aveva la sensazione di essere gi morta, di osservare come un fantasma il mondo dall'aldil.
Avrebbe voluto dormire e sognare Luca che, ridendo in quel suo modo unico, le diceva: "Mamm, jamme, alzatevi e pigliate in mano la vita vostra, come avete fatto sempre. Siete ancora la pi bella del quartiere, la fidanzata mia: che figura mi fate fare?" E invece il suo sonno era agitato, doloroso e senza sogni, e si svegliava pi stanca di quando era andata a dormire.
Dal balcone le arrivavano i rumori della strada, il canto delle lavandaie, i richiami degli ambulanti. Dalle imposte chiuse sentiva sul volto il soffio leggero dell'aria nuova, gravida dei profumi delle campagne del Vomero. E primavera, pens. Un'altra primavera.
Lucia si alz dal letto e spalanc le imposte. La luce le fer gli occhi. Guard di sotto, quattro piani alti. Pietre solide, antiche, i segni di cent'anni di zoccoli di cavalli. Vide passeggiare la figlia di Assuntina, la moglie di Carmine il carrettiere, insieme a un ragazzo scuro con un berretto marrone. Madonna, pens. Mi pare ieri che  nata e la mamma vendeva acqua sulfurea per strada con la bambina attaccata al collo; e adesso passeggia con un ragazzo e domani si sposa e fa figli anche lei.
E Lucia Maione decise che era viva. Si gir e torn in casa, perch il sangue suo e il sangue del suo sangue scorrevano ancora.
Ed era stato un altro piccolo, ignoto miracolo della primavera del 1931.

57.

La pizza del carrettino che passava per piazza del Municipio lo fece pensare a Iodice e al suo sogno. Il pranzo solitario di Ricciardi aveva in genere quella soluzione alternativa alla sfogliatella col caff, e si consumava in fretta, pensando ad altro. Il lavoro, Garzo, l'indagine del momento. Enrica.
Quella volta, invece, osservando gli abili movimenti del cuoco itinerante, il commissario cerc di immaginare i pensieri e le parole del suicida, quando non ancora prigioniero del suo sogno vagava per le vie della citt, inconsapevole, felice.
Aveva ragione il dottore: c' un momento preciso in cui si determina la propria morte. Questo momento  sempre evitabile. Il destino non preordina, non agisce. Il destino non esiste.
Il boccone rovente gli scivolava nello stomaco, tacitandone l'ottuso reclamo. Buona, la pizza. Povero Iodice, poveri i suoi figli, povera moglie. E povera la madre, che secondo il proverbio che aveva detto uscendo dal suo ufficio e che aveva aperto le nuove prospettive di indagine, al destino ci credeva.
Cammin un po' per via Toledo. Le due facce della strada erano evidenti: i grandi, antichi palazzi con le alte finestre e le balconate, gli austeri ingressi custoditi da portinai in livrea. Nomi famosi e stemmi, secoli di storia transitati a passeggio all'ombra di quelle mura, anno dopo anno. Della Porta, Zevallos Stigliano, Cavalcanti, Capece Galeota: costruzioni severe e maestose, il salotto buono della citt. Alle spalle il formicaio dei Quartieri, vicoli senza nome ribollenti di passioni e delitti: quelli che il regime voleva cancellare bonificando, come se una nuova piazza e qualche facciata potessero cambiare le anime.
I ragazzi uscivano da scuola, qualche operaio e i professionisti tornavano a casa. I negozi erano quasi tutti chiusi, l'intervallo per il pranzo stava per concludersi. L'aria era piena di primavera.
Ricciardi sentiva puzza d'amore. La Calise lavorava sui soldi e sui sentimenti, radici di ogni delitto. Ma stavolta, lo sentiva, era l'amore l'assassino.
Pass vicino ai cantieri, deserti a quell'ora. I pesanti blocchi bianchi delle nuove costruzioni, le impalcature sconnesse e instabili di legno. Vegliavano, ormai ombre sbiadite, i due morti per incidente di qualche mese prima. Ricciardi ne rilev uno nuovo: Rachele, Rachele mia, vengo da te, mi hanno spinto da te. Cerc di non tenere a mente la frase, che avrebbe comunque risentito pi volte. Chi era Rachele? Una moglie, una sorella? E quel poveretto che aveva bisogno di essere accompagnato? Era caduto o si era buttato da solo? Chi lo poteva sapere. E che importava, ormai?
Qualche metro pi in l vide farglisi incontro una coppia, lui arrancante su due grucce, una fasciatura dal ginocchio al piede sinistro. Riconobbe Ridolfi, infelice vedovo della donna che si era data fuoco e affezionato cliente della Calise. Stava discutendo animatamente con una signora insignificante, apparentemente sua coetanea, testa bassa sotto un cappellino con la veletta.
Prima che lo sguardo dell'uomo incrociasse il proprio, Ricciardi fece in tempo a sentire: - Ho cercato anche l, ti dico. Chiss dove li ha messi, la maledetta. Possa bruciare all'inferno come  bruciata morendo.
La voce di Ridolfi tremava di rabbia. Quando vide Ricciardi, il suo viso si trasform nella solita maschera di dolore che richiedeva compassione; con un comico, goffo gesto si ferm in precario equilibrio su una sola gruccia e si tolse il cappello.
Il commissario non rispose al saluto. Pens che anche una gruccia poteva essere una buona arma per un delitto; e se si pu passeggiare con una slogatura per via Toledo, si pu anche arrivare fino a un appartamento della Sanit.
Ma, per vile e ipocrita che fosse, anche il professor Ridolfi doveva avere un movente, per compiere un delitto.
Si gir e torn sui propri passi; il tempo stringeva e c'era ancora molto da fare.

Maione aspettava il commissario fuori dalla porta dell'ufficio.
- Commissario, buonasera, avete mangiato? La solita pizza, eh? Beato a voi, che tenete lo stomaco di ferro. Io, se mi mangio una pizza fritta, mi devo ricoverare direttamente dal dottor Modo. Allora, tengo quel nome. E impressionante, questa citt: uno fa una cosa bella, tipo, che so, acchiappa un criminale, e nessuno lo viene a sapere; mette un paio di corna al marito, e un altro poco lo strillano i venditori di giornali per strada. Comunque, l'uomo si chiama Attilio Romor, e pare sia un bel giovane. Recita in una commedia di quello famoso, come si chiama... Vabbe', lo sapete, qua sotto, al Teatro dei Fiorentini. Lo spettacolo  alle otto. Ci possiamo arrivare facilmente, come volete voi. E facciamo giusto in tempo: dice che domani  l'ultima replica, poi vanno a Roma.
Ricciardi ci pens.
- L'ultima replica. Domani. Facciamo cos, ci vediamo alle otto l. Adesso andiamo a casa a riposarci un po', ch stasera si fa tardi.

Ma Maione a casa non ci and. Aveva un altro posto dove andare e subito: doveva togliersi un peso, una volta per tutte.
Nella sua anima semplice e forte non c'era posto per il disordine: aveva passato tutta la vita a fronteggiare sentimenti ed emozioni univoche e dirette, non sapeva destreggiarsi nel dubbio.
Il sole era appena tramontato quando arriv a vico del Fico. Filomena fu sorpresa di vederlo, ma non trattenne un sorriso felice. Si alz in fretta lo scialle sul viso, per coprire la cicatrice.
- Raffaele, che sorpresa. Non vi aspettavo cos presto, volevo prepararvi qualcosa da mangiare.
Maione fece un cenno con la mano, come a dire di lasciare stare.
- No, Filome', non vi disturbate per me. Se permettete, vorrei parlarvi per qualche minuto. Ci possiamo accomodare?
Sul bellissimo viso della donna pass un'ombra di preoccupazione: l'espressione di Maione era diversa da quella che aveva conosciuto. Sembrava cupo, determinato, come se provasse un dolore sordo o fosse tormentato da un pensiero.
Nella stanza al pianterreno, come sempre immersa nella semioscurit, c'era Rituccia, seduta al tavolo e intenta a sbucciare piselli. Maione ne osserv l'espressione serena e distante, una vecchina di dodici anni.
Filomena le chiese di lasciarli soli, quella salut con un breve cenno del capo e usc.
- E' una brava ragazza, ma sfortunata. Ha sofferto assai, la mamma prima, il padre poi. Adesso io e Gaetano abbiamo pensato di tenerla qua, almeno fino a quando non si fanno vivi i parenti della madre. Fino a mo', non si  visto nessuno. Vi faccio un surrogato? Ci metto due minuti.
Maione si sedette, appoggiando il cappello sul tavolo davanti a s.
- No, Filome', non date retta. Sedetevi qua un momento, io vi devo parlare.
La donna si sedette, asciugandosi le mani sul grembiule. Tolse lo scialle dalla testa.
- Questa casa, voi, Filome', avete fatto qualcosa di importante per me, negli ultimi giorni. Sapere che ci siete, la strada per arrivare qua, mi hanno restituito la voglia di finire la giornata. Siete diventata una cara e buona amica, mi sorridete e io sono fiero del vostro sorriso. Ma, Filome', io sono un poliziotto. Non  questione della divisa, quella  una scatola. Io sono un poliziotto dentro. Non posso convivere con il pensiero di una cosa irrisolta; e anche col pensiero di voi in pericolo. Chi ha fatto questo... crimine, - e indic con un gesto vago il viso di lei, - pu ritornare con intenzioni ancora peggiori.
Filomena scosse lievemente il capo.
- Raffaele, voi per me, nella mia vita, siete una cosa nuova. Nessuno mi guarda pi come prima. Nemmeno mio figlio. Voi, invece, vedete la persona che sono. Mi sono scoperta la faccia, mostrando la ferita, e voi nemmeno avete guardato. Siamo amici, avete detto, allora facciamo finta di esserci conosciuti non in questa, ma in un'altra occasione?
Fu il turno di Maione, a scuotere il capo.
- No, Filomena. Tra amici, persone che hanno imparato a volersi bene, che parlano e hanno la gioia di vedersi, non ci possono essere cose non dette. Io devo sapere, Filome'. Con quest'ombra in mezzo, tra noi non ci pu essere nessuna amicizia.
Gli occhi di Filomena si inumidirono, leggeva in quelli di Maione una determinazione che non gli aveva mai visto.
Fuori i bambini giocavano nel vicolo con un involto di stracci che faceva da pallone. Una donna chiam il figlio per cena. Sul fuoco la pentola cominci a bollire.
La donna alz la mano sulla cicatrice e ne segu il contorno, con un gesto che stava diventando abituale.
- Va bene, Raffaele. Io non la voglio perdere, l'amicizia vostra, e all'amico voglio parlare. Questa cosa non dovr uscire da casa mia, il posto dove  successa. Ho la vostra parola?
Maione annu.
- E' stato mio figlio.


58.

Tata Rosa fu sorpresa di vederlo rientrare con cos tanto anticipo. In strada, gli ultimi raggi del sole al tramonto illuminavano ancora i piani pi alti dei palazzi. Con fare imperioso aveva preteso di controllargli la temperatura, stendendogli sulla fronte la mano callosa.
Ricciardi non perse tempo a discutere; sapeva che tata Rosa era inarrestabile. Spieg che si sentiva benissimo ma dovendo lavorare quella sera avrebbe fatto tardi; e riusc a evitare una geremiade sulle maglie di lana e sui rischi del clima nelle mezze stagioni, ma non una frittata di maccheroni avanzati dalla sera precedente.
Terminato lo spuntino, gi pronto ai primi bruciori di stomaco, and alla finestra. In casa Colombo - ora conosceva il cognome della famiglia di fronte - si preparava la cena. Vide passare Enrica. Fu sollevato nello scoprire che stava bene, ma al tempo stesso avvilito dall'espressione di lei, corrucciata, triste.
Se solo avesse potuto, le avrebbe parlato di quanto gli fosse necessario assistere, giorno dopo giorno, ai suoi movimenti, immaginare le parole di cui non udiva il suono, i gesti sereni della sua mano mancina. Se avesse potuto, avrebbe cancellato il loro imbarazzante incontro in questura. Non gli sfior la mente che lo stato d'animo di Enrica avesse lo stesso colore del proprio.
In quella vita riflessa aveva imparato a vivere, lui che era prigioniero della propria maledizione.
Ricord che circa un anno prima, al piano superiore a quello della famiglia di Enrica, si era verificata una disgrazia: una giovane sposa, abbandonata dal marito, si era impiccata. Amore perduto, vergogna, umiliazione: chiss qual era stata la condanna. La casa, che da poco l'aveva vista entrare felice in braccio a un uomo, la vide uscire in braccio a quattro, addormentata per sempre. Da allora le finestre erano sbarrate.
Per due mesi, prima che il fantasma svanisse, ogni sera Ricciardi aveva assistito a quel doppio scenario: sotto, il calore sereno di una famiglia numerosa che festeggiava la vita di un giorno qualsiasi; sopra, nell'orbita nera di una finestra spenta, il cadavere ondeggiante della sposa morta. Le due facce dell'amore, i due estremi della stessa emozione.
E mentre la sua dolce Enrica ricamava con la mano mancina, il capo ripiegato sulla spalla destra, nel cono di morbida luce dell'abat-jour, la donna morta - col collo allungato innaturalmente dalla corda, gli occhi sporgenti e la lingua tumefatta appesa alle labbra aperte - inveiva contro l'infedele bastardo che senza toccarla l'aveva uccisa.
Le braccia conserte, nascosto alla vista di lei dall'imbrunire, il commissario Ricciardi pensava che un uomo a cui era stata inferta la ferita perennemente sanguinante della morte altrui non aveva il diritto di sognare una vita normale; come quella che vedeva dalla sua finestra. L'uomo che guarda non vive, ma pu cercare di mettere a posto le cose.
"'O Padreterno nun  mercante, ca pava 'o sabbato", avevano detto la madre di lodice e Carmela Calise. Ma prima o poi paga.
Si stacc a malincuore dalla finestra e prese la giacca.

Nella penombra del basso i rumori del vicolo arrivavano attutiti. Le parole che Filomena aveva pronunciato erano cadute come una bomba, ma il tono pacato e limpido della donna aveva fatto capire a Maione che si trattava di una semplice enunciazione, e non di un'accusa.
- E perch? Vostro figlio, Gaetano... perch lo avrebbe fatto?
Filomena sembrava una Madonna di Raffaello. La voce dolce era quella di una donna finalmente serena.
- Io sono cresciuta in una masseria del Vomero. Eravamo tanti figli, poveri ma felici, anche se non lo sapevamo. In una masseria si fatica a tutte le ore del giorno e della notte, se non fatichi non mangi e se non mangi muori. Tutto  semplice. Ma niente  facile, mai. Una volta, quando ero piccola, tenevo s e no sette, otto anni, cominciarono a mancare le galline. Trovavamo le penne, tracce di sangue. Non si sentivano rumori. Forse una volpe, una faina, disse mio padre. Mise una trappola, di quelle che scattano e catturano l'animale. La mattina trovammo una piccola zampa appesa al nodo. Solo la zampa, nera nera. C'erano i segni dei denti aguzzi e a terra era sporco di sangue. La volpe se l'era staccata a morsi, a poco a poco, senza urlare. Noi dormivamo a fianco del pollaio, e non avevamo sentito niente. Mio padre mi spieg quello che era successo, Raffae': quella, la volpe, aveva dovuto scegliere. Se campare senza la zampa o rimanere catturata. E aveva scelto. Io  tutta la vita che campo con la zampa legata, Raffae'. E non ho mai pensato di poter scegliere la libert. Anche quando mio marito era vivo, appena rimanevo sola qualcuno si accostava, chi con le mani, chi con le parole. Non  vita, credetemi. Non  vita. Da quando siamo rimasti soli, io e Gaetano, le cose sono diventate insopportabili: il mio padrone mi voleva cacciare, un altro disgraziato se la voleva prendere con il ragazzo. Ne abbiamo parlato e riparlato, non vedevamo la soluzione. Poi, una sera, viene Gaetano per mano a Rituccia, la bambina che avete visto, e mi dice: mamm, forse sappiamo cosa fare. E parlando mi sono ricordata quella zampetta nera appesa alla porta del pollaio. E ho deciso. Ma da sola non ce l'avrei mai fatta. Quattro volte ho alzato il coltello e quattro volte l'ho posato. Ho guardato a Gaetano, non gli ho detto niente. Piangevo io, piangeva lui; solo Rituccia non piangeva. Ma era pallidissima e non sbatteva nemmeno gli occhi. Ha guardato pure lei a Gaetano e lui si  alzato, ha preso il coltello. E mi ha liberato. E ci ha liberato. Ha fatto quello che volevo fare io, Raffae'. Ho lasciato la zampetta appesa. 

Il silenzio che segu alle parole di lei si chiuse come una nebbia. A Maione sembrava di sentire il suo cuore battere: provava una pena immensa, per Filomena, per Gaetano, per Rituccia. Per s stesso, anche.
Poi, la sua mente and a Lucia. Se la immagin chiusa in una cella angusta, una prigione fatta di ricordi; appesa per la zampa, da una maledetta sera di tre anni prima. E pens: perch sono qua?
Si alz, fissando quelle pupille splendide e sconosciute bagnate di lacrime e quel bel volto di Madonna. E pens che amava Lucia, pi di quando l'aveva vista alla fontana a sedici anni, mentre lavava un lenzuolo e cantava; che mai da allora aveva visto niente di pi bello, e che se doveva morire voleva andarsene con quella faccia negli occhi.
Salut Filomena, le disse arrivederci ma voleva dire addio. Lei gli disse addio, sperando fosse arrivederci.
Maione usc per tornare in questura.

59.

Erano passate solo un paio d'ore, eppure quando si ritrovarono nell'ufficio di Ricciardi erano due uomini diversi rispetto a quelli che ne erano usciti.
Il commissario era cupo, la fronte attraversata da una piega di dolore. Il brigadiere, invece, sembrava aver sciolto un nodo che gli impediva di respirare. Appariva rasserenato, pacificato, nonostante una vena di tristezza. Aveva affidato a un ragazzino incontrato nei vicoli, un amico del figlio, l'incarico di avvertire Lucia che avrebbe tardato per servizio. Una vecchia tradizione da ripristinare, ma aveva insistito perch il messaggero se ne ricordasse facendoglielo ripetere pi volte: non avrebbe mangiato fuori. Aveva voglia di casa.
La finestra era aperta e faceva entrare l'aria salata. Manco a dirlo, Ricciardi guardava fuori.
- Voglio sapere chi l'ha uccisa, la Calise. Lo voglio sapere e voglio anche sapere perch. Al di l del lavoro, intendo, voglio sapere se  stato per soldi o per passione.
Maione annu alla schiena di Ricciardi. E disse la sua.
- Pure io lo voglio sapere, commissa'. Perch era una povera vecchia e l'hanno ammazzata e poi presa a calci per tutta la stanza. Perch, pure se faceva la strozzina e truffava la gente con le carte, aveva lo stesso diritto di respirare. E perch faccio il poliziotto.
Ricciardi si gir.
- S, Maione. Facciamo i poliziotti. Andiamo a parlare con questo attore.

Lungo il breve tragitto affrontarono la questione.
- Per amore di discussione, commissa', solo per parlare. Mettiamo che il professore non accetta di essere lasciato e di perdere i soldi della moglie che sono assai. Mettiamo che va dalla Calise, la paga e quella dice alla signora di levare da mezzo l'attore. Mettiamo che quando va per saldare il conto, si mettono a discutere e il professore perde la testa. O meglio ancora: la Calise vuole fare altri soldi e lo ricatta perch sa i fatti suoi.
Ricciardi assent.
- E mettiamo che Iodice non pu pagare ed  disperato. Che la Calise lo minaccia, lo vuole rovinare, fargli perdere il negozio, tutto. Che leverebbe il pane di bocca ai figli.
Maione scosse il capo.
- No, commissa', no. Un padre di famiglia ci pensa, prima di rovinarsi. Perch un modo di portare il pane a casa lo trova, anche se perde il negozio. Ma se perde la testa, allora i figli perdono il pane e pure l'onore. Non  stato Iodice, di questo sono sicuro. Guardate, sono pi propenso a pensare che  stata la signora, cos piena di emozioni, per levare l'ostacolo al suo amore.
- S. E magari pure il caro Passarelli, l'ometto con la mamma novantenne e la fidanzata sessantaduenne, che non voleva un'altra vecchia attorno. O Ridolfi, che ha fatto solo finta di cadere dalle scale. Pu essere stato chiunque, questa  la verit. Stiamo ancora in alto mare.
- S, - fece Maione, - ma il mio candidato rimane il professore; ricordiamoci di Teresa e delle scarpe. Secondo me,  stato lui.
Ricciardi si strinse nelle spalle.
- Non dimenticherei le signore, per. Ricordati che il dottore ha detto che pure una donna forte o giovane avrebbe potuto fare gli stessi danni di un uomo. E io, per esempio, non mi vorrei trovare ad affrontare il caratterino della Petrone o della signora Serra.
Avevano raggiunto il teatro. C'era pi gente di quanta si aspettassero. La commedia era in cartellone da tempo, era un giorno lavorativo, ma la fama del capocomico era in espansione; il passaparola funzionava evidentemente benissimo. E poi, c'era il fatto che si trattava della penultima replica prima del trasferimento a Roma dello spettacolo; insomma, il clima era di festosa attesa.
Ricciardi e Maione si qualificarono e si fecero indicare da una maschera l'ingresso degli artisti. All'interno, nello stretto corridoio sul quale davano le porte dei camerini, incrociarono attori e attrici gi in abiti di scena, con in faccia la tensione che precede la rappresentazione. Parlavano concitati tra loro, ma fecero silenzio quando, da una delle porte, si affacci un uomo nel quale Maione riconobbe il capocomico, da una foto apparsa sul giornale.
L'uomo aveva il viso bianco di cipria e due macchie di belletto rosato all'altezza degli zigomi, il colletto sollevato alla moda di dieci anni prima, la cravatta larga e colorata, la giacca con una toppa su un fianco. A onta dell'abbigliamento ridicolo, l'espressione era cupa: i baffetti e le labbra sottili, un sopracciglio molto arcuato sotto la fronte larga divisa da un'unica ruga verticale. Il brigadiere aveva letto che aveva solo trent'anni, ma ora, da vicino, gli sembrava assai pi vecchio.
Il capocomico si rivolse a un uomo pi basso, dall'aria allegra, che vagamente gli assomigliava.
- Sono amici tuoi, i signori? Ti sei messo pure a fare entrare estranei, adesso? Che vuoi fare, uno dei tuoi tavoli di carte in camerino?
Allargando le braccia e rivolgendosi al gruppo di attori che si era fermato pi in l, l'altro sbuff.
- E figurati se non era colpa di Peppino. Quello, pure se si mette a piovere,  colpa di Peppino. No, non li conosco i signori. Li sto vedendo mo' per la prima volta. Ma se me lo ordini, il tavolo di carte lo faccio lo stesso. Sar pi divertente che stare a sentire a te che ti lamenti di tutto.
La tensione si fece palpabile e il capocomico richiuse bruscamente la porta del camerino. Peppino, come si era presentato, si rivolse ai due poliziotti.
- Scusate. Quando l'istitutrice dava lezioni di belle maniere, mio fratello era sempre malato. Ditemi, desiderate?
Maione fece per parlare, ma Ricciardi gli mise una mano su un braccio.
- Siamo... amici del signor Romor, Attilio Romor. Sapete dove lo possiamo trovare?
Peppino fece una bella risata.
- Ah, questa  una notizia! Romor ha amici che non portano la gonna! Allora, vi deve dei soldi. Prego, lo trovate nel camerino in fondo al corridoio. Quello pi lontano da mio fratello.
E si avvi verso l'ingresso di scena.
Ricciardi e Maione si mossero nella direzione opposta.
Romor aveva appena finito di prepararsi. Era un giovane alto, di quelli che sanno di piacere alle donne; due ragazze che passavano davanti alla porta del camerino cariche di costumi si diedero di gomito e commentarono parlandosi all'orecchio.
Apparentemente, l'uomo non se ne accorse, o forse era soltanto abituato. Li fece entrare con educazione.
Non sembr sorpreso di sentire chi fossero; lo sguardo aperto e sincero non tradiva alcuna preoccupazione. Fu Maione a porre le domande.
- Signor Romor, siamo a conoscenza di una vostra... amicizia molto stretta con una signora sposata. Stiamo indagando su una disgrazia successa alcuni giorni fa, e vorremmo farvi qualche domanda.
Romor sorrise, scoprendo una dentatura perfetta.
- S, la signora  mia amica, commissario. Una carissima amica. Abbiamo pensato perfino di andare a vivere insieme. Sono al corrente della... disgrazia, so della povera cartomante perch Emma me ne ha parlato spesso. Non l'ho mai vista, ma so che le era molto legata. Sono a vostra disposizione.
- Andare a vivere insieme? Eppure la signora ci ha dichiarato che non voleva pi lasciare il marito.
L'attore intervenne con gentilezza.
- Brigadiere, la mia Emma  una persona molto sentimentale e, come tale,  influenzabile. Trovandosi alle porte di una decisione cos importante,  naturale che abbia delle incertezze. Il marito  venuto da me, qualche sera
fa. Mi ha aspettato all'uscita del teatro e mi ha offerto dei soldi per lasciare Emma. Io naturalmente ho rifiutato, non sono uomo che si compra; dei soldi non mi importa, ho il mio lavoro. Mi ha anche minacciato: ha detto che mi avrebbe rovinato, parlando col capo della compagnia. Ma se avete visto lo spettacolo lo saprete, questi non potrebbe odiarmi pi di quanto non mi odi gi. So che alla fine del contratto dovr cercarmi un'altra compagnia. Per fortuna, per,  un buon momento per il teatro e il lavoro non manca. Qualcosa trover.
- E alle minacce di Serra, come avete risposto?
Romor rise di gusto.
- Cos: con una bella risata. Non esiste un modo per convincermi. Vi assicuro che lei non pu stare lontana da me. Vi rivelo una cosa: aspettiamo un figlio. E un figlio, commissario,  una cosa importante, irrevocabile. Un figlio unisce una coppia per sempre, e cos sar tra Emma e me.
- Sareste disposto a ripetere queste cose in presenza dei Serra?
I Serra. Una coppia istituzionalizzata, una famiglia. Ricciardi apprezz il modo con cui Maione stimolava una reazione in Romor; se l'uomo avesse avuto sentore di essere escluso, di non avere possibilit di recuperare la propria relazione, avrebbe manifestato reticenza e preoccupazione. Invece rispose tranquillo.
- Brigadiere, questa  una cosa che gi intendevo fare: conosco la mia Emma, meravigliosa e sensibilissima. Sono certo che, vedendomi, non avr dubbi e sceglier l'amore piuttosto che l'arida convenzione sociale di cui adesso  prigioniera. Confido di potervelo dimostrare prestissimo. Avevamo deciso di partire dopo l'ultima recita a Napoli, proprio domani sera. Non ho ancora perso le speranze che, dopo averci pensato, Emma rispetti il nostro appuntamento e venga a prendermi qui a teatro.
- Ditemi un'ultima cosa, Romor, - si inser Ricciardi. - Secondo voi, chi ha ucciso la Calise?
L'uomo assunse un'espressione triste.
- Chi pu dirlo, commissario? Non la conoscevo. Per penso che una donna che vive ingannando gli altri e, da come ho letto, facendo l'usuraia debba mettere in conto di finire cos. Ricordo che Emma era schiava di questa fissazione, non riusciva a vivere senza che la Calise coi suoi proverbi le desse indicazioni. Ma lasciatemi dire che, quando  venuto a minacciarmi, il marito di Emma mi sembrava davvero pronto a tutto. Se dovessi fare un nome...

Tornando verso la questura, Maione rifletteva a voce alta.
- Questo a me mi pare proprio un cretino. Gli piacciono le femmine, sa di piacere, e pensa che cos sar per sempre. Secondo me, faceva meglio a pigliarseli, i soldi del professore, perch dalla relazione con Emma non gli verr pi niente.
Ricciardi era concentrato sui suoi pensieri.
- Tieni conto del figlio, per. Il professore sarebbe ben lieto di riconoscerlo, ammesso che sappia che la moglie  incinta. Ma lei? Mi sembrava molto coinvolta. Comunque, sono fatti che non ci riguardano. Mi interessa di pi sapere chi aveva interesse ad ammazzare la Calise. E non abbiamo pi tempo. Per, mi  venuta un'idea.
- E quale idea, commissa'?
- L'idea che domani sera la signora Serra non resister alla tentazione di venire a godersi per l'ultima volta la commedia che le piace tanto. Fatti una passeggiata dal tuo amico portiere, nel pomeriggio, e vedi un po' se fa preparare la macchina o l'autista per andare a teatro.
Maione sembrava perplesso.
- I Serra? Ma non dobbiamo prima dirlo a quel deficiente di Garzo?
- No. Ha detto che l'indagine  mia e io faccio come dico. Tanto,  l'ultimo giorno. Se non combiniamo niente, vedrai che il colpevole sar il povero Iodice e buonanotte. Vediamo se lo facciamo uscire allo scoperto, il professore.

Attilio, rimasto solo, sorrise allo specchio del camerino. Le cose prendevano una buona piega; avrebbe messo Emma di fronte alle sue responsabilit.
Era convinto che, con le spalle al muro e senza pi etichette da salvaguardare, lei avrebbe scelto di vivere il suo amore. D'altra parte, perch il marito avrebbe fatto di tutto per convincerlo a lasciarla? Perch sapeva che Emma lo amava. Non aveva mai sbagliato con le donne e non avrebbe sbagliato neanche stavolta.
Sperava che anche mamma sarebbe venuta a teatro, l'indomani. A godersi la sua ultima recita. Quella del trionfo.

Vai a casa accompagnato dal lavoro, dal pensiero dell'indagine, costellato di facce, sensazioni, toni di voce. Cammini, calpesti le pietre, annusi l'aria leggera del bosco lontano. E pensi alle parole che hai sentito, che devi mettere in ordine.
Cammini tra pochi vivi che tornano a casa lungo i muri, e qualche morto che caccia dolore dalle ferite. Cammini e non guardi, passi da estraneo attraverso un mondo. Sali le scale, apri la porta, senti il respiro stanco della vecchia tata che dorme serena. Ti spogli, tu e la notte siete una cosa sola, pensi che stasera no, non ci andrai. Ti stenderai e troverai il sonno, anzi, lui trover te trascinandoti per qualche ora in un territorio di pace illusoria, per qualche ora.
E invece ci vai, vicino alla finestra. Forse star di nuovo ricamando, come per darti, inconsapevole, un saluto, per traghettarti dolcemente nel tuo sonno senza sogni.
E invece il tuo sguardo si scontra con le imposte scure. Nessuno ti parla.
Vai incontro alla notte e sai che i tuoi occhi cercheranno invano la pace nel buio. Cercavi il riposo. E invece.

Sale per il vicolo, il passo lento e pesante. Sulle spalle la giornata, la settimana, la vita.
Sale per il vicolo e si sente pi solo di sempre, per l'immagine di tutta quella gente che cerca amore e trova odio, rancore, rabbia.
Sale per il vicolo e forse nemmeno un urlo stavolta lo farebbe fermare. Stanotte camminare costa troppo, stanotte vuole pace.

Dal mare l'aria lo accompagna, gli accarezza le spalle, lo aiuta nella salita. Porta una promessa d'estate e forse la manterr. Ma chiss quanti altri morti, prima.
Domani ci sar un colpevole, stasera ancora ignaro e dormiente, o forse addormentato per sempre. Forse vittima e carnefice ballano nella luna, in qualche radura incantata, assieme agli altri morti. Forse la vittima e il carnefice si scambiano i ruoli: quando si dorme  lecito.
Angoscia, solitudine, nelle stanze una volta piene del sorriso di lei ora tutto  deserto.
Ricordarla, il sorriso risorto, la mano, la carezza, il tocco dimenticato. Immaginare di sfiorarle il viso con la mano tremante, gli occhi azzurri, gli stessi della fontana a sedici anni.
Una cena, lui che cerca di parlare, il dito di lei sulla sua bocca. E poi per mano a letto. E lei che gli apre la porta del corpo e dell'anima. Forse un sogno, un dono della notte, della luna ferma sulle anime. L'aria forse manterr la sua promessa e lui forse in quel profumo sta nascendo ancora.
Si addormenta con la vita fra le braccia: la vita sua, sul suo petto. Un respiro a un tempo sconosciuto e familiare.

60.

La luce dell'alba trov Ricciardi e Maione consapevoli che quel giorno sarebbe stato decisivo. Per la memoria di Tonino Iodice e per l'onore dei suoi figli; per la pace dell'anima di Carmela Calise; per la reputazione della famiglia Serra di Arpaja; per il benessere e forse la carriera di Attilio Romor, attore di belle speranze e dal difficile presente; per il cognome e il destino del figlio di Emma.
E per la consapevolezza di aver sciolto un mistero in un mondo che, per intervenuto regio decreto, di misteri non poteva pi averne, n sangue, n morti ammazzati.
Maione, secondo gli ordini di Ricciardi, and a palazzo Serra poco prima dell'ora di pranzo. Aspett che il portiere si fosse ritirato nella sua guardiola ed entr, cauto nell'ombra per non essere notato dai balconi del piano nobile.
Seppe che la signora sarebbe andata a teatro, senza autista, aveva detto al portiere di preparare l'auto nuova, quella strana di colore rosso, e di fare il rifornimento completo di benzina. L'uomo come sempre aveva cominciato a lamentarsi perch doveva fare tutto lui, e Maione assentiva paziente, trovandolo insopportabile. Poi per ricav una notizia che gli sembr di estremo interesse: pure il professore aveva chiesto al portiere se conoscesse le intenzioni della signora per la serata, poi gli aveva detto di avvertire l'autista; anche lui sarebbe uscito. Per andare a teatro, aveva aggiunto. Non era assurdo, tutto quello spreco? Solo due persone, la stessa sera e allo stesso teatro. Con due automobili diverse.

Quando fu informato da Maione, Ricciardi fece una smorfia. A teatro. Ancora una volta le passioni vere e quelle finte si confondevano. Chiss quali avrebbero fatto pi rumore.
A teatro. Doveva essere quello il luogo dove i nodi si sarebbero sciolti. E va bene. A teatro. E noi ci saremo, pens. Disse a Maione di organizzare una piccola squadra in borghese; quattro uomini in tutto, da dislocare in punti diversi della sala e all'uscita. Uno avrebbe dovuto sedersi accanto al professore, senza farsi riconoscere, per prevenire qualche gesto inconsulto.
- E voi, commissa'? Che farete?
Ricciardi si aggiust la ciocca con un gesto secco della mano.
- Io devo andare a prendere una signorina. Ci vengo in compagnia, a teatro, stasera. Fammi trovare due ingressi alla cassa.

Nunzia Petrone non credeva alle sue orecchie. Per natura non si fidava, e tantomeno di un poliziotto. Le sembrava una richiesta assurda, quasi uno scherzo, ma non vedeva tracce di allegria negli occhi del commissario.
- Antonietta? E perch, poi? A che vi serve?
- Perch lei forse c'era, quando hanno ammazzato la Calise. Me lo diceste voi, che era rimasta ancora un'ora da lei, la sera che  stata uccisa. E se l'assassino se ne fosse accorto, probabilmente ammazzava pure a lei. Forse, vedendo in faccia qualcuno, ci pu aiutare a riconoscerlo. Forse.
La Petrone si guardava attorno, come a cercare aiuto dalle povere cose della sua cucina.
- Ma Antonietta non capisce, commissa'. Parla sempre sola, come se vedesse persone che noi non vediamo, bambini per giocarci con la sua immaginazione. Lei ... semplice, la vedete. Che vi aspettate, poverina?
Ricciardi strinse le spalle.
- E' un tentativo. Solo un tentativo. Ma vi garantisco che non le pu succedere niente. Io rimango vicino a lei, tutto il tempo. E ve la riporto qua come prima. Poi, magari si diverte pure, una serata a teatro.
Cos Ricciardi si ritrov a scendere dalla Sanit verso il Teatro dei Fiorentini, camminando accanto alla ragazza che trascinava i piedi e teneva la mano destra vicino alla bocca, continuando a mormorare la sua cantilena. Al loro passaggio la gente smetteva di parlare e si faceva da parte.
Le ombre della sera ingoiavano a poco a poco la strada, e le luci non si erano ancora accese. Era l'ora in cui i sogni si materializzano.
All'inizio di via Toledo Ricciardi rivolgeva il solito sguardo obliquo ai morti. Antonietta sorrideva e li salutava.
Il commissario rabbrivid quando la ragazza si ferm ad accarezzare il fantasma di un bambino con la testa sfondata, forse da un tram, la pelle insanguinata e nuda del torace solcata dallo spago che reggeva i calzoni. Curiosamente il berretto era rimasto sul capo, almeno sulla met intatta, mentre dall'altra parte poggiava sul pezzo di cranio bianco e sul cervello scoperto e imputridito.
I passanti videro la ragazza stendere la mano nel vuoto e non ci fecero caso. Ricciardi invece la vedeva accarezzare un braccio scosso dagli spasmi della morte, mentre dai denti spezzati sentiva venire il disperato richiamo del bambino che chiedeva aiuto.
- Aiutateme, mamm, - ripet Antonietta, trasognata. Ricciardi la spinse gentilmente per la schiena, lei riprese a camminare e non si volt indietro.
Pi avanti, in corrispondenza dei cantieri dei palazzi nuovi, fra gli impiegati che tornavano a casa e le donne che rientravano dalle spese, apparvero uno dopo l'altro gli operai morti sul lavoro. Ricciardi teneva il capo chino, Antonietta tutta contenta li salutava con la mano grassottella, senza distinguere i vivi dai morti, senza che n gli uni n gli altri ci facessero caso.
Ma i veri fantasmi forse erano proprio loro due, invisibili a tutti.
Antonietta lanci un bacio al ragazzo e al vecchio morti insieme; quando invece si trovarono di fronte a un morto recente, quello che chiamava una certa Rachele e le diceva che l'avevano spinto da lei, la ragazza fece uno scarto improvviso e si nascose dietro le spalle di Ricciardi. Che cosa hai sentito, stavolta?, pens lui. Quale emozione diversa? Senti anche pi di me, allora. Prov per la giovane un moto di pena infinita, e le accarezz il viso. Lei riprese a camminare.
Ma continuava a guardarsi indietro, e a tremare un po'.

61.

Seduto alla scrivania, Ruggero Serra di Arpaja guardava la primavera dal balcone. Le tende di seta si allungavano verso di lui, per poi tornare a posto come se la brezza giocasse a chiamarlo fuori. L'aria sapeva di mare e di fiori nuovi.
I raggi del sole che si abbassava dietro la collina di Posillipo riempivano la stanza di scintille che ferivano le pupille stanche dell'uomo. Un'altra notte insonne. Un altro giorno di attesa.
Emozioni sconosciute, incontrate dopo una vita trascorsa a percorrere binari determinati dalla condizione sociale, ormai erano padrone delle sue decisioni. Negli ultimi tempi aveva fatto cose che non avrebbe mai nemmeno immaginato, conosciuto una parte di s che ignorava esistesse.
In quel momento estremo, quella mattina, aveva tentato di salvaguardare la forma: il vestito scuro, la camicia perfettamente stirata, sbarbato, pettinato. Solo gli occhi, dietro le lenti cerchiate in oro, tradivano lo strazio della sua anima. L'annuncio della gravidanza, che Emma gli aveva dato dopo una notte di rivendicazioni e insulti reciproci, aveva il segno della redenzione e dell'irrevocabilit. Dopo quella notizia, niente sarebbe pi stato come prima.
Il sole gli aveva portato una nuova, straordinaria consapevolezza: amava sua moglie e senza di lei la vita non aveva alcun valore. Lo arrestassero pure, lo denigrassero, dessero la sua reputazione in pasto ai suoi sedicenti amici; se Emma lo avesse abbandonato, nulla avrebbe avuto pi importanza.

Apr il cassetto della scrivania e prese la rivoltella. Aveva gi controllato che fosse carica. Non un'altra notte, non un'altra primavera senza amore.
Infil il soprabito. Andiamo a teatro, pens. Per l'ultima recita.

Seduta davanti allo specchio, Emma cercava di coprire con la cipria la stanchezza della notte insonne. Non poteva sopportare che Attilio la vedesse meno bella.
Sapeva che, andando a teatro, contravveniva alle ferree regole della Calise; ma poteva davvero decidere il destino degli altri, una che non aveva saputo prevedere la propria morte? E se avesse sbagliato fin dall'inizio, se l'avesse condannata all'infelicit per errore?
Tent di distrarsi, pregustando la dirompente emozione dell'incontro con Attilio: l'eco del suo amore, la passione e la tenerezza a cui si era abituata.
Aveva fatto preparare la macchina, ma non i bagagli; a poche ore dall'incontro, non sapeva ancora cosa avrebbe fatto. Non aveva mai deciso niente, e adesso le si chiedeva di prendere da sola, senza aiuto, la decisione pi importante.
Un nuovo sentimento, forse la protezione del suo ventre, la dominava e la sconvolgeva. Tutto l'egoismo che era stato il motore della sua vita, della relazione con Attilio, dell'insofferenza verso il mondo che l'aveva ospitata si era dissolto. Sarebbe stata madre. Era come se la sua intera esistenza fosse finalizzata a questo; si ritrovava a vivere tutto in maniera profondamente diversa da quello che aveva immaginato, e si sentiva cos lontana dalle sue amiche, che si erano limitate a partorire per poi affidare i figli, come un fastidio necessario, a stuoli di balie e istitutrici.
Provava un vago sentimento di compassione per Ruggero, nei cui occhi sconvolti aveva letto un sincero dolore; ma si era convinta che fosse l'assassino della Calise e, per il bene del suo bambino, doveva separarsi da lui e dal suo infausto destino.
Avrebbe ascoltato il cuore, pens. Avrebbe deciso quando avesse visto il suo Attilio entrare sul palcoscenico con quell'andatura da re che conosceva cos bene.
A teatro. Per l'ultima recita.

Ricciardi e Antonietta sedettero in platea, due posti laterali ma vicini al palcoscenico. Il commissario desiderava che la ragazza vedesse bene in faccia sia Romor che i Serra, nella speranza che Ruggero si sedesse in prossimit della moglie che aveva prenotato come sempre il palco di prima fila, quello pi vicino alla scena.
Non sapeva bene cosa aspettarsi: una mossa falsa, una reazione sbagliata. Aveva individuato il colpevole, senza margini di errore, ma gli elementi che aveva in mano erano solo indiziari, nessuna prova.
Poteva soltanto sperare in un errore dell'assassino o in un riconoscimento. dell'unico possibile testimone, Antonietta, pur sapendo che la demenza di lei non ne avrebbe reso utilizzabile la testimonianza in tribunale. Per poteva bastare per far perdere la testa all'omicida. L'aveva gi visto succedere.
Cerc di confondersi nella penombra della platea. Aveva riconosciuto, in borghese e ben dislocati, Camarda, Cesarano e Ardisio, tre della squadra di Maione. Lo stesso brigadiere si era piazzato in seconda fila, mimetizzato dal bavero sollevato del soprabito e dal cappello. Ricciardi guard verso il palco proprio mentre entrava Emma, pi bella che mai, ma con gli occhi che tradivano incertezza, dolore, stanchezza. Era sola.
Dopo qualche minuto, il commissario not nell'ombra, in piedi, dietro di lei, una figura indistinta. Il professore, pens. Maione fece un cenno a Camarda, che annu e usc dalla sala. Ricciardi cap che il brigadiere aveva inviato il poliziotto a controllare la porta del palco, per essere pronto in caso gli eventi precipitassero. Era in gamba, Maione. Proprio in gamba.
Le luci si abbassarono e si alz un applauso. Gli attori erano pronti, sia quelli dietro il sipario che quelli in sala.

Tutti pronti.
Per l'ultima recita.

La commedia si apriva con un monologo del protagonista. Ricciardi riconobbe l'uomo che la sera prima aveva apostrofato bruscamente il fratello. Anche se la sua attenzione era rivolta altrove, il commissario percep il magnetismo che l'attore emanava, e che cattur immediatamente il pubblico. Antonietta continuava a biascicare parole senza senso. La luce della scena investiva la platea, consentendo a Ricciardi di vedere sia Emma che Ruggero. La donna era aggrappata alla balaustra, le mani bianche, il viso stravolto in attesa di qualcosa; il marito sembrava una maschera, la faccia inespressiva di un manichino.
Dopo il monologo aveva fatto il suo ingresso l'attrice protagonista, una donna di eccezionale bruttezza ma di grande bravura. Ricciardi ritenne dovesse trattarsi della sorella del capocomico, gli somigliava molto, e distrattamente pens che doveva essere un bel risparmio, una compagnia a conduzione familiare. Il pubblico si divertiva, il duetto era brillante, il ritmo buono, le battute secche e salaci; ridevano tutti tranne i due Serra, i poliziotti e Antonietta, persa dietro chiss quali visioni.
A un certo punto, appena concluso lo scambio di battute, entr in scena Romor. Il protagonista lo accolse con una frase sarcastica, che indusse la gente a una fragorosa risata. Ricciardi ricord l'allusione dell'attore all'antipatia che l'uomo gli portava, e si rese conto che era proprio cos. Davanti a lui tre ragazze, incuranti dei loro accompagnatori, si bisbigliarono qualcosa e fecero una risatina nervosa; quell'uomo aveva il suo seguito. Tornato il silenzio, l'attore fece un passo avanti e si accinse a recitare la sua battuta, quando accadde qualcosa di inatteso.

Gi da dietro le quinte, mentre attendeva il momento dell'ingresso in scena, Attilio aveva visto che il palco di prima fila era nuovamente occupato. Non succedeva ormai da parecchio e si era abituato all'incertezza, al dubbio, alla solitudine. Come un agnello pronto al sacrificio, sera dopo sera era costretto a subire le beffe del maledetto capocomico, senza avere possibilit di reagire, senza speranza di rivalsa.
Ma quella sera, proprio l'ultima sera, Emma era tornata. E da sola, senza pi il paravento di un'amica. Poteva voler dire soltanto una cosa: che aveva deciso di rispettare l'impegno, di raggiungerlo e partire con lui verso una nuova vita, senza pi paure n convenzioni. Radioso, entr in scena. Che quel presuntuoso saltimbanco si prendesse pure la sua ultima soddisfazione, a lui non importava pi.

All'ingresso di Attilio, Emma si sporse quasi dalla balaustra, guardava il palcoscenico ma, ancora di pi, guardava dentro di s. Cerc l'eco della passione che le era sembrato di sentire appena un quarto d'ora prima. Ma non sent nulla. L'uomo che aveva amato pi di chiunque altro le sembr all'improvviso uno sconosciuto. Vide chiaramente che per lei non significava pi niente, e in un attimo comprese che la loro storia non avrebbe avuto futuro. Si chiese se non fosse questo che la Calise aveva visto nelle carte l'ultima volta; e proprio mentre pensava alla Calise, ne ud la voce in platea. Dietro di lei, Ruggero fece un passo in avanti, portando la mano alla tasca del soprabito.
Dapprima Ricciardi credette di avere una visione. Cercando di non perdersi le reazioni di Emma e ogni minimo gesto di Ruggero, aveva distolto l'attenzione dal palcoscenico e dalla platea. Nel silenzio, il pubblico attendeva la battuta, gli attori finsero un momento di imbarazzo conseguente all'entrata di Romor. A un tratto risuon chiara una voce che Ricciardi riconobbe immediatamente come quella del fantasma della Calise. Si gir di scatto e un'immagine agghiacciante lo travolse.
Antonietta si era alzata in piedi. Ripiegatasi sulla schiena era diventata pi piccola; le gambe si erano storte appena, la testa inclinata in un angolo quasi innaturale; la mano sinistra pendeva inerte lungo il fianco, la destra abbozzava un gesto incerto, quasi volesse cacciare qualcuno o allontanare qualcosa. L'espressione ebete aveva assunto un'aria malinconica, sembrava in balia di un terribile ricordo.
Dalla gola veniva fuori un suono rauco; perfino Ricciardi, avvezzo a tutti gli orrori, non avrebbe mai dimenticato le parole che, chiare, uscirono dalla bocca deforme della ragazza che non aveva mai parlato.
-'O Padreterno nun  mercante, ca pava 'o sabbato.
Gli spettatori erano tutti girati verso di lei. Ci fu perfino un applauso di qualcuno che pens a una integrazione della rappresentazione. Gli attori in scena erano sorpresi.
Romor avanz, riparandosi con la mano dalla luce dei riflettori per guardare meglio in platea. Disse: - Mamma? Sei tu?
Ricciardi fissava impietrito il fantasma della vecchia, riprodotto alla perfezione da Antonietta, e sent una morsa stringergli i polmoni e l'aria uscire dalla bocca in un soffio.
Ci fu un urlo violento, una voce stridente da bambino disperato. Attilio si gett dal palcoscenico, il labbro superiore arricciato scopriva i denti da lupo.
- Maledetta, tu non sei mia madre!
Maione si alz con sorprendente agilit e abbranc le gambe dell'attore, facendolo cadere. Ma, nonostante il peso considerevole del brigadiere, l'uomo continu a trascinarsi verso la ragazza, con le mani piegate ad artiglio e un ruggito che dal torace usciva dalla bocca storta. Antonietta seguitava a ripetere l'ultima frase della Calise. Solo quando anche Ardisio e Cesarano furono intervenuti, Attilio si ferm e cominci a piangere.

62.

Non venite a raccontarmi che quella  mia madre. Strega maledetta, vile puttana. Non ditemi che  sangue del mio sangue.
Io me la ricordo, mia madre. Forse pi vecchia delle mamme degli altri bambini dell'istituto; ma pi intelligente. Mi diceva: devo lavorare, non puoi stare con me. Per ti dar tutto, pi degli altri bambini che hanno un solo vestito, una sola matita, un solo quaderno. Io, invece... A me la mia mamma mi riempie di roba. E sapete perch? Perch sono bello.
Piaccio alle suore, piaccio alla maestra. Me ne frego dei miei compagni che quella volta mi hanno chiuso nel bagno e mi hanno riempito di botte, sul corpo non sulla faccia, se no si vedeva e li punivano. Me ne frego.
La mia mamma, man mano che mi facevo pi grande e pi bello, mi dava pi cose. Mi diceva che aveva solo me, che dovevo avere tutto. E io tutto volevo, perch uno alle cose belle si abitua. E se lo volevo, mamma me lo dava. Mi diceva che ero nato per caso, non lo sapeva nemmeno lei come, mio padre una volta era un marinaio e se n'era andato; un'altra, se ero stato bravo, era un nobile; un'altra ancora, se la facevo arrabbiare, era un porco ubriacone. Quella,  mia mamma.
Sono grande e voglio fare l'attore. Perch sono bello, ve l'ho detto? E so cantare e ballare. E se dicono di no  perch sono invidiosi, loro sono peggio di me. Dice mamma che non devo far vedere che sono il figlio, se no non pagano, se no non mi pu dare i soldi. E io ci vado di nascosto, di notte, a sentire lei che mi dice quello che devo fare. I soldi, che chiss da dove vengono. Mi dice mamma che la portinaia, la mamma della scema, si conserva i soldi proprio per la scema. Perci, ha detto a quella che sono uguali, ognuna per suo figlio. Ma quella non ha capito, forse pure lei  scema come la figlia scema. Io invece sono bello, mamma mi guarda e sorride. E mi dice quello che devo fare, quello che devo dire.
Perci, non mi venite a dire che la strega  mia mamma.
Io me lo ricordo, quello che mi ha detto la mamma. E lo faccio, parola per parola. Quando non ci posso parlare, mi confondo. E sbaglio.
Con Emma ho fatto tutto quello che mi ha detto la mia mamma. L'ha cercata per molto tempo, una signora adatta. Poi un giorno mi dice che l'ha trovata, gliel'ha portata una mia cugina che non conosco, che non sa nemmeno che esisto. E mamma come sempre ha preparato tutto, per filo e per segno. E mi ha detto dove mi dovevo trovare e che cosa dovevo dire. E di stare attento pi del solito perch Emma non doveva capire mai che io ero io, il figlio di mia mamma, insomma. Perch voi lo sapete, una mamma  qualcosa di unico, se cerchi aiuto c' lei che te lo d. Se no le mamme che ci stanno a fare?
Allora io divento l'amore di Emma. Lo so fare, mi viene naturale. Ogni notte vado da mamma, mi lascia la porta aperta, salgo le scale dopo che la portinaia ha spento il lume, lo vedo dalla strada. E mi dice che devo fare. Emma si innamora, non vive pi senza di me. Io ci faccio l'amore, mi piace. Organizza mamma, di farle mettere a posto le cose coi soldi e con il vecchio stupido marito, lo lasciamo in mutande, mi dice mamma, stavolta alle carte vinciamo noi. E ce ne andiamo con tutti i soldi, dice mamma.
Emma  una donna-uomo, dice mamma, che guida e fuma: pu sempre avere un incidente, con la sua automobile rossa. Per ora, facciamo i soldi e andiamocene. Poi si vede, con l'incidente.
Mamma ride e mi accarezza. Mi piace quando ride.
Vuol dire che tutto va bene.
Poi una sera viene Emma a teatro, gonfia di pianto.
Mi dice basta, non ti devo vedere pi. Io non so che dire, me le spiega mamma queste cose. Devo andare da lei, ma quel giorno non posso perch la portinaia non spegne il lume, la figlia scema si  coricata tardi. Ci vado il giorno appresso e chiedo a mamma che succede. Lei mi spiega sempre tutto, mia mamma  intelligente. Cos siamo, noi: perfetti. Io sono bello, lei  intelligente.
E chi trovo? Questa vecchia strega. Somiglia a mia mamma, ma non  lei, perch invece di parlare di me, che sono il figlio, comincia a parlare del bambino di Emma. Che dove non  riuscita lei con me pu succedere al bambino, di vivere ricco e col cognome importante. E io dico a mamma, alla strega, dico: e perch, io non lo posso avere, un cognome importante? Non posso diventare, io, ricco e famoso? E lei dice no, che il destino ripaga prima o poi. Chi fa il male prima o poi lo riceve da Dio.
E mi dice, a me, proprio a me, che il bambino  pi importante, gliel'ha detto in sogno mio padre. Capite? Mio padre! In sogno! E mi venite a dire che  mia madre? Quella che mi ha dato un altro cognome per farmi crescere famoso? No! Quella non  mia madre!
E io le chiedo per me che cosa ci sar. Stavolta niente, dice. E lo dice piangendo. Forse, un domani. Che troveremo un'altra come Emma, Napoli  piena di donne ricche e annoiate che cercano un amante da mantenere. Il Padreterno, dice, non  un mercante, che paga sempre di sabato.
E io l'ho cacciata, alla strega, da dentro a mia madre. Le ho aperto la testa, per fare uscire il male. E poi l'ho presa a calci, per tutta la stanza. La maledetta strega. Quel sangue, tutto quel sangue, non era il sangue del mio sangue. Mia madre ha sempre pensato solo a me: non poteva essere lei, se adesso mi preferiva un bastardo non ancora nato. Ora aspetto: vedrete, prima o poi torna mia mamma e mette tutto a posto. Lei s, che  sangue del mio sangue.

63.

Ci volle il suo tempo per far capire a Garzo cosa fosse successo. Lo trovarono trafelato nel cortile della questura, accompagnato da un Ponte pi angosciato del solito, richiamato dalla notizia dell'arresto di Romor che li aveva preceduti. Non era l'unico: un gruppo di persone si era radunato in strada, davanti al portone, per vedere la faccia dell'attore assassino che aveva interrotto la commedia al Fiorentini.
Il vicequestore dimostr una capacit mimica che Ricciardi non sospettava: pass in pochi secondi dalla preoccupazione al sollievo, si mostr sbalordito alla vista dei Serra di Arpaja che avevano seguito la pattuglia nella stessa macchina, poi adirato contro il commissario.
Risolse brillantemente Maione, mentre ancora si spolverava i pantaloni dopo la colluttazione con l'assassino.
- Tutto a posto, dotto'. Il signore qua  il colpevole dell'omicidio Calise. Dobbiamo ringraziare il professore e la signora, che sono venuti a teatro apposta per metterlo con le spalle al muro.
Garzo si produsse in un repentino cambio d'espressione, mostrandosi autorevolmente soddisfatto. Con un lieve inchino ai Serra e ancora circospetto, si rivolse ai due poliziotti.
- Favorite nel mio ufficio, Ricciardi e Maione. Poi saluter i signori Serra di Arpaja, se avranno la pazienza di attendere un poco.
Perfetto nella forma, come sempre, pens Ricciardi non senza ammirazione. L'inizio della conversazione fu tempestoso: Garzo voleva sapere perch, avendo lui ordinato che ogni contatto con i Serra di Arpaja dovesse avvenire esclusivamente tramite lui, li aveva trovati nel cortile della questura a tarda sera. Coinvolti in un'operazione di polizia! E se il professore o, peggio, la signora fosse rimasta ferita?
Ricciardi, con una calma olimpica, rispose che tutto era stato preordinato, proprio nella finalit di scagionare il professore. Che con lui aveva concordato che accusare Iodice avrebbe significato, anche per la stampa, mantenere un teorico coinvolgimento della famiglia nel delitto della Calise. Un suicida, infatti, non era un reo confesso; e la visitatrice pi assidua della morta era stata pur sempre la signora Serra di Arpaja, lo sapevano tutti. E siccome nel corso di un interrogatorio Ricciardi si era convinto che Romor, l'amante di Emma, sapeva pi di quanto dicesse, avevano pensato che sottoponendolo a uno stato di tensione potesse tradirsi. Come poi era successo.
Tutta la manfrina Maione e Ricciardi l'avevano messa a punto quella mattina, mentre il primo sole illuminava la piazza sottostante l'ufficio e gli operai si avviavano verso le corriere che portavano alle fabbriche, a Bagnoli. Non avevano un secondo piano. Speravano nella riuscita del primo.
E che aveva detto, questo Romor, durante l'interrogatorio? Perch, chiese Garzo, Ricciardi aveva avuto il dubbio?
Il commissario descrisse con sincerit la conversazione con Attilio della sera prima. Di come lui sapesse che la Calise era stata assassinata di notte, cosa di cui la stampa non aveva dato notizia. E della propensione della Calise a parlare per proverbi, nonostante Emma non gliene avesse mai riferito.
E lui, Ricciardi, come lo sapeva?
Il commissario rivide il collo spezzato, la depressione del cranio, la striscia di sangue. Ma fu la voce di Antonietta che risent con un brivido. Gliene aveva parlato la Petrone, disse. Percep un breve sguardo di Maione sulla nuca e sper che il brigadiere non gliene chiedesse conto successivamente.

Garzo era finalmente soddisfatto. - Molto bene, - disse. - Ci siamo riusciti anche stavolta. E con pieno merito. Se non fosse stato per il limite di tempo che vi ho imposto, saremmo ancora qui a baloccarci con l'idea che il colpevole fosse Serra di Arpaja. Siete abili, non c' che dire, ma avete bisogno di essere diretti.
Ricciardi anticip la reazione di un veemente e indignato Maione, mettendogli una mano sul braccio e chiedendo di poter tornare a raccogliere e verbalizzare la confessione di Romor. Garzo si alz leggiadro, e nel profumo di fiori freschi, che non faceva mai mancare sulla scrivania, and incontro ai Serra di Arpaja.

- Commissa', vi porto i saluti delle due Iodice. Erano in mezzo alla folla qua fuori, ma io so che non vi piacciono queste cose, e gli ho detto che se ne potevano andare, che avreste fatto tardi. La moglie ha detto che siete un santo, che l'anima del marito dall'altro mondo vi benedice eccetera eccetera, le solite cose, insomma. La madre vi augura di stare bene, dice che secondo lei state malato o tenete un dolore, che il Padreterno a quelli come a voi li aiuta, se si fanno aiutare.
Ricciardi fece una smorfia, senza smettere di guardare fuori dalla finestra del proprio ufficio.
- Grazie di avermi evitato un'altra lezione. Di destino ne abbiamo gi avuto abbastanza, stasera, ti pare? Senti a me: il destino non esiste. Esistono gli uomini e le donne e il coraggio di vivere o di sottrarsi alla vita, come Iodice. Ed esiste chi vive nell'incoscienza, facendosi portare dalla corrente. Ecco, che cosa esiste.
- Che peccato, per, commissa', a sentirvi parlare cos. Nemmeno la soluzione del caso e un fetente pazzo al manicomio criminale vi fanno sorridere, a voi.
Ricciardi non si gir.
- Sai che puoi togliere a uno che vive guardando dalla finestra? Lo sai che cosa?
- No, commissa'. Che cosa?
Un sospiro breve.
- La finestra, Raffaele. Gli puoi togliere la finestra.

Garzo fu sollevato, e non poco, dall'atteggiamento del professore e della moglie. Apparivano stanchi, provati. Probabilmente, pens il vicequestore, assistere a una scena cos violenta era stato pi atroce di quanto ci si aspettasse. Ma avrebbero presto dimenticato.
In realt voleva essere sicuro che l'influente accademico non avrebbe dato corso a eventuali lamentele presso le sedi che frequentava; in quel caso avrebbe preso le distanze dall'iniziativa di Ricciardi, che altrimenti avrebbe fatta propria prendendosene il merito.
Ruggero Serra di Arpaja, da parte sua, voleva solo andarsene in fretta e cominciare a dimenticare. La moglie, di fronte allo scoppio di violenza di Romor, arretrando nel palco si era scontrata con lui, che veniva avanti per proteggerla. Si era accostata e gli aveva stretto la mano. Non era molto, solo un inizio. Aveva utilizzato il fazzoletto che stava tirando fuori dalla tasca per asciugarle le lacrime.
La tasca nella quale portava anche la pistola e il peso della determinazione che aveva raggiunto: se Emma avesse deciso di partire con Romor si sarebbe sparato alla tempia, davanti a lei. E poi si sarebbe visto, se sarebbero stati capaci di costruirsi una nuova vita partendo dal suo sangue. Era il gesto estremo che aveva programmato, dopo aver tentato qualsiasi altra via. Ricord la visita alla Calise, per convincerla a liberare Emma da quell'ossessione. Ricord la porta aperta, tutto il sangue sul pavimento, la fuga precipitosa sperando che nessuno lo avesse visto entrare; la certezza che tutto era finito, che non c'erano pi speranze.
Invece adesso avrebbero avuto un figlio; per il bene del bambino, forse Emma avrebbe di nuovo apprezzato la sicurezza che solo lui e il loro matrimonio potevano procurarle.
La moglie con la mente era altrove, ai giorni passati nel pensiero di non poter vivere senza un uomo che si era rivelato un folle. Dubitava di s, della propria capacit di giudizio. La Calise e il figlio le avevano insegnato, con la loro tragedia, quanto la maternit potesse portare anche danni devastanti.
Si sfior il ventre con la mano, mentre quel funzionario idiota di cui non ricordava il nome blaterava col marito di chiss quale conoscenza comune. E se il bambino avesse ereditato le tare del padre? E se quello della nonna era stato un atto d'amore o di estremo egoismo?
Fu come un lampo. Emma si rese conto all'improvviso che il sangue della vecchia, sparso con tanta violenza, era il sangue del bambino che portava in grembo. In un certo senso, sangue del suo sangue.
Forse, riflett, le sue domande senza risposta erano la pena che avrebbe dovuto scontare. Una condanna a vita.

64.

Conclusa un'indagine, nell'anima di Ricciardi rimaneva un senso di vuoto. Per giorni il pensiero del delitto, il richiamo doloroso del morto, le possibilit di soluzione invadevano pensieri e respiri.
Il commissario non mollava mai, nemmeno quando mangiava o dormiva o si lavava o andava di corpo; un rumore che diventava il sottofondo dell'esistenza, come le ruote di un treno o il ritmo degli zoccoli di un cavallo; dopo un po' non li senti pi.
Quando l'enigma era risolto lasciava un cratere attorno al quale si muoveva circospetto, avendo perso la possibilit di distrarsi dalla sua solitudine. Si rifugiava allora dietro un vetro, a vedere il quotidiano miracolo di una mano mancina che ricamava o che preparava la cena; a sognare una vita diversa, fantasticando di un s stesso diverso, uno che forse avrebbe salutato o con cui avrebbe chiacchierato dalla finestra.
La Petrone era venuta a prendere la figlia ritornata ebete, il filo di bava dalla bocca semiaperta, la mano aggrappata alla madre e i piedi strascicati per strada. Aveva invidiato la ragazza, inconsapevole della maledizione che la colpiva. Per lei, vivi e morti abitavano tutti insieme un mondo straordinario.
La soluzione. Per l'uomo che guarda non c' soluzione.
Per il caso della cartomante, pens che la soluzione gli era venuta in mente quando la Petrone aveva raccontato cosa la Calise aveva risposto in merito a quello che faceva con i soldi: io e te, aveva detto alla portinaia che assicurava un futuro alla figlia, non siamo poi cos diverse.
Anche lei aveva un figlio. Un messaggio per Ricciardi, per bocca della sua socia in affari.
La mente and a sua madre. Al sogno in cui l'aveva vista, alla sua malattia, ai suoi nervi inguaribili. Che cos'era la tua malattia, mamma? Cosa vedevi fuori, nei campi, per strada, perch vivevi chiusa in una stanza, costretta a letto? Cosa c'era nel tuo sangue, mamma? Che cosa mi hai lasciato oltre a questi occhi che sembrano di vetro?
Ricciardi rabbrivid nell'aria fresca, gentile omaggio della primavera.
Sangue del mio sangue, pens.

Maione si sentiva leggero. Che, detto di un marcantonio di cento chili e passa, non era male. Ma aveva ottenuto mezza giornata di premio, come ogni volta che un'indagine si chiudeva positivamente, e aveva idea che sarebbe stata una gran bella mezza giornata.
Quando si chiudeva un'indagine l'anima si liberava di un peso. Poteva di nuovo guardare il mondo in faccia, non c'era pi un crimine da riparare, qualcosa di storto da raddrizzare. E le sue mani, il suo petto, la sua testa erano ancora pieni della notte di primavera che Lucia gli aveva regalato, sorridendo senza parlare. Aveva ragione, come al solito, pens. Il tempo delle carezze.
Ora per aveva voglia di parlarle. E, arrivato a casa nella luce insolita del pomeriggio, abbracci moglie e figli e si mise in borghese: una vecchia camicia di cotone grezzo, due bretelle consunte a reggere un paio di calzoni di tela, due scarponi scalcagnati ai quali non avrebbe mai rinunciato. Gioc con i ragazzi, felicemente disorientati dalla nuova atmosfera che si respirava in casa, dorm un po' e poi si sedette in cucina a contemplare il meraviglioso spettacolo di sua moglie, la donna pi bella dell'universo, che sbucciava fagioli e spezzava maccheroni.
Lei gli allung un piccolo monte di baccelli pieni: fai qualcosa pure tu, una volta tanto, disse. Lui cominci a sgranare fagioli col pollice, nella terrina. Lucia si ferm e disse: raccontami.
E lui raccont.

Ricciardi fin di compilare la montagna di moduli che segnavano la fine dell'indagine. Ripose la penna, tapp il calamaio. La sera aveva vinto. Il cono di luce della lampada illuminava una scrivania deserta. L'opera  finita, pens. E ora.
Ascolt il silenzio fuori della porta. Era l'ultimo. Doveva andare.
Si avvi per le scale. Io l dentro non ci torno, lo inform l'immagine del ladro morto con la pistola in mano e il cervello che gli colava dal buco. E non ci tornare, pens lui astioso.
Si ritrov all'aria aperta. Il clima era perfetto. La primavera saltellava attorno, cercando di catturare la sua attenzione. Ma l'uomo che vede i morti non poteva sentirla.
A casa. Senza neanche pi il diritto di sognarti, amore mio.

E Maione raccont, come non faceva da anni, col cuore e con la mente.
Lucia si ritrov davanti a una povera vecchia ammazzata con ferocia, a una donna bellissima sfregiata, e prov pena e orrore. Poi vide un ometto col riporto, fidanzato con una sessantaduenne e con la madre immortale, e rise fino alle lacrime; e immagin una donna nobile, ricca e senza amore, ed ebbe pena per lei; e un marito anziano, stimato e triste, ed ebbe pena anche per lui.
Conobbe una donna grassa che aveva deciso di diventare una truffatrice dopo essere sempre stata onesta, e scosse il capo disapprovandola; ma seppe che aveva una figlia minorata, testimone di chiss che inferno, e la commiser. Segu la mente malata di un attore narcisista e prov di nuovo orrore; vide una bambina pallida con gli occhi grandi e vecchi, senza mamma e poi senza pap, e pianse per lei. Si indign al cospetto di un guappo minaccioso e di un commerciante laido, entrambi col sangue avvelenato dalla bellezza.
E scrut negli occhi del marito, quando le parl di colei che aveva deciso di mozzarsi la zampa nella trappola, per essere di nuovo padrona della vita propria e di quella del figlio; perch aveva sentito vibrare una corda antica, che credeva di aver udito solo lei. Ma lui le accarezz il viso. E le disse: - Madonna, ma quanto sei bella.
Conobbe un pizzaiolo allegro e felice, ne vide il sangue che sgorgava dal petto insieme all'amore per i figli e all'orgoglio, e pianse per lui e per quelle tre creature. Lott al fianco della moglie e della madre per salvarne il nome, e con loro vinse.
Cap quello che sono i figli, ancora una volta: figli che sfregiano, che uccidono a calci, che aspettano la morte della madre per potersi sposare; e madri che mentono, rubano, truffano per loro. Che per i figli rinunciano all'amore e alla vita, alla bellezza, ai sogni.
In ultimo, osserv l'uomo che guarda dalla finestra e al quale la finestra viene tolta. Sent raccontare di quella crepa nella corazza, dell'amore impossibile del commissario che aveva trovato l'assassino del suo Luca. Lo ricordava, nelle nebbie del dolore, al funerale: gli occhi verdi, trasparenti, e dentro quegli occhi la sua stessa sofferenza.
Pens che il destino si muove per vie sconosciute e porta spesso disgrazie, ma qualche volta pu riservare la felicit. E qualche volta pu anche essere aiutato.
Strinse le labbra. E poi sorrise all'amore della sua vita, il padre dei suoi figli: vivi e morti.

Nel buio della sua stanza, Enrica cercava di ritrovare la serenit. Non riusciva a smettere di piangere. L'umiliazione, l'offesa, la rabbia. Sentimenti non suoi, non li aveva mai conosciuti, e dunque non sapeva combatterli. Si odiava con tutta l'anima.
La famiglia non provava nemmeno a scalfire la sua solitudine. La riservatezza della ragazza era una barriera che nessuno tentava di abbattere.
Era terrorizzata dalla finestra della cucina, ma era terribile starne lontana: quei due occhi verdi nel buio le mancavano ogni giorno di pi.
Sent bussare piano alla porta. Rispose che non aveva fame.
La voce della madre, per, insistette.
- C' una persona che ti vuole. Dice che  importante.
And alla porta. C'era una bella signora che non conosceva: bionda, gli occhi colore del cielo. Uno scialle nero, ma sotto un bel vestito fiorato. Le sorrise, guard il suo viso gonfio di pianto. Disse: - Signori', buonasera. Mi chiamo Lucia Maione.

Non aveva quasi toccato cibo, il commissario Luigi Alfredo Ricciardi. Nemmeno aveva risposto alle domande preoccupate della tata Rosa. Schiacciato dalla tristezza, aveva ascoltato la musica che arrivava da saloni lontani attraverso la radio, ma quella sera non c'erano ballerini, e la musica suonava per nessuno.
Era tardi ma non aveva il coraggio di ritirarsi nella sua cella senza luce, per trovarsi pi solo di quanto non fosse mai stato.
Si spogli, si vest per la notte. Gesti meccanici. Avrebbe potuto avere cent'anni, o forse non essere mai nato.
Non ce la fece a non guardare prima di spegnere il lume. E il cuore gli trabocc d'amore.
Dietro la finestra, dall'altra parte della strada, una ragazza con gli occhi bagnati di lacrime e il telaio in mano guardava dalla sua parte.
In alto, in bilico sul tetto, la primavera volteggi e rise.

Incontro con Maione
di Maurizio de Giovanni.

Se volete incontrare il brigadiere Raffaele Maione vi dovete piazzare all'angolo di vico della Tofa, uno dei mille vicoli che da via Toledo portano verso il corso Vittorio Emanuele, all'inizio di quella zona della citt che viene detta dei Quartieri Spagnoli.
E' un dedalo di viuzze, piazzette e appunto vicoli in cui la vita ha un ritmo diverso dal resto del centro, dove i negozi non espongono articoli ricercati o di lusso ma mantengono l'aspetto di botteghe, per la maggior parte di artigiani o di alimentari. La vita l dentro assomiglia a quella di un paese, non di un quartiere della citt.
Tutti conoscono tutti, i rapporti di parentela e le antiche amicizie si confondono, le generazioni si susseguono sovrapponendosi in uno spazio sempre pi stretto: matrimoni e funerali coinvolgono chiunque, in un costante ribollire di abbracci, baci e scappellamenti. Dai portoni aperti, meravigliosi giardini sorprendono i passanti, in memoria della grandezza di famiglie che non esistono pi o che sono cadute in disgrazia, lasciando antichi saloni all'onta di diventare piccoli appartamenti in cui si vive in dignitosa povert.
Passer di sicuro, il brigadiere; affrontando con passo lento e cadenzato la salita che conduce al palazzo in cui abita con la sua numerosa famiglia al quarto e ultimo piano. Passer; il problema  capire quando, giacch i confini del turno sono resi indefiniti dalle mille incombenze quotidiane del suo ruolo.
E un tardo pomeriggio di fine primavera; l'aria dolce si va facendo decisamente calda, ma a quest'ora diventa piacevole, carica di profumi e con la promessa del mare. I rumori del vicolo vanno scemando, con le galline che girano indisturbate fra le casse di frutta esposte dal verduraio e un gruppetto di scugnizzi impegnato in una sanguinosa competizione a sottomuro, il gioco che consiste nel lanciare un bottone cercando di controllarne il rimbalzo. Mi appassiono cos tanto alla partita che per poco Maione non mi sfugge, grande, grosso e in divisa com'.
Mi affianco a lui, adeguando il passo al suo.
- Buonasera, Maione. Com' andata, oggi?
Si sfiora la visiera con due dita.
- E come volete che sia andata, dotto'? Le solite cose. Ci hanno chiamato per una rissa, due ubriachi vicino al porto che quando siamo arrivati, a piedi naturalmente, gi avevano fatto pace e si stavano scolando un fiasco insieme, pure se uno teneva un taglio in fronte di cinque centimetri. Quelli gli ubriachi sono capaci di lasciarci la pelle, e poi ricominciano a festeggiare lo schifo di vita che fanno. E a noi ci tocca di riempire pagine e pagine di verbali.
Lungo la strada molti lo salutano, e lui risponde con un sorriso o con lo stesso accenno di saluto militare che ha riservato a me.
- E poi, siccome sospettiamo di un traffico di roba rubata dalle parti di via Foria, mi sono fatto un paio d'ore sotto il sole, con questo caldo, per vedere chi entrava e usciva da una certa casa. In effetti un paio di casse strane le hanno fatte entrare, domani facciamo un'irruzione e diamo uno sguardo.
E' l'occasione buona per togliermi la prima curiosit.
- Tu, Maione, sei grande e grosso, e porti sempre la divisa; lavori in una citt che la polizia l'ha sempre vista un po' come un pericolo, quindi sei ancora pi evidente. Eppure, quando c' da passare inosservato, ci riesci tranquillamente. Come fai a essere cos bravo negli appostamenti?
Ci pensa su, poi si stringe nelle spalle.
- E che vi devo dire, dotto'? Sono sempre stato cos. Secondo me, vedete, non  una questione di bravura, o non  solo questo. Io faccio parte della citt, semplicemente. Sono come un pesce nel suo mare. Pure se uno  un
pesce grosso, gli altri pesci si abituano alla sua presenza e alla fine non lo vedono pi. Io, se voglio diventare invisibile, divento invisibile; e senza neppure dovermi nascondere. Anche il commissario Ricciardi lo sa, e mi comanda le sorveglianze quando  necessario.
Annuisco.
- Ricciardi, s. Certo  forte, il tuo legame con lui. E conosco il motivo, che risale al fatto di Luca, tuo figlio. Mi interessa sapere per, al di l di questa vostra unione, che ne pensi di lui; secondo te, che uomo  Ricciardi?
Si ferma, sorpreso dalla domanda. Riflette.
- E una persona perbene, il commissario. Un po' chiuso, parla poco; sembra che tiene sempre qualcosa per la testa. Io certe volte penso che soffre di qualcosa, un dolore fisico, che so, lo stomaco. Mi pare che pure nei momenti pi allegri tiene come un ricordo brutto, o un cattivo pensiero. Ma  buono di animo, io lo so. Ed  giusto; vuole bene alla gente, anche se non sembra.
Lo stimolo a continuare.
- Per gli altri in questura, i superiori e i colleghi, non la pensano cos. Lo evitano, lo guardano storto, sono addirittura convinti che porti male. Tu non hai mai avuto paura di Ricciardi, almeno un poco?
Il sorriso gli sparisce dalla faccia.
- La gente  infame e ottusa, dotto'. Ci avete mai fatto caso? Quello che non capisce lo odia. Ma ci sono io, e voglio vedere che qualcuno me la dice in faccia, questa malignit: allora s, che il commissario gli porterebbe male. Ma male assai. Paura di lui? Non si pu avere paura dell'uomo che ti ha portato l'ultimo abbraccio di tuo figlio morto. Io non lo so che cosa vede il commissario, e nemmeno lo voglio sapere. Ma so che cosa tiene nel cuore, e questo mi basta. Che vi devo dire? Forse ci sta qualcuno che ha il potere di affacciarsi sull'altro mondo. Forse. Ma questo potere io non lo vorrei mai.
Rifletto sulla risposta.
- Insomma, gli vuoi bene;  uno di famiglia, Ricciardi, per te. E per uno come te la famiglia  la cosa pi importante, no?

Riprende a camminare, assentendo con forza.
- E certamente, dotto': che ci sta di pi importante della famiglia? Un uomo per questo campa, per portare avanti i figli, per insegnargli il bene e il male; e per rendere la propria donna orgogliosa e felice. Io ho la fortuna di avere una bella famiglia, che  rimasta bella pure dopo la disgrazia che abbiamo avuto. Il fatto  che certe volte ognuno, preso dal suo dolore e dalla sua disperazione, si dimentica degli altri. Io questo ho detto a Lucia, mia moglie, mo' che stiamo ricominciando un po' a parlare: teniamo altri cinque figli, e loro vengono prima di tutto il resto. Non ci possiamo permettere di pensare solo alla sofferenza per Luca.
Una filosofia semplice, penso. Ma necessaria a superare un momento come quello della morte di un figlio.
- Hai sempre pensato in questo modo, - gli chiedo, - o  stato dopo la morte di Luca che hai trovato la via per sopravvivere?
- Ho capito che volete dire, dotto'. E' vero, certe volte la testa trova una via d'uscita, una scappatoia al dolore, se no uno esce pazzo, come diciamo noi. Ma io no, credo di essere sempre stato co s: fin da piccolo mi vedevo marito, padre e poliziotto. E non avrei saputo che altro fare, nella mia vita. Certo, i pensieri sono tanti, lo stipendio non  granch, e quando si vedono certi delinquenti che navigano, nella ricchezza si prova rabbia. Ma se uno  fatto in una maniera non pu cambiare. Noi diciamo: chi nasce tondo, non muore quadro. E io, come vedete, sono nato piuttosto tondo.
Ridacchia per la sua stessa battuta, e sorrido anch'io. Il clima giusto per una domanda pi amara.
- E ti  mai capitato di pensare a tradire?
Si rabbuia.
- Mi  capitato di sentirmi lontano dalla mia vita. Mi  sembrato di essere rimasto solo, insomma: di pensarci solo io, alla famiglia, a portare avanti le cose. Come un attore che continua a recitare la stessa commedia, pure quando il pubblico e gli altri attori se ne sono gi andati a casa. In quel momento s, ci ho pensato a un'altra persona: a una che mi capiva, che si poneva il problema di pensare al sottoscritto, a quello che volevo, a quello che mi serviva. Ma poi... mia moglie  Lucia, dotto'. Io a lei tengo, e lei a me tiene. Se due persone si uniscono  per sempre, se le cose vanno bene e pure se vanno male. E mi sono svegliato da quel sogno.
Proprio in quel momento passiamo da vico del Fico. Casa di Filomena non si vede dalla strada,  defilata all'interno della piazzetta; lo sguardo di Maione in quella direzione non mi sfugge, cos come il velo di tristezza che gli sfiora il volto. Meglio parlare d'altro.
- E di Bambinella, che mi dici? Anche lei  tua amica, no?
Fa una bella risata.
- Pure voi ne parlate come di una femmina, eh, dotto'? E tenete ragione, in un certo senso:  pi femmina lui di tante donne che si vedono passeggiare per via Toledo. Amico forse  una parola grossa, ma che vi devo dire: mi fa tenerezza. Si  creato un mondo tutto suo. Ha cercato di rendere le cose della vita adatte a lui invece di rendere s stesso adatto alla vita, e questa cosa mi piace. Certo  invadente, e 'sto fatto che scherza facendo finta di corteggiarmi mi d un poco fastidio: ma  importantissimo per il mio lavoro, sa tutto di tutti perch  pettegolo in una citt di pettegoli. Qualche volta ci ricama troppo, ma un fondo di verit in quello che dice ci sta sempre.
- E il dottor Modo? Che ne pensi di lui?
Scuote il testone, mentre affrontiamo l'ultimo pezzo di salita.
- Eh, il dottore... E' il pi bravo di tutti, ed  pure un'ottima persona. Buono, sotto quella scorza di vecchio soldato che ha visto tutto quello che doveva vedere. Ma ancora prova piet di fronte alla sofferenza della gente, si commuove, ed  sempre il primo a non guardare l'orologio o il guadagno, se ci sta da dare una mano. Solo che questo fatto della politica prima o poi lo fregher. Pure il commissario glielo dice sempre: Bruno, finiscila, stai attento, questi sono tempi bastardi, i fascisti se la legano al dito, non perdonano. Io spero che il dottore lo capisce, e impara a pensare un po' di pi prima di parlare, se no qualche volta chiss dove lo dobbiamo andare a prendere.
Ormai  scesa la sera. Le luci sono accese, nelle case dei Quartieri Spagnoli ci si prepara per la cena; da qualche parte per bene, da altre parti solo un piatto di pasta al centro, e chi riesce a prenderne di pi mangia meglio di chi  pi debole.
- Maione, pensi che la solitudine di Ricciardi sia definitiva? O credi che prima o poi l'avr anche lui, una famiglia come la tua?
Considera con attenzione la domanda.
- Non lo so, dotto'. Ogni tanto mi pare che la vuole pure lui, una famiglia; un giorno mi ha detto di stare attento, di apprezzare la fortuna che ho perch non  da tutti, e che se la perdevo avrei pianto per tutta la vita. Certe volte, mi dovete credere, il commissario non pare tanto pi giovane di me come invece . Anzi, pare che tiene cent'anni, per lo sguardo, per quello che dice. Non lo so, dotto', se ce l'avr mai una moglie o una famiglia: ma sicuramente  il suo desiderio pi grande.
Siamo sotto il suo portone. L'aria si  rinfrescata, e soffia gli odori delle foglie e dell'erba nuova del Vomero. Maione si massaggia la schiena, con una smorfia di sofferenza.
- Madonna, che stanchezza. Dalla mattina alla sera in piedi, avanti e indietro per la citt con questi stivali. Mi sto proprio facendo vecchio, una volta saltavo tutta la giornata senza nessuna fatica.
Non resisto alla tentazione.
- Eppure, come squadra mobile, dovreste avere l'uso dell'automobile. Una volta motorizzato non ti stancheresti tanto, no?
Mi guarda storto, come prevedevo.
- Prima di tutto a noi la macchina non ce la fanno usare, una sta sempre scassata e l'altra con tanto di autista la usa solo il signor questore; come se girare per fare spese con la moglie fosse pi importante delle nostre indagini. E poi, in questa citt  meglio andare a piedi, credetemi, con le creature che si buttano sotto alle ruote, i cani che corrono in mezzo alla strada, i carretti che vanno contromano.
- Non  che a te non piace guidare, Maione?
Mi agita il dito sotto il naso, bellicoso.
- E no, dotto', questo non lo dovete nemmeno pensare. Io sono il migliore guidatore di tutta la questura, sono le macchine nostre che fanno schifo, con la frizione consumata e i freni scassati! Lo so che gira questa maldicenza, che io non so portare la macchina, ma quei quattro deficienti non hanno nemmeno idea di come si guida, ecco. E se ve lo dicono ancora, per piacere, mandateli da me, cos gliela faccio cambiare io, l'opinione.
Tira fuori l'orologio dal taschino.
- Uh, mamma mia, dotto', mi dovete perdonare, ma si  fatto proprio tardi. Niente fa arrabbiare Lucia quanto il fatto che il suo famoso rag si fa freddo. Volete favorire? Mi fate contento, aggiungiamo una sedia e un coperto in due minuti. No? Be', allora... Mi ha fatto piacere, questa chiacchierata. Buona serata, dotto'.
Si tocca la visiera di sfuggita e sparisce nel buio del portone.
Attorno a me la strada deserta, le finestre illuminate e una voce di donna lontana che canta una canzone.
Ai Quartieri Spagnoli  ora di cena.
...
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...
FINE.